Due parole di presentazione
Rodi 18 agosto 2005

Alcune foto della presentazione del libro

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Come Frate Minore sento il dovere di ringraziare Isabella Damiani e Loredana Lunetta per aver rilanciato con uno splendido inedito gli studi su P. Michelangelo Manicone da Vico del Gargano. Il P. Manicone, infatti, è un protagonista della storia della nostra Provincia Monastica di S. Michele Arcangelo nella seconda metà del XVIII e il primo decennio del XIX secolo.
Voglio sottolineare subito che il P. Manicone non è un isolato nel panorama culturale della nostra Provincia Monastica dei Frati Minori nella seconda metà del sec. XVIII. Il P. Michelangelo ha operato soprattutto nel nostro Studio Generale di Gesù e Maria in Foggia, dove, insieme a lui ha insegnano anche P. Giuseppe Campanozzi di San Marco in Lamis, autore di pregevoli opere di filosofia, di liturgia e di spiritualità. Lo Studio, poi, era il punto di riferimento culturale di molta gioventù foggiana. A Foggia, infine, nella seconda metà del sec. XVIII era stata istituita, a cura dell'Università, uno studio pubblico in cui un Frate Minore Osservante della Provincia romana, P. Antonio di Cave, già ospite della nostra Provincia Monastica nel convento di Manfredonia, fu chiamato, in seguito a regolare concorso, a insegnar filosofìa. La fine del sec. XVIII è quindi un periodo particolarmente di produzione e attività culturale della nostra Provincia. Il nostro Gruppo di Studio ha iniziato lo studio di questo periodo soprattutto allo scopo di mettere allo scoperto i rapporti dei nostri ambienti culturali con gli ambienti illuministi napoletani.
E veniamo al volume del Manicone.
La Fisica Daunica, di cui con ansia aspettiamo la pubblicazione del primo volume, ha il merito di mettere alla portata di tutti uno straordinario personaggio della nostra storia finora conosciuto solo parzialmente e per lo più per sentito dire.
La sua opera principale, La fìsica Appula, ormai è introvabile. L'edizione anastatica, curata dalla nostra Biblioteca di San Matteo per conto del Parco Nazionale del Gargano e della nostra Provincia Monastica di San Michele Arcangelo, mentre ha il grande merito di aver salvato l'opera dall'oblio, ha il difetto di presentarsi come un libro ormai definitivamente consegnato al passato, con la sua pagina sbiadita, i caratteri minuti, l'impianto editoriale non confacente ai moderni gusti. Insomma: un'opera abbastanza diffusa, ma che rimane sostanzialmente aperta a pochi interessati. Anche l'edizione della Fisica Appula curata da P. Cristoforo Javicoli ormai è introvabile.
Altro grande merito delle curatrici della Fisica Daunica è quello di aver sciolto e rese fruibili le citazioni delle innumerevoli opere a cui il P. Manicone fa riferimento. Oggi l'arte della citazione si va perdendo; ma chi ha a che fare con questi studi sa che un buon apparato bibliografico è la misura dell'onestà intellettuale del ricercatore, il quale mette il lettore nelle condizioni ideali di verificare, approfondire, allargare e contestare. Chi ha letto anche in parte il Manicone conosce le difficoltà di tale ricerca che si articola non tanto in direzione di grandi opere da tutti conosciute, quanto nei confronti di libri a circolazione limitata fra addetti ai lavori, o di interesse geograficamente circoscritto, o riguardanti argomenti interessanti piccole comunità. Si aggiunga che la maggior parte di questi libri, insieme a una circolazione limitata, hanno usufruito di una tiratura di pochissimi esemplari conservati spesso in biblioteche private o periferiche e a tutti sconosciute. Senza la tenacia delle due ricercatrici non avremmo mai conosciuto i caratteri editoriali di molte opere. Già questa compiuta dalle due tenaci ricercatrici Isabella Damiani e Loredana Lunetta è una ricerca di tutto rispetto offerta agli studiosi su un piatto d'argento. Si aggiunga, poi, che molte di queste opere citate sono arrivate alla conoscenza del P. Manicone dopo brevissimo tempo dalla loro pubblicazione. E ciò è anche la misura della circolazione della cultura nei nostri conventi francescani, nonché un punto interrogativo sull'affermazione apodittica dell'isolamento culturale del Gargano.
Quando qualcuno proseguirà tale operazione su tutti i cinque volumi della Fisica Appula avremo una Summa della cultura meridionale, con i suoi molteplici rapporti con gli illuministi francesi e con i ricercatori di Vienna e di Berlino, a cui gli studiosi potranno attingere per decenni.
Altro merito delle curatrici è di averci offerto, insieme al pensiero di Manicone, anche la storia della formazione di questo pensiero attraverso la riproposizione puntuale di quelle parti del testo che hanno subito cambiamenti, su cui l'autore ha ripensato e riformulato, nonché di tutte quelle parti contenute nella Fisica Appula. L'integrità del testo manoscritto è stato uno criteri fondamentali della cura di Isabella Damiani e Loredana Lunetta.
Voglio sottolineare, infine, il sottile, e anche un po' ironico piacere, aprendo la Fisica Daunica, di veder presentato il volume non da uno scienziato, o da uno storico del Gargano, o da un tecnico dell'agricoltura, o da un climatologo, o da un chimico, ma da uno studioso che cura interessi 'toto coelo', come dicevano gli antichi, diversi. Dinko Fabris è musicologo e musicista docente al Conservatorio di Musica di Bari e all'Università di Potenza. Don Vincenzo De Gregorio, presentatore del prossimo primo volume, è, anche lui musicologo e musicista. Direttore del Conservatorio di Musica "S. Pietro a Maiella" di Napoli e organista nel Duomo di Napoli.
Il fatto è che le curatrici, da quel poco che ho percepito dalle mie limitate conversazioni, lavorando al Manicone, si son divertite, come mi son divertito io leggendo e come si è divertito P. Michelangelo Manicone scrivendo.

