Raccolse la sfida il Vicario Generale di Foggia Gennaro Guida:

Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
“Sono costretto - scriveva a Casciano - a chiedere schiarimenti sul triste fatto dello sfratato Calvitto, ostinato a rimanere dove non può legittimamente stare. Prima però sappia V. S. che ho comunicato, per un ufficio al Vicario Foraneo, alla popolazione di S. Marco che il Vescovo non andrà ivi, fino a quando l'ex frate Calvitto rimarrà nel convento S. Matteo.
“Quella popolazione n'è indignata fortemente, vedendosi privata della presenza del Pastore per la cattiveria di un frate che si è rotto col suo Ordine. Talché ho saputo non più darsi da quei fedeli veruna offerta od elemosina a quei due laici dolorosamente attaccati al carro di quell'ostinato.
“Ho proibito inoltre a tutti i preti di quella città di accet­tare l'ufficio di cappellano, e di già lo sfratato erasi attirato lassù l'ex Padre La Porta, che, ora, dietro ordine di questa Curia ne è disceso subito. Oggi. in pari data, trasmetto altro ufficio al Vicario Foraneo, intimandogli di rendere di pubblica ragione che il Vescovo non più andrà in S. Marco, essendo irregolare e indecente la convivenza del Vescovo con uno sfratato. Basta di ciò, che sono troppo esacerbato” (Nota 75).

Il Vicario si recò a S. Matteo, e così riferiva a Casciano:

Archivio fotografico di S. Matteo a S. Marco in Lamis. La morte di S. Francesco illustrata in una vecchia diapositiva in vetro della fine dell'800.
Archivio fotografico di S. Matteo a S. Marco in Lamis. La morte di S. Francesco illustrata in una vecchia diapositiva in vetro della fine dell'800.
“Già in altra mia vi annunziai la mia andata a S. Marco, dopo della quale vi avrei scritto; ed ora, ritornato, eccomi a rassegnarvi lo stato delle cose del P. Calvitto. Con questi tenni un discorso ben lungo: gli feci comprendere la sua posizione violenta ed anormale, lo che fu dimostrato ampiamente; sicché se ne fu convinto, come tutti di quel grosso paese hanno il medesimo convincimento. Persuasosi lui che cammina fuor via, ed insistendo io a dover scrivere in buoni sensi a voi, con accento dispiacente esclamò: che si vuole da me? Che me ne scenda giù in S. Marco, me ne scendo pure e facciasi il contratto col Generale, assumendo essi frati ogni cosa lassù. Venne forse a tal conclusione, dopo avergli io dimostrato, che l'Autorità Diocesana è dispiacente del suo atteggiamento.
Questo dunque il citato Calvitto ha dinanzi a me pronunziato: ma quale che sia il suo convincimento, sono in grado ora di assicurarvi che il Municipio è dolente di quel N. N. protettore e già ha cominciato a dargli voti di sfiducia in una faccenda da poco svoltasi. Inoltre tengo a dirvi che quell'unico protettore trovasi a mal partito ed è persuaso di aver difeso causa non buona.
Ora è tempo d'esprimere il mio convincimento, formato sul luogo e da relazioni avute da persone importanti. Il Calvitto dovrà scendere da S. Matteo. Quando? A me non è dato deter­minarlo, ma presto o tardi sentirete qualche cosa di nuovo. Scenderà volentieri, o a forza? Neppure vi so dire, ma lascerà S. Matteo” (Nota 76).

Frattanto il Visitatore Generale P. Giammaria Santarelli aveva terminato la Visita Canonica della Provincia Monastica di S. Angelo. Il Ministro Provinciale P. Antonio Casciano aveva espletato il suo mandato. Con decreto del 31 agosto 1898, il Generale P. Luigi Lauer nominava Commissario Provinciale P. Romualdo Ferrecchia. Con lo stesso decreto nominava pure i supe­riori dei rispettivi conventi (Nota 77). A S. Matteo fu destinato (sulla carta) P. Antonio Centola (Nota 78).
Ferrecchia abbordò i rappresentati del Comune di S. Marco, nell'intento di avere il convento in fitto. Le condizioni poste dal Comune erano inaccettabili per il Delegato Generale P. Pietro da Rocca di Papa che, in data 11 novembre 1898, scriveva a Ferrecchia:

“si guardi dal fare l'affitto di S. Matteo a condizione di dipendenza dal Municipio. Fatto l'affitto, i Religiosi de­vono essere pienamente liberi in convento, dove il Municipio non ha da ingerirsi se non per la conservazione del materiale. Quanto alla chiesa poi il Municipio non vi ha ne può avere alcun diritto, essendo cosa del Vescovo. Quando il Municipio non voglia capire la ragione, né recedere dalle sue pretese. Ella non permetta che sia fatto l'affitto” (Nota 79).

Sostanzialmente dello stesso parere era il Ministro Generale Lauer, ma con più attento senso storico, aggiungeva:

“del resto V. P. può procedere secondo giudica migliore, d'accordo con i suoi consiglieri, perché Ella ed essi stando sopra luogo conoscono ciò che più convenga o non convenga alla Provincia che governano” (Nota 80).

Nel caso specifico si trattava o di perdere per sempre il convento S. Matteo, o di tollerare alcune condizioni poste dal Municipio, in attesa di una soluzione migliore. Il Commissario Ferrecchia e i consiglieri Centola, Giuliani e Petracca scelsero la seconda alternativa.
Il giorno 9 febbraio 1899, tra P. Antonio Centola e il Comune di S. Marco si conveniva: Centola assumeva l'incarico di Cappellano del convento S. Matteo per due anni; si obbligava a mantenere il culto nel Santuario facendo propri i proventi, e s'impegnava alle riparazioni ordinarie del fabbricato. Doveva corrispondere al Comune l'annuo canone di lire Mille, e gli era consentito di usare i locali necessari alle sue funzioni e all'al­loggio sporadico dei pellegrini. Gli altri locali restavano ad “esclusiva disposizione del Municipio” (Nota 81)  (Doc. 20).
Calvitto scendeva da S. Matteo a S. Marco; Centola saliva da S. Marco a S. Matteo.