Archivio fotografico del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. Vecchia diapositiva su vetro di inizio '900.
Archivio fotografico del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. Vecchia diapositiva su vetro di inizio '900.
Anni or sono, un po' fortunosamente, chi scrive trovava, in uno stipo umidiccio della vecchia Curia Provinciale dei Frati Minori in Foggia, un pacchetto di lettere autografe riguardanti i casi del convento S. Matteo dal 1890 al 1902. Autori delle lettere sono: P. Vincenzo Calvitto, P. Antonio Centola, P. Michele Solimando, P. Bonaventura D'Augelli, P. Romualdo Ferrecchia, P. Bernardino Devoto da Carasco, Gennaro Guida Vicario Generale della Diocesi di Foggia, Carlo Mola Vescovo di Foggia, Comune di S. Marco in Lamis (Nota 53).
P. Vincenzo Calvitto azzeccava un tratto significativo quan­do dava questa icastica definizione:

“quello di S. Matteo è un convento-taverna-trattoria-locanda” (Nota 54).

L'interferenza del Comune di S. Marco, attraverso i cappellani municipali, nella disciplina interna dei Frati, era pesante. Allorché il Ministro Provinciale P. Antonio Casciano decise il trasferimento da S. Matteo di P. Luigi D'Augelli, l'opposizione del Sindaco G. Villani fu immediata e perentoria:

“mi viene assicurato che S.V.R. ha disposto il trasloco da questo convento S. Matteo, del P. Luigi D'Augelli. Devo farle notare che lo stesso è uno dei cappellani di detto convento, nominato da questo Consiglio Comunale (Nota 55), e su di cui l'Amministrazione gode tutta la fiducia; sicché la presenza del medesimo, in detto convento, è necessaria ed indispensabile. Premesso quanto sopra sono ad interessarla vivamente a degnarsi revocare l'ordine dato, in opposto, sarei costretto, mio malgrado, a far deliberare dal Consiglio, che il ripetuto con­vento fosse lasciato libero dai frati; e che i cappellani venissero nominati fra i preti del paese” (Nota 56).

Il che voleva dire: o fate come diciamo noi, o potete andarvene.
Dalle relazioni dei Padri Visitatori, il Ministro Generale a Roma sapeva che in detto convento non vi era clausura, né vita comune, né disciplina monastica, perciò non permise di mettere i chierici studenti. P. Romualdo Ferrecchia, che era a S. Matteo, postillava:

“Dio non voglia, il Generale sapesse altre cose” (Nota 57).

Mentre P. Vincenzo Calvitto pensava “a far tenere al Pro­vinciale una pelle d'olio, una quantità di piedi secchi di maiale e due prosciuttelli (Nota 58), la Curia Vescovile di Foggia “proibiva a tutti i sacerdoti di pernottare a S. Matteo, sotto pena di sospensione” (Nota 59).
Il Provinciale Casciano scriveva al Sindaco

“minacciando, a nome del Generale, di togliere i frati dal convento, ove non si venisse al più presto alla conclusione del contratto di vendita del convento”.

Il Sindaco e l'assessore Serrilli facevano sapere a Calvitto: “non s'incomodi il Provinciale, prima che vi tolga lui, vi manderemo via noi, dando il convento ai preti” (Nota 60).
Casciano spiccò l'ordine di trasferimento di Calvitto da S. Matteo a S. Martino in Pensilis. Calvitto si rifugiò a Stignano. Il superiore di questo convento, P. Michele Solimando, scri­veva al Provinciale:

“Calvitto si è ammalato, e piange, e strilla con scosse nervose, temendosi o pazzia, o insulto”.

Casciano sospendeva a divinis P. Michele, il quale ribatteva:

“ma Vincenzo Calvitto non è una cosa materiale che si può mandare per pacco postale, che potevo fare se non l'ho potuto persua­dere? E' disposto di andare in qualunque convento, ma non a Sammartino, che per lui è come se dovesse salire la forca” (Nota 61).

Calvitto se ne tornava a S. Matteo.
Il Provinciale diede ordine agli altri frati di partire da S. Matteo (Nota 62). Reazione in Provincia: Calvitto osservava:

“certe cose gravissime, come la disposizione data, vanno fatte con prudenza e con tempo conveniente; e quando si vuole andare a precipizio si corre il pericolo di rompersi le gambe. Molto Reverendo Provinciale si consigli col Santo nostro Patriarca, che è oggi, se non si è consigliato col Definitorio in un fatto di sì grave importanza! Torno a pregarla di considerare bene il gran male che si fa a questa Provincia, sopprimendo questo convento senza speranza di più riaverlo” (Nota 63).