"Chi non diletta, è da pochi letto - afferma nella Fisica Appula-. Pochi resister possono ad una lunga serie di raziocinj, I più legger vogliono i libri scritti con uno stil fiorito. La maggior parte di quei, che leggono, amano più il duetto, che l'istruzione. Or sopra soggetti di Fisica possono essi spandersi de' fiori? ed uno spirito nutrito tra le tetre malanconie di un Chiostro può egli essere bello spirito? ... Potendo le verità fisiche esser con vaghi fiori abbellite, dove, dirai, prenderà l'immaginazione quel vago, capace di renderle belle? Dalla Natura, rispondati. Questa è un parterre, che produce fiori, che sopra ogni genere di vero spander si possono".

Il linguaggio è essenziale nella comunicazione. Ma qui non è solo questione di linguaggio. Il P. Manicone ama quel che studia, e si lascia coinvolgere dalla bellezza del paesaggio come dalla tortuosa polivalenza della storia e dalla vicenda delle popolazioni; spesso si perde in fantasticherie sulle possibilità inespresse di uomini non abbastanza consapevoli di se stessi. Il P. Manicone mostra in questo di essere un vero francescano: un contemplativo che allarga il suo quadro e completa l'oggetto della sua osservazione con lo studio, l'osservazione, i viaggi, l'ascolto. Il senso dell'arte è essenziale nella vita di un francescano: questa capacità di percepire le linee misteriose della vita, la cui scoperta è sempre una sorpresa. Il Manicone legge molti libri, ma la sua fonte preferita è l'osservazione, l'ascolto.

"Il perché ho spesso conversato - dice nella Fisica Appula -, e tuttavia converso cogli uomini ragionatori, coi Locati apruzzesi, coi Coloni, coi curateli, coi contadini di buon senso, e finanche coi pizzicagnoli; fommi da costoro comunicare i loro lumi, le loro osservazioni, e le loro esperienze; e procuro di non insaccare alla cieca le notizie, che da essi sento".

