Da 'Bollettino della Biblioteca' n. 3 - Santuario di San Matteo San Marco in Lamis Foggia, pagg. 210-214 - Anno 2003

In ricordo di P. Doroteo Forte

Una foto del 2012 di p Mario Villani
Una foto del 2012 di p Mario Villani
Sembrava una quercia. Nonostante gli anni, aveva conservato la sua posizione eretta, lo sguardo ben fisso negli occhi dell'interlocutore; il passo leggermente strascicato su piedi larghi e ben muniti gli dava un incedere ondeggiante ma sicuro.
Il viso ornato di perpetua smorfia tradiva i suoi sentimenti verso un mondo che non lo convinceva completamente, ma che, nonostante gli anni, lo divertiva ancora. Si diceva un uomo del passato, e credeva veramente di esserlo. Ma guardava il futuro e faceva progetti come se dovesse vivere in eterno. Poi se n'è andato in pochi mesi di malattia.
Qualche settimana prima avevo trascorso con lui qualche ora. La gioia di rivedermi gli saliva da tutti i pori. Fece sforzi immani per alzarsi dal letto, indossare l'abito religioso, completo di cingolo e cappuccio, e sedersi su una sedia di fronte a me. Anche dinanzi alla morte non rinunciò a gustare la vita, né all'orgoglio di essere francescano, ben cosciente che l'esistenza terrena, i ruoli ricoperti, il bene fatto, tutto, non era altro che grazia.
E i difetti? Certo, anche i difetti. Ma li viveva con l'ingenua cortesia del giullare che non sempre trova le parole acconce; oppure li esorcizzava con innocue sottolineature della bocca che s'accentuavano quando i discorsi diventavano solenni e definitivi, o invitanti, o paradossali, o grotteschi.
Di lui è stato detto che era un tradizionalista. Ma certo non di quelli che affidano alla solida ripetizione di atti le proprie insicurezze, le pigrizie, e l'incapacità di guardarsi intorno, di percepire i movimenti e le variazioni della vita, di leggere i segni dei tempi. La sua tradizione si chiamava abito francescano, inteso come cultura, capacità di leggere e interpretare il mondo, metodo originale di esaminarsi e di progettare. Era ben cosciente che otto secoli di storia francescana hanno lasciato segni di cui a nessuno è consentito di non tener conto.
Padre Doroteo Forte
Padre Doroteo Forte
Ebbe la ventura di entrare nell'Ordine Francescano in tempi duri, ma privilegiati; era il 1926, meno di trent'anni dalla ricostituzione, avvenuta nel 1897, della provincia Francescana di San Michele Arcangelo in Puglia dopo la parentesi delle soppressioni ottocentesche. Fu allevato al culto della storia dei padri, da cui attinse la consapevolezza del ruolo svolto dall'Ordine Francescano nei secoli, insieme all'orgoglio di appartenervi. I suoi maestri erano stati i protagonisti della ricostruzione della provincia. Col senso del dovere, gli trasmisero il suo caratteristico lucido entusiasmo creativo, insieme all’italica arte dell'arrangiarsi, di inventarsi la vita, coniugata con sorprendente razionale freddezza nell’analizzare, nel far sintesi e nel proiettarsi in un futuro, neppure troppo vicino.
Quando parlava di fatti e personaggi ormai lontani nel tempo, si commuoveva, ed era evidente il rammarico di aver perso qualche sillaba degli insegnamenti dei maestri.
Cominciò la sua 'carriera' come predicatore. Anche se il suo atteggiamento deciso, la chiarezza di vedute e la pulizia del suo eloquio presto gli aprirono le possibilità di una funzione direttiva nell'ambito della vita della provincia Monastica dei Frati Minori, la sua vocazione restò a lungo quella del predicatore. Né al ricordo degli incarichi rice­vuti dedicò mai molto spazio. Si sentiva soprattutto predicatore, che ogni tanto veniva prestato, complice la necessità, a questa o a quella incombenza.