P. Ferrecchia, Definitore Provinciale:

“il mio parere sarebbe di sospendere la esecuzione di abbandonare il convento. La perdita di esso sarebbe un guaio serio per questa monastica Provincia” (Nota 64).

Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. Olio raffigurante P. Romualdo Ferrecchia.
Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. Olio raffigurante P. Romualdo Ferrecchia.
Fu inviata al Ministro Generale a Roma una supplica, firmata da dieci sacerdoti, compresi i Definitori, in cui si diceva: “di lasciare aperto il convento S. Matteo, perché la sua chiu­sura avrebbe portato la distruzione della Provincia” (Nota 65).
Atteggiamento ambiguo del Comune di S. Marco: mentre, a detta di Calvitto, si dichiarava disposto a trattare per conce­dere il convento in fitto, si opponeva al Provinciale che voleva tenere la riunione del Definitorio a S. Matteo, anzi non gli permetteva neppure di visitare il convento (Nota 66).
Il punto della situazione lo faceva il bonario P. Solimando:

“il Municipio à respinta la domanda da me fatta per lo fitto del convento a nome del Ministro Generale, perché si parlava di cose inamissibili (per il Comune) cioè: di mettere colà la disciplina regolare, ristaurare il culto religioso ecc. Insomma si vuole sopra S. Matteo la cuccagna e la taverna” (Nota 67).

Una sterzata al corso delle cose venne data dalla morte, nel convento, del laico fr. Gabriele e dalla malattia di fr. Matteo.

“Il convento avrebbe dovuto definitivamente essere da tutti i frati abbandonato col 31 dicembre 1897, tanto per gli ordini del Rev.mo Generale, quanto e più specialmente - dice Calvitto - per quelli del Provinciale, espressi in una frase della lettera del 23 dicembre 1897, la quale frase suona così: che il sole del primo gennaio non sorga sul capo a nessun frate nella casa municipale di S. Matteo” (Nota 68).

Calvitto era a Stignano:il sole del primo gennaio ci ha illuminati e riscaldati in questo nostro convento di Stignano” (Nota 69), ma “ho rimasto in S. Matteo, a custodia di fr. Matteo ammalato, i tre terziari fr. Antonio, fr. Michele e fr. Francesco, sia per assistere all'ammalato, sia per non perdere del tutto le speranze di conservare il convento alla Religione” (Nota 70).
Nell'aprile del 1898, Calvitto era di nuovo a S. Matteo.

“Nonostante le sospensioni e le minacce - scriveva P. Antonio Centola - i cappellani municipali (P. Vincenzo Calvitto e P. Luigi D'Augelli) non vogliono cessare di tenere le mani sul convento di S. Matteo, e non vale energia per poterli indurre all'obbedienza”. Allora lasceranno S. Matteo “quando le mura del con­vento si rovesceranno sulle loro spalle” (Nota 71).

Centola si lascia prendere un po' la mano dall'enfasi. In realtà Calvitto aveva ottenuto dalla Santa Sede il Breve di secolarizzazione ad tempus (19 aprile 1898), cosa che venne confermata il 19 aprile 1900 (Nota 72). Difatti il 25 aprile 1898, Cal­vitto scriveva al Provinciale Casciano:

“d'accordo col P. Luigi D'Augelli, in presenza di P. Antonio Centola, per far vedere che non è il “basso e vile desiderio di guadagno che ci muove”, ma il solo e puro desiderio di conservare S. Matteo alla Provincia, noi intendiamo e vogliamo cedere e rassegnare tutto quello che c'è in S. Matteo, con la sola condizione che chi assumerà quella amministrazione soddisfi all'obbligo, da noi assunto verso il Municipio, di pagare le mille lire, che altra volta le abbiamo detto. Se vuole accertarsi di quest'obbligo non deve che dimandare la copia del contratto e registrato. In questo modo cesserà la guerra che non noi facciamo alla Provincia e a Lei, ma che Lei veramente fa a Noi, e resteremo sfrattati da S. Matteo per sempre. F.ti: fr. Vincenzo Calvitto dei Minori. P. Luigi D'Augelli” (Nota 73).

Che cosa sia avvenuto dal 25 aprile al 7 maggio 1898 non sappiamo. Per la verità storica occorre dire che non si conoscono le lettere che il Provinciale Casciano ha scritto certamente ai vari protagonisti dei casi di S. Matteo. Qualche cosa del suo atteggiamento si rileva indirettamente dalle lettere di Calvitto, Centola e Solimando. Sta il fatto che il 7 maggio, Calvitto e D'Augelli erano nel convento S. Matteo, disponendo come da padroni.

“Calvitto protestava categoricamente di rimanere a S. Matteo come cappellano municipale, sfidando chiunque a scalzarlo” (Nota 74).