Nel Settecento, sotto il “dispotismo illuminato” dei Borboni, anche in Capitanata, si affermò la politica giurisdizionalista che porterà, nel secolo successivo, alla generale soppressione degli Ordini Religiosi. Sotto il colore di difendere la Religione, i giurisdizionalisti rispettavano, a modo loro, il clero secolare, ma onoravano di particolare avversione i Religiosi. Senza sopprimerli rendevano loro la vita difficile e stentata, staccandoli dal governo centrale dei loro Istituti. Esempio tipico di regalismo borbonico è il decreto di Ferdinando IV del primo settembre 1788, ove vengono regolati i minimi particolari della vita monastica (Nota 20).

Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. Accesso agli antichi ovili recentemente restaurati.
Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. Accesso agli antichi ovili recentemente restaurati.
Nel decennio francese, Gioacchino Murat, divenuto Re delle due Sicilie (1808), fece propria la politica giurisdizionalista, e, rincarando la dose, tolse i frati anche dalla dipendenza dal loro Ministro Provinciale, mettendoli alla dipendenza dei Vescovi e costringendoli a concentrarsi in pochi conventi. Uno dei primi atti del governo murattiano fu l'ordinanza di procedere in tutte le Province del Regno ad un esatto inventario dei conventi.
Il Consigliere di Stato Nolli, Intendente di Capitanata, formò varie Commissioni. I membri di quella di S. Marco in Lamis salirono al convento S. Matteo:

“Oggi che sono i quattordici del mese di agosto corrente anno 1808, si sono recati nel con­vento dei Reverendi Padri Osservanti sotto il titolo di S. Matteo, il Regio Governatore e Giudice del detto capoluogo il Sig, Giuseppe Bassi, col Mastodatti della Corte Sig. Domenico Maggi, il Sindaco di detta Comune Sig. Antonio Maria Villani con il cond. civico Notar Teodoro Vincitorio, ed il Parroco della Matrice Chiesa Canonico D. Francesco Centola, ed ivi alla presenza dell'infrascritti testimoni si è fatto noto al Rev. Vicario P. Giacinto da Foggia, per l'assenza del Guardiano di detto convento P. Michelantonio da Manfredonia, la disposizione di S. E. il Ministro del Culto colla corrispondente circolare circa l'esatto inventario da farsi dei semoventi, industriali, sacri arredi, col locale, e l'obblìgazione di esiggersi di darne conto sotto la più stretta responsabilità. Esso Rev. Vicario preggiandosi di ubbidire a tutte le disposizioni del Governo, e di S. E. il Ministro del Culto, ha sottomesso all'inventario e annotazione quanto è venuto ordinato” (Nota 21)  (Doc. 18).

Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. Chiesa - Interno.
Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. Chiesa - Interno.
Dal dettagliato inventario risulta che la chiesa era ben fornita di arredi sacri, preziose alcune pianete intessute “in lama d'oro e d'argento”. Tra i comuni oggetti d'argento vi era “l'ostensorio con il sacro dente di S. Matteo”. Nell'interno della chiesa i pilastri erano ricoperti di “strisce di arazzo”. Vi erano: l'altare maggiore di marmo con nicchia e statua di S. Matteo, e quattro altarini di pietra con statue di S. Giovanni Battista, S. Giuseppe, Concezione e S. Antonio.
Il convento era sufficientemente arredato; nella libreria vi era 'una scanzia con 151 volumi di libri diversi spezzati, di croniche della Religione e predicatori'.
Nella stalla vi erano 'quattordici cavalli con i corrispondenti imbasti, per uso dei frati questuanti”. Non mancava 'il molino e un cavallo cieco per uso del medesimo'.
Gli oggetti inventariati rimasero in consegna al Vicario del convento P. Giacinto che “con giuramento tacto pectore more sacerdotali, si obbligava sotto la sua stretta responsabilità a non rimuovere qualunque minima parte che nell'inventario tro­vasi annotata”.
Dopo 'l'operazione inventari', il 7 agosto 1809, Gioacchino Murat decretava:

'Le Costituzioni degli Ordini Religiosi detti degli Osservanti, dei Riformati, dei Cappuccini e degli Alcantarini sono abolite in tutto il Regno', ma 'agl'individui di tali Ordini è permesso di seguitare a vivere in comune nei conventi secondo la propria Regola... senza dipendere dal Ministro Provinciale, saranno soggetti al Vescovo Diocesano e saranno assegnati ai conventi dell'Ordine rispettivo, in modo che niun convento contenga un numero minore di 12 professi tra sacerdoti e laici' (Nota 22).