Fin verso gli anni '60 questa fu la sua attività principale. Toccò tutti i pulpiti pugliesi e molisani, con frequenti puntate in altre regioni. A quel tempo la predicazione era una cosa seria; obbediva a regole precise e non si confondeva affatto con la lezione di teologia, o con la catechesi o con la conversazione. Al predicatore non era consentita l'espressione discorsiva e un po’ sciatta del parroco di campagna, né l’asettica pulizia concettuale dell'accademico. Al predicatore si chiedeva robustezza d’impianto, espressione articolata e chiara, dottrina sicura, capacità di porgere attingendo alla vasta gamma degli strumenti retorici, occhio aperto alle necessità dell’ora, vasta cultura letteraria, storica e filosofica. Era normale che le prediche fossero per intero scritte e imparate a memoria. Ci si formava analizzando le prediche di oratori famosi. Insomma essere predicatori era un lavoro specializzato da prendere molto sul serio. Diversi Frati si erano incamminati su questa via costituendo una sorta di collegio a cui si ricorreva per quaresimali, panegirici, settenari, novenari, mesi di maggio ecc. Alcune di queste figure sono rimaste a lungo sulla scena, insieme a P. Doroteo: P. Gabriele Moscarella, P. Leopoldo Nardone, P. Pacifico Stragapede, P. Edoardo Novielli, P. Pancrazio Modugno ecc., per parlare solo dei frati già defunti.
I modelli erano i grandi predicatori francesi e italiani dell'Ottocento, i domenicani Enrico Domenico Lacordaire e Giacomo M. Luigi Monsabré, P. Gioacchino Ventura, Mons. Geremia Bonomelli, il francescano P. Agostino da Montefeltro e soprattutto il barnabita P. Giovanni Semeria. Di costoro si apprezzavano, oltre alla cultura e all’affascinante eloquenza, anche l'apertura verso i problemi sociali e politici, nonché la capacità di dialogare col mondo della cultura. P. Doroteo ha vissuto con forte convinzione il suo ruolo soprattutto nel drammatico periodo della seconda guerra mondiale e in quello postbellico caratterizzato da forti passioni civili e grandi contrapposizioni ideologiche.
Nel primo decennio della seconda metà del sec. XX si consolidò la sua seconda vocazione, quella dello storico. L'occasione che ve lo spinse definitivamente fu la morte del suo compaesano, era di Rignano Garganico, e amico carissimo P. Leonardo Jannacci. Letterato finissimo e insegnante entusiasta, P. Leonardo si era laureato con una Tesi su un illustre frate Minore dell'Ottocento, anche lui di Rignano Garganico, P. Antonio Fania. Il P. Fania era uno straordinario oggetto di ricerca: poco conosciuto dai manuali di letteratura, aveva avuto contatti stretti con i migliori rappresentanti della cultura cattolica della metà del sec. XIX; era stato un teologo apprezzato dagli ambienti vaticani dove aveva collaborato alla stesura della Bolla di Pio IX con cui il papa aveva proclamato, l’8 dicembre 1854, il dogma dell'Immacolata Concezione di Maria; era stato anche caricato di notevoli responsabilità al vertice dell'Ordine Serafico dove aveva dato un decisivo contributo al rinnovamento degli studi; aveva lasciato una nutrita serie di opere teologiche, di predicazione, di approfondimenti di problemi linguistici, biografie ecc. Il P. Leonardo spesso aveva promesso di riprendere la sua Tesi di Laurea e di darla alle stampe, ma la morte lo colse senza che avesse potuto dar corso ai suoi propositi.
P. Doroteo colse le sollecitazioni dell'amico e riprese le ricerche riuscendo a delineare la complessa personalità del Fania come frate e come superiore provinciale dei Frati Pugliesi, nonché a dipanare i suoi intricati rapporti con gli intellettuali del tempo, con la Curia Romana, a chiarire il ruolo non secondario da lui svolto nella ricostruzione degli studi nell'Ordine e nella fase finale degli studi preparatori della dichiarazione del dogma dell'Immacolata. L'opera, completa e non priva di un certo intento apologetico, vide la luce nel 1961 col titolo P. Antonio Maria Fania di Rignano Garganico, un animatore e un precursore. Fu la prima di una lunga serie di ricerche storiche interrotta solo dalla morte. Seguirono a ritmo incalzante nel 1967 la prima edizione di Testimonianze Francescane nella Puglia Dauna; nel 1973 Itinerari Francescani in Terra di Bari; nel 1975 Movimento Francescano nel Molise. Nel 1978, in occasione del IV Centenario della presenza dei Frati Minori in questo Convento di San Matteo a San Marco in Lamis, diede alle stampe Il Santuario di S. Matteo in Capitanata. Fino alla morte si dedicò alle ricerche archivistiche frequentando con grande assiduità gli Archivi di Stato di Campobasso e di Foggia dov’era di casa. Insieme a queste opere maggiori uscirono alla chetichella una nutrita serie di pubblicazioni riguardanti altri conventi della Provincia, figure di frati, gustosi bozzetti di vita fratresca e il suo borgo d'origine, Rignano Garganico. Nel frattempo collaborava con diverse riviste storiche, partecipava a convegni, teneva conferenze. Alcune sue opere, come il Necrologio della Provincia, attendono di essere pubblicate.
Le pubblicazioni di P. Doroteo Forte hanno il non piccolo merito di aver rotto un silenzio di storia scritta che sembrava far parte degli stessi caratteri genetici dei Frati Minori della Capitanata e del Molise.
In verità alcune componenti del Movimento Francescano della Capitanata e del Molise avevano già una loro visibilità storica. Mi riferisco ai Frati Minori Riformati la cui storia era conosciuta dalla preziosa opera settecentesca di Fr. Arcangelo da Montesarchio, ripubblicata accresciuta nel sec. XIX da Fr. Antonio da S. Giovanni Rotondo. Anche i Frati Minori Alcantarini avevano la loro brava storia scritta nel sec. XVIII da Fr. Casimiro della Maddalena; per non parlare dei Cappuccini che avevano all'attivo una nutrita serie di pubblicazioni storiche. Ma i Frati Minori Osservanti, no! Sembrava che nella loro lunga presenza in Capitanata, dalla fine del sec. XIV, non avessero prodotto nulla. L'unico che aveva pubblicato, nei primi decenni del sec. XX, una storia dei Frati Minori Osservanti, rapida e striminzita, era P. Ludovico Vincitorio da San Marco in Lamis. Le poche paginette dal solenne titolo L'alma Provincia di San Michele Arcangelo in Puglia, che furono a lungo l'unico punto di riferimento, proponevano una sorta di rivisitazione, sulla scorta di pochi documenti nuovi, dell'opera cinquecentesca De Origine Seraphicae Religionis di Francesco Gonzaga, a cui, peraltro si rifacevano anche molti storici paludati, a cominciare dal citatissimo frate irlandese Lucas Wadding. La pubblicazione di P. Ludovico Vincitorio, d'altra parte, non andava oltre l'intenzione di presentare la provincia francescana di S. Michele Arcangelo, rinnovata dopo le devastazioni ottocentesche, in tutta la sua nobiltà di una delle sette Province Madri dell'Ordine, e insieme di sostenere, anche attraverso una più puntuale consapevolezza del proprio passato, il duro lavoro dei frati impegnati nella ricostruzione della provincia.
Le pubblicazioni storiche di P. Doroteo costituiscono ora un imponente complesso a disposizione degli studiosi che certamente crescerà nella sua potenzialità quando saranno aperte alla consultazione anche le innumerevoli cartelle di documenti, appunti, progetti che P. Doroteo ha raccolto in quarant'anni di ricerche.
Speriamo che qualcuno raccolga l'eredità di P. Doroteo. Spesso diceva con rammarico di non aver potuto scavare in tutti gli archivi che avrebbe voluto visitare. Era quindi ben conscio che la sua opera non voleva essere altro che una pista appena tracciata che altri avrebbe percorso in tutta la sua interezza.
P. Mario Villani