E tuttavia la conoscenza non si ferma al piacere solipsistico caro a Lucifero, ma si vela di sottile malinconia nel vedere che altri non contemplano, e perciò non amano e non amando non miglioreranno mai né se stessi né la terra che li ospita. Intorno a lui folle di contadini frustrati, morti di fatica vana, che sopravvivono in tradizioni senza senso come l'ostinarsi in colture fallimentari, che ricorrono ad espedienti senza futuro come la cesinazione dei boschi. L'agricoltura per Manicone è un compito religioso. L'abbrutimento senza speranza di pastori e contadini è per lui, sacerdote mediatore in Cristo della salvezza integrale dell'uomo, un appello e una sfida. Con Manicone si realizza in un preciso punto geografico l'utopia tutta francescana, ma fondamentalmente evangelica, della scienza come contemplazione proiettata verso nuovi gradi e traguardi, man mano che le persone diventano più coscienti di se stesse e della Madre Terra.
Ma non tutti i quadri che Manicone ha dinanzi sono malinconici. Rodi, per esempio. Credo che tutti i presenti, appena avuto il libro siano corsi a leggere i capitoli ad essa dedicati.
Rodi Garganico è per P. Michelangelo l'angolo benedetto in cui trovano perfetta sintesi fortunate coincidenze di elementi naturali e solerte risposta dell'uomo: perfetta sintesi di natura e di storia. Qui le esigenze degli abitanti e le naturali ricchezze del territorio dialogano fra loro quasi in un intreccio armonico di esigenze diverse in cui prevale l'intenzione del reciproco completarsi e arricchirsi.
Il quadro conclusivo è di una bellezza che è fisica e spirituale insieme, dove l'equilibrio delle linee e dei colori è perfetto, come perfetto è l'innestarsi della terra nel mare, l'insinuarsi di questo negli anfratti e lo scorrere dei ruscelli, (p. 48)

"...paggetti, verdeggianti falde di colli, ed alte siepi di elei, di lauri, di rose selvagge, e di altre piante odorose orlano la spiaggia di Rodi. Quanto non influiscono essi nel bello campestre i ruscelli che scorrono tra le macchie, e nel mare si scaricano? La spiaggia di Rodi è da vari ruscelli d'acqua dolce tramezzata". "Dovrei descriver qui i deliziosi giardini di agrumi. Ma io non posseggo né quei colori, con cui Bonfadio dipinse le delizie del suo Lago di Carda, né quelli con cui Roberti fece un quadro de' contorni di Bassano. Dunque dico che se un Poeta vedesse i giardini di Rodi, egli non potrebbe astenersi di parlarne in versi. Quindi - conclude - siccome i Mori dicevano, che il Paradiso terrestre esser dovea in quella parte del Cielo, che guarda verticalmente la bella Granada, e i suoi fertili e ridenti dintorni; così i Rodiani dir potrebbono, il Paradiso essere nel loro Zenit". E, prendendo gusto per il paradosso riferisce "Se Iddio volesse far la sua dimora in Terra, - dicono i rodiani - Ei la farebbe a Rodi".

Questo, però, lo lascia alquanto perplesso: che cosa dovrebbe farci Dio a Rodi? Ma è chiaro, direbbe qualche mala lingua, 'per essere di bel nuovo crocifisso'.
Questa, penso, sia l'utopia verso la quali si muove P. Manicone: la Terra degli Uomini, il giardino dell'Eden donato agli uomini perché lo custodiscano e lavorino.
Tuttavia P. Michelangelo, avvezzo agli alti e bassi degli interessi, delle volontà e perfino delle intelligenze degli uomini, traccia di questo quadro così bello un'analisi in cui i vari contributi della natura e della storia sono messi allo scoperto senza cedimenti né rispetti umani, né interessi di parte.
Ciò che lo impressiona è la capacità imprenditoriale dei Rodiani, lo spirito di commercio, la capacità di organizzarsi, di acquisire nuove tecniche, di capire il mercato e i meccanismi del commercio adriatico, e infine l'abilità di godersi la ricchezza senza esibizioni né sprechi. Anche il contrabbando, di cui i rodiani sono maestri, fa parte dei meccanismi normali del commercio. Ma a Rodi non tutto è rose e fiori.

'Quanto sono infingardi i zappatori Rodiani. Sono essi usi a non uscir di casa, se non che dopo la elevazion del Sole sull'orizzonte, ciarlan sempre mentre zappano, e cessan dal lavoro poco dopo l'ora del vespro'.

E poi a Rodi si riscontra un'usanza inveterata che mal s'accorda con il riconosciuto spirito imprenditoriale:

'le ulive non si colgono a mano, come a Cagnano si costuma, ma si aspetta, che spontaneamente cadano. Qui le ulive veggonsi fino al giugno pendere dall'albero. Pratica insensata'.

Malgrado, poi, gli abitanti siano di grande civiltà, e amino il teatro e la musica, pure hanno i loro problemi di convivenza. Sarebbe necessario, per esempio, che Rodi avesse un porto. Effettivamente qualcuno negli anni passati ci aveva pensato e, all'uopo, aveva accumulato pietre e altro materiale da costruzione, ma un bel giorno

'un barbaro Visire di Rodi rubolle, e con esse fabricossi la casa in Città, ed il Casino in Campagna'.

Sembra di leggere una gazzetta dei tempi moderni. Comunque, dice, Rodi, resta sempre una città civile dinanzi a cui fanno ben misero riscontro altri luoghi del Gargano:

'Ecco dunque perché vi è più civilizzazione in Rodi che in Carpino'.

Qui dice, lui nativo di Vico e attaccatissimo alla sua terra, che gli abitanti di Vico non sono come i Rodiani né nella capacità di capire gli eventi, né per intelligenza imprenditoriale, né per scelte coraggiose, né per capacità di calcolare i rischi, né per il gusto di godersi le ricchezze guadagnate.
La vicenda scientifica del Manicone s'interseca con quella umana; ambedue, poi, prendono il via dal suo essere religioso francescano e sacerdote. La spiritualità francescana gli conferisce l'immediatezza della visione, il linguaggio diretto, il piacere della comunicazione, l'emozione della contemplazione della natura e delle opere dell'uomo. Il suo essere sacerdote gli trasmette fin nel midollo l'esigenza del servizio, del comunicare la parola, di aiutare gli uomini a realizzarla. E' troppo buon conoscitore della Bibbia e della Teologia per non sapere che il suo sacerdozio lo urge a confrontarsi ogni giorno con l'uomo guardato nella sua interezza spirituale e materiale.
Ma qui deve fare i conti con un mondo simile, perché figlio della stessa cultura, a quello dei contadini del Gargano caratterizzato sostanzialmente dall'inattività del pensiero, dal culto acritico per le tradizioni, dalla staticità del linguaggio. Il mondo dei chierici aveva bisogno, in quei tempi, di uno scossone non meno energico di quello che avrebbero dovuto subire i contadini garganici.
La comparsa del P. Manicone ha messo in crisi molti equilibri. Il suo elogio del nuovo cimitero di Vico, pubblicato nel Giornale Letterario di Napoli, dovè suscitare non poche preoccupazioni in sacrestie e confraternite dove la pratica dell'inumazione dei cadaveri nelle chiese era consueta.
Molte più preoccupazioni suscitò negli ambienti del suo Ordine con le sue ripetute proposte di riformare gli studi dell'Ordine e di dare una nuova fisionomia all'essere dei Frati e dei sacerdoti nel mondo.
Purtroppo la parte maggiore di questo aspetto della vita del P. Manicone ci è ancora sconosciuta. Pare che non ci siano molti documenti in proposito. Le fonti più attendibili sono le sue opere, la maggior parte delle quali, tuttavia, ancora inedite o non ancora conosciute se non per mezzo di citazioni parziali.
Vogliamo sperare che le sue opere teologiche, e soprattutto la Dottrina pacifica, Il Breviario dei Teologi e Il Trionfo del buon senso, escano al più presto allo scoperto.
Una parte di queste preoccupazioni ci è nota da un po' di tempo dal rinvenimento di un libello scritto contro il P. Manicone da un ecclesiastico che ha preferito rimanere anonimo. Il libello, in risposta a una non ancora ritrovata Orazione Eucaristica del Manicone pubblicata nel 1785, è stato pubblicata nello stesso anno col titolo Il buon senso al M.R.P. F. Michelangiolo da Vico. In questo libello è resa pubblica la domanda fondamentale che al Manicone era rivolta da qualche suo superiore, da molti confratelli, da moltissimi preti e da buona parte dei laici: perché un Frate si occupa di descrivere il Gargano, di studiarne l'ambiente fisico, le caratteristiche del terreno, le tecniche agricole? Non è tutto tempo distolto dallo studio delle Sacre Scritture, del Diritto, della Teologia? E perché vorrebbe che nei seminari s'insegnasse la Matematica, l'agricoltura, insieme alla poesia e alla Musica? E, infine, che cosa se ne fa un Frate di tutto l'armamentario scientifico, artistico e letterario nell'esercizio del suo ministero? Per confessare è necessaria la Matematica? Per predicare è proprio necessario conoscere i problemi economici e sociali? è necessario conoscere l'agricoltura?
La domanda ricorre nelle prime pagine della Fisica Appula:

'Or ecco come mi riprende colui; un Frate occuparsi in cose fisiche, in luogo di occuparsi alle cose Ecclesiastiche! Io consentirei alla voglia ora di ridere, ed ora di sdegnarmi contro a questa riprensione: ma la riverenza di certi uomini mi ritiene, e mi persuade piuttosto a dire pazientemente intorno a ciò il mio avviso.'

Il suo avviso consiste nel fatto che il sacerdozio non è uno stato di privilegio tutto da godere, ma un carattere indelebile che lo consacra servitore totale degli altri nelle cose divine, e anche in quelle umane. L'essere sacerdote e francescano non consente a P. Michelangelo Manicone di separare Dio, che è il fine ultimo, dalla storia dell'uomo, nella quale il figlio di Dio si è incarnato. Anche le debolezze fisiche sono state oggetto della sollecitudine di Gesù che ha cambiato l'acqua in vino alle nozze di Cana e ha ordinato agli Apostoli di dar da mangiare alla sterminata folla riunita sui prati della Galilea. L'uomo nella sua totalità deve essere l'impegno del sacerdote.

"Adunque - risponde al suo oppositore - in un Piano di scientifica educazione bisogna diligentemente distinguere il necessario dall'utile, gli studi di obbligo dagli studi di supererogazione, gli studi di fine dagli studi di mezzo. Lo studio della Sagra Scrittura, de' Canoni, della Storia Ecclesiastica, de' Santi Padri, della Dogmatica, della Teologia Apologetica, e della Morale Cristiana; ecco lo studio di obbligo, ecco lo studio di fine, ecco il termine delle letterarie fatiche di colui, che a fare il Teologo è destinato. La Matematica, e la fisica; ecco poi per un Ecclesiastico lo studio di supererogazione, di utilità, di mezzo. L'Ecclesiastico però non dee in queste Scienze del tutto fissarsi. Egli apprender le dee solo per quell'uso, a cui sono ordinate; dovendo egli dirigere le sue mire agli studi di fine".

P. Manicone non li cita, ma è evidente che sulla punta della lingua sono presenti i grandi nomi di San Bernardino da Siena che prima di predicare s'informava dei vizi e delle virtù dei suoi uditori, ma anche delle condizioni economiche, del regime civile, dei difetti della pubblica amministrazione. O i grandi nomi di teologi scienziati come S. Alberto Magno domenicano, o il suo confratello francescano Ruggero Bacone.
Queste questioni, poi, s'intersecavano con altre di maggiore valenza interna per l'Ordine francescano le prime delle quali erano il numero esorbitante dei frati e la loro qualificazione culturale. Le due questioni erano fortemente connesse fra loro. Il numero elevato dei frati conduceva allo scadimento culturale e spirituale, all'inefficienza dell'intervento pastorale, al crescere di interessi e piccole vanità.
La vita di P. Michelangelo Manicone è stata condotta in trincea, ma non ha scalfito di un centimetro la sua serenità di frate curioso e appassionato di bene. Fin sul letto di morte ha aggiornato i suoi appunti sperando che qualcuno li pubblicasse.

"Or mi fa colui le seguenti dimando: tu perché scrivi tu? scrivi forse per vivere? No, gli rispond'io: dalla pietà de' Fedeli ho cotidianamente il necessario. Scrivi forse per la Gloria? No; pel suo fumo io perderei il mio riposo. Scrivi forse per la fortuna? No: un uomo vestito d'un sacco di ruvida lana, e cinto d'un canape, dev'egli pensare alla vita cupida e ambiziosa? Dunque, mi chiede finalmente: tu perché scrivi tu? Scrivo, gli rispondo, per secondare la mia inclinazione, e giovare agli abitanti di questa Regione Apulo-Garganica".

La lettera pubblicata da Nello Biscotti qualche anno fa mostra tutto il suo rammarico, ma anche tutta la sua speranza. Voglio credere che la speranza di veder pubblicate tutte le opere del Manicone, dopo la bella esperienza di Isabella Damiani e di Loredana Lunetta, possa essere esaudita.
P. Mario Villani
San Matteo 18 agosto 2005