Centola diceva molto, e le sue lettere sono abbondanti, ma realizzava poco, 'negli affari di S. Matteo - osservava Ferrecchia - si lasciava prendere la mano mostrandosi poco avvertito in cose di tanta importanza'. Al 31 dicembre 1900 scadeva il contratto, e, prima di tale data, Centola rinnovava la domanda al Municipio per la conferma di cappellano.
Colpo di scena: il Consiglio comunale bocciava la domanda di Centola, e nominava cappellano di S. Matteo l'ex frate Vincenzo Calvitto. Il Vescovo di Foggia Carlo Mola ne dava comu­nicazione al Ministro Provinciale:

Archivio fotografico del convento di S. Matteo sul Gargano. Vecchia diapositiva in vetro di inizio '900 raffigurante Assisi, città natale di S. Francesco.
Archivio fotografico del convento di S. Matteo sul Gargano. Vecchia diapositiva in vetro di inizio '900 raffigurante Assisi, città natale di S. Francesco.
“Rev.mo Padre, scrissi al Sindaco di S. Marco. Ma sono prevalse le male arti. In data 25 corrente il P. Antonio Centola mi ha scritto, che, malgrado una sua domanda di pagare lire 700, come fitto del convento, pure il Calvitto ha ottenuto dal Consiglio Municipale di essere nomi­nato cappellano. II mio Vicario Foraneo mi fa sapere che questa nomina sarà annullata; e quando nol fosse, non avrebbe altra durata che sino al dicembre del corrente anno. Il Calvitto è stato secolarizzato ad tempus. Sta sotto la sua giurisdizione ancora. La P. V. agisca. Non troverà opposizione alcuna da parte mia, standomi assai a cuore che non sia tolto il convento al Serafico Ordine. Per tal ragione, richiesto di appoggiare la domanda per far venire i Padri Salesiani, mi sono negato” (Nota 82).

Con decreto del Generale Luigi Lauer, del 9 luglio 1899, era Ministro Provinciale dei Frati Minori di Puglia P. Bernardino Devoto da Carasco, detto semplicemente, in Provincia, P. Carasco.
Un francescano di tempra forte che aveva il carisma del governo, ed era una sua specialità quella di mettere a posto i riottosi. L'invito ad agire era superfluo. Appena saputa la notizia dell'impennata calvittiana scrisse all'arciprete di S. Marco:

“sono informato che l'ex frate Calvitto ottenne da codesto Municipio d'essere nominato cappellano della chiesa di S. Matteo.
Ciò non solo è offesa all'Ordine Francescano, in nome del quale vuol far credere operare, senza averne avuto alcun man­dato; ma anche al Vescovo Diocesano, il quale con pieno accordo dell'Ordine, chiese per suo uso il convento.
Non potendo io ciò tollerare, prego V.S.M.R. che voglia compiacersi di ricordare al detto Calvitto essere ancora in vigore l'interdizione da me fattagli di abitare nel convento di S. Matteo, e di celebrare nella chiesa dello stesso.
E questa interdizione deve durare fino a che quel luogo sia soggetto alla mia giurisdizione ecclesiastica. Quando poi sarà passato a quelle del Rev.mo Ordinario Diocesano, con lui se la vedrà. Perdoni M. R. Sig. Arciprete il disturbo, e approfitti della mia servitù. Dev.mo P. Bernardino” (Nota 83).