Questo decreto non appare nel 'Bullettino delle leggi', ma fu ugualmente inviato agl'interessati. Decreto oscuro ed ambiguo che determinò uno stato di cose così intrigato, che gl'Intendenti non riuscivano a sbrogliare la matassa. L'esecuzione di esso venne rimandata, difatti lo stesso Re, il 10 gennaio 1811, stabiliva: 'il decreto del 7 agosto 1809 sull'abolizione delle Costituzioni degli Ordini Religiosi degli Osservanti, dei Riformati, dei Cappuccini e degli Alcantarini sarà eseguito al primo aprile del corrente anno 1811' (Nota 23).
In sostanza alcuni conventi dovevano restare aperti, altri bisognava chiuderli. Quali? L'Intendente di Capitanata Giuseppe Charron non riusciva a distrigarsi in quel ginepraio di lettere che gli piovevano addosso dal Governo, da Prelati, da Sindaci, da frati, nel malcontento generale delle popolazioni.
Per il convento S. Matteo, il canonico Carlo De Carolis, Vicario Capitolare di S. Marco, manifestava la sua opinione all'Intendente:

Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. Vecchia Galleria degli 'ex voto' - Particolare.
Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. Vecchia Galleria degli 'ex voto' - Particolare.
“Ho ricevuto il plico del Real decreto del 7 agosto 1809 contenente l'abolizione delle Costituzioni di diversi Ordini Religiosi, con cui venendo soppressi vari conventi nella Provincia, dai quali questo badial convento viene esentato e conservato nella Comune medesima, volendo intanto far conoscere li tre articoli descritti all'E. V., rispondo:
"Sul primo: in questo badial convento di S. Giovanni in Lamis, oggi detto S. Matteo, vi sono tre sacerdoti e dieci conversi professi. Li sacerdoti sono pochi, che però potrebbero aggiungersi altri cinque, e rimanere nel monistero dieci laici per servizio della chiesa, monistero e questua, ben inteso, che per il buon ordine tanto quelli che debbono aggiungersi, quanto quelli che debbono licenziarsi siano noti alla Curia per lo motivo, che prima del presente Real decreto ne aveva prevenuto il Provinciale di rimuoverne alcuni, altrimenti ne avrei fatta relazione al Ministro del Culto".
"Sul secondo: col numero sopradetto non solo questo popolo ma anche i forestieri ne riceverebbero l'utile delle confessioni ed altri esercizi di pietà, perché essendo il monistero sudetto luogo di divozione che richiama il concorso non solo della montagna di S. Angelo, che della Puglia e fuori di Provincia, precise nella fiera del 21 settembre giorno di S. Matteo, nel qual tempo ed in altro si mandano come al solito per il bisogno e pel buon ordine dalla Curia altri sacerdoti per sodisfare la divozione dei popoli, che vi concorrono".
"Sul terzo: il monistero sudetto non ho motivo ragionevole a credere potersi sopprimere, per essere lo stesso il sollievo non solo dei poveri di questa Comune, ma anche degli esteri per l'oggetto del gran concorso sopradetto"” (Nota 24).

Nella soppressione murattiana, il convento S. Matteo fu risparmiato, restò aperto anche ad altri frati venuti specialmente dal soppresso convento di Gesù e Maria in Foggia. Occorreva sistemare la numerosa famiglia religiosa, e tutti si credettero in diritto di prendere la parola.
Un po' di campionario: l'arciprete Francesco Centola teneva a dire al Sottointendente Patroni di Sansevero:

“dovendosi situare la famiglia religiosa degli Osservanti in questo convento di Sammatteo per discarico di mia coscienza, e per il bene di questa popolazione mi fo un dovere parteciparvi, che nella Comunità attuale vi sono dei Religiosi disturbatori e scandalosi, li quali in vari incontri mi han dato motivo d'inquietudine, così nel situarsi la famiglia stimo necessario, che i primi siano i Religiosi paesani a tenore del Reale decreto su tale oggetto e quindi a situarsi quei Religiosi, che possono essere non solo di buono esempio e di edificazione ma ben'anche di utilità, a van­taggio per il bene della popolazione. E perché devono formare parte del clero non vorrei che essendo sotto la mia cura mi diano poi motivo di maggiori disturbi. Sarei perciò di parere, che nella tavola da farsi pel convento suddetto sii (sic) io inteso circa i soggetti da collocarsi” (Nota 25).

Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. Reliquiario d'argento con un dente di S. Matteo.
Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. Reliquiario d'argento con un dente di S. Matteo.
Altro numero del campionario: il Vicario capitolare di Sansevero, Bonaventura, confermava ed autorizzava il superiore del convento, e aggiungeva: a prevenendola di far sentire a questa vostra Comunità che le leggi e le regole da osservarsi sono quelle istesse che prima erano, e non s'intende altra differenza che siccome prima per l'osservanza o moderazione si doveva dipendere dai Provinciali, oggi si deve dipendere dagli Ordinari rispettivi; e siccome prima li superiori locali venivano scelti dai Provinciali, oggi si scelgono dagl'individui componenti la famiglia istessa non ad altro fine che per chiudere la porta alle doglianze, e clamori d'aver ricevuto un superiore che non era a loro divo­zione e fosse abborrito” (Nota 26).
Con i nuovi arrivati, il convento S. Matteo venne a trovarsi strapieno di Religiosi, il che creava nuovi problemi per il P. Guardiano che scriveva all'Intendente:

'La Real Sua Maestà del Sovrano essendosi benignata di conservare questo convento, molti frati da altri conventi tolti, sono qui capitati, ecco aumentata la necessità della sussistenza per l'aumento della famiglia, ed ecco da ciò il bisogno di più attivare la questua'.

E perché un gradito cercatore non partisse, il P. Guardiano aggiungeva:

“Vostra Eccellenza senza por mente ad altro, si benigni farlo qui rimanere, per una grazia particolare a questo convento, e per una divota crtesia al Santo Protettore. La Comunità non farà che pregare Iddio per la salute e maggior esaltamento di Vostra Eccellenza” (Nota 27).

Questa volta Charron rispose negativamente, non per venir meno alla 'divota cortesia', ma perché a S. Matteo vi erano diciotto fratelli laici, e perché Gian Tommaso Giordani, Sindaco di Manfredonia, aveva protestato in termini non proprio dolci ed amabili

Litografia acquerellata a mano - Monaco questuante.
Litografia acquerellata a mano - Monaco questuante.
“Questo convento di Manfredonia (S. Maria delle Grazie) è miserabile, perché non vi esistono laici, mentre costoro si annidano tutti nel convento di S. Matteo, donde sboccano nell'intiera Provincia, e col tirare tutto a se stessi fanno si che gli altri conventi, che prestano maggior utile allo Stato e colle scuole e cogli esercizi di culto, languiscono nella miseria. Lad­dove quello di S. Matteo situato in una campagna ha pochi sacerdoti, ed abbonda di tanti laici per lo più giovani e professi e non professi, che il loro numero reca grande danno alla società, la quale invece di nutrire l'industrioso ed il fatigatore, è obbligata a dar pane ad accattoni pigri ed oziosi, che dalla volgare superstizione vengono anteposti a quei medesimi, cui l'umanità e la Religione accorda al soccorso il titolo di tutta preferenza" (Nota 28).

Una punta di affannosa retorica mista ad elementi di acre sapore, nei quali Gian Tommaso non sarebbe caduto se avesse tenuto conto la ragione per cui il convento S. Matteo disponeva di numerosi frati questuanti. La ragione era che detto convento sopportava le maggiori spese per la Provincia monastica. Quando nel 1776 la Provincia di S. Angelo fu divisa, i frati pugliesi affrontarono spese rilevanti, per i soli avvocati del foro napoletano Giambattista Collotti e Ippolito Caputo, che patrocinarono la causa della divisione presso la Santa Sede e la Reale Corte di S. Chiara, spesero 1800 ducati, somma che in gran parte fu versata dal convento S. Matteo (Nota 29). A tutte le spese particolari del Ministro Provinciale e della sua "Corte" pensava il convento S. Matteo. A provvedere il vestiario a tutti i frati della Provincia - ed erano sempre oltre 200 - pensava il convento S. Matteo.
Perciò nessuna meraviglia potranno suscitare i seguenti dati sta­tistici:
Anno     Sacerdoti Chierici      Laici
1839           8            12                35
1840           7            12                39
1841           7            11                38
1842           8            11                38
1843          10           12                39
1844          10           10                38
1845          12           11                39
1846            8           12                38
1847           10          12                38
1848           10            6                27 (Nota 30)