Vi presento il testo di una pubblica conferenza tenuta nel 2005 a Manfredonia da Padre Mario Villani, ofm, bibliotecario della Biblioteca del convento di san Matteo a San Marco in Lamis. Ho inserito grassetti e corsivi senza intaccare il testo scansionato e corretto. Le foto sono tratte dal'opera di P. Doroteo Forte Testimonianze Francescane nella Puglia Dauna.
Il webmaster

P. Michelangelo Manicone, Frate Minore e scienziato
Manfredonia 7 novembre 2005

Una vecchia foto del convento di San Bernardino a San Severo, dove si trovava nel 1799 padre Michelangelo Manicone, costretto a scappare da una turba inferocita
Una vecchia foto del convento di San Bernardino a San Severo, dove si trovava nel 1799 padre Michelangelo Manicone, costretto a scappare da una turba inferocita
Parlare di P. Michelangelo Manicone Frate Minore e scienziato, nonostante si sia accumulata nel tempo una discreta bibliografia, è sempre difficoltoso.
Qualche notizia biografica è reperibile nelle sue opere 'Io nacqui - ricorda nella fisica Appula - ne' principi di marzo del 1745. Or l'onorato e veridico mio Padre sovente narravami che ne' primi dì di quel mese caduta era tanta neve, che per portarmi in Chiesa a battezzare, fu d'uopo formarsi la strada entro essa neve'. (Fisica Appula vol. V, pag. 33).
L'Archivio Provinciale dei Frati Minori nel convento di San Pasquale a Foggia, d'altra parte, conserva solo quanto è stato risparmiato dalle