La deliberazione, favorevole al Calvitto, fu annullata dalla Prefettura di Foggia, perché due consiglieri comunali la conte­starono come illegale. Si tenne una nuova riunione del Consiglio Comunale e fu nominato cappellano di S. Matteo P. Antonio Centola (Nota 84).
Nel luglio 1901, Carasco si recava a S. Matteo per la visita canonica e lasciava il seguente 'Decreto d'interdizione:

Per ragioni a noi note interdiciamo la celebrazione della Santa Messa e qualunque altra ecclesiastica funzione in questa nostra chiesa ai sacerdoti già frati nostri Calvitto, La Porta e De Santolo. Il superiore locale che ciò permettesse incorrerà ipso facto la sospensione a divinis, e i laici che in qualsiasi modo coopereranno, incorreranno ipso facto la privazione dei Santi Sacramenti. Per entrambi le pene dureranno a nostro beneplacito. Dal convento S. Matteo presso S. Marco in Lamis, addì 19 luglio 1901. Fr. Bernardino da Carasco Ministro Provinciale' (Nota 85).

Vincenzo Calvitto incassò il colpo del Consiglio Comunale e il severo provvedimento di Carasco. Ma dopo due mesi ne combinò una che esplose come fulmine a ciel sereno:

“Anno 1901, giorno 17 settembre, ore 12: Telegramma di P. Antonio Centola al Provinciale Carasco: Padre Calvitto decreto Ministeriale nominato cappellano questo convento. Ordinanza municipale oggi farò consegna al Calvitto. Quid agendum? Padre Antonio.
Stesso giorno, ore 18.05, altro telegramma: Venuto P. Vincenzo mostrando buona intenzione. Desidera rimanere cappellano nominativo non ostacolando Comunità Religiosa purché tolgasi interdetto. Provvisoriamente sarebbe conveniente trovandosi con­vento indebitato. Dopo feste potrebbesi agire. P. Antonio.
Giorno 20 settembre, ore 9.40, altro telegramma: nonostante interdetto i tre ex hanno celebrato stamane. P. Antonio" (Nota 86).

Stando a quanto riferisce P. Bonaventura D'Augelli, Calvitto avrebbe detto:

“Non mi sarei posto in questo inferno, se non fossi diavolo anch'io. In simili faccende ci vogliono ossa dure, ed io credo di averle” (Nota 87).

Da cappellano Ministeriale Calvitto saliva da S. Marco a S. Matteo. P. Centola da S. Matteo scendeva a S. Marco presso la sua famiglia 'colpito da una terribile nevrosi che non gli permise per più giorni di mettere penna in carta' (Nota 88).
Non perdettero la calma né il Provinciale Carasco, né il Vescovo Mola. Carasco ordinava ai frati che erano a S. Matteo di ritirarsi in altri conventi e ne informava il Vescovo.
Mola rispondeva a Carasco:

Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. La mole del monastero sovrastante la valle dello Starale, sullo sfondo la città di S. Marco in Lamis.
Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. La mole del monastero sovrastante la valle dello Starale, sullo sfondo la città di S. Marco in Lamis.
“già precedentemente mi era giunto un telegramma, non facile ad intendersi, perché non sapevo persuadermi che il Calvitto avesse potuto essere nominato cappellano del Santuario con decreto Ministeriale, e nel telegramma si diceva anzi Reale. Chiesi a quel Foraneo schiarimenti, che ancora non mi sono pervenuti. Però voi mi dite tutto, e sgraziatamente è troppo vero. Però ora che egli, ritiratisi i frati per vostro ordine, è rimasto solo colassù, ora che per questo suo atto è caduto più giù nella pubblica opinione, non vi pare che la soluzione verrà da sé? Egli non mi ha chiesto permesso.
Sapeva bene che io non lo avrei dato a lui, che anche intende che non lo incardinerò mai al mio clero. Aspettiamo un poco, attenti a vedere quel che ora può succedere, per prendere poi quei provvedimenti che il dovere e la prudenza suggeriscono” (Nota 89).

Dopo un mese, il 22 ottobre 1901, il Vescovo di Foggia Carlo Mola 'per farla finita coi tre sacrileghi intrusi, interdiceva la chiesa di S. Matteo' (Nota 90), il che comportava il divieto assoluto di celebrare in essa ogni ufficio divino ed ogni rito sacro.

“Saprete forse - scriveva il Vescovo a Carasco - le disposizioni da me date in riguardo al penoso fatto della chiesa di S. Matteo. Dopo aver sperimentato, per un mese e più, tutte le più pacifiche e paterne vie per richiamare al dovere quelli ex frati con esortazioni e con lettere, ecco sono stato costretto in omaggio alla pubblica opinione e per evitare profanazioni maggiori, d'interdire la chiesa. Veramente avrei desiderato che le cose si fossero svolte spontaneamente e fossero giunte al loro termine, senza essere obbligato a prendere questo provvedimento” (Nota 91).

Calvitto scrisse una lettera al Vescovo di Foggia. Il Vescovo la passava al Ministro Provinciale, il quale così scriveva al Vescovo:

“Foggia, convento S. Pasquale 29 ottobre 1901. Eccellenza Rev.ma, la lunga lettera di Calvitto si riduce a quattro cose:
1. vuole insinuare che il fatto di altre nomine del Muni­cipio, tacitamente approvate dal Vescovo, valgano a legittimare la propria intrusione.
2. vuol farsi schermo della buona condotta morale sua antecedente.
3. vuole che si abbiano in considerazione i suoi materiali interessi verso il Municipio.
4. fa appello al cuore di V. E. Rev.ma.
Si risponde: al 1.: le altre nomine fatte dal Municipio furono tollerate pro bona pacis, quella di Calvitto non poteva tollerarsi per le circostanze in cui fu fatta, e perché già altra volta riprovata dalla Curia.
Al 2.: la condotta antecedente del Calvitto già costrinse V. E. a misure poco piacevoli; quando cioè altra volta s'intruse a cappellano; ed anche in occasione della Deliberazione Muni­cipale del 25 aprile u. s. V. E. dovette richiamarlo al dovere. Altre cose che interessano la buona condotta del Calvitto sono note a V. E. se credesse accennarle.
Al 3.: Degli interessi materiali egli solo è responsabile: sapendo che non poteva adempiere gl'impegni, doveva astenersi dall'assumerli. Il tenergliene conto sarebbe stabilire un brutto antecedente, di cui altri si approfitterebbero a strappare alla Autorità Ecclesiastica riconoscimenti non giusti.
Al 4.: Non il cuore, ma la mente deve tenere il governo. Ha la sua parte anche il cuore, ma solo per moderare il rigore della legge; e il cuore ha già adempito al suo ufficio.
Resta a V. E. Rev.ma fare appello al residuo di coscienza del Calvitto.
Gradisca Eccellenza Rev.ma, il mio profondo ossequio e mi creda Um.mo servo in G. C.: P. Bernardino da Carasco, Ministro Provinciale” (Nota 92).

Frate laico di Montecassino. Litografia acquerellata a mano.
Frate laico di Montecassino. Litografia acquerellata a mano.
L'interdetto della chiesa di S. Matteo - caso unico, per quanto sappiamo, nella storia della Provincia dei Frati Minori di Puglia - durò sino al 27 novembre 1901, quando fu tolto dal Vescovo Mola.
Calvitto era disceso - questa volta definitivamente - da S. Matteo a S. Marco nella casa di famiglia. Prima di partire mandò, in regalo, un porchetto, ai Frati di Stignano e chiese il calendario francescano per la recita del Divino Ufficio. Morì a S. Marco il giorno 19 maggio 1913, all'età di 73 anni. Alle esequie non mancò la partecipazione dei Francescani del convento S. Matteo. (Nota 93).
Il primo gennaio 1902, P. Antonio Centola ed altri frati salirono - questa volta definitivamente - al convento di S. Matteo (Nota 94). La chiesa venne benedetta, 'lungo scampanio e Messa cantata in terzo, l'esultanza del popolo - scrive D'Augelli - era immensa, plaudiva al Vescovo Mola e al Provinciale Carasco. Non mai Sammarco si mostrò così interessata della questione di S. Matteo e a nostro favore. La coscienza del popolo si era svegliata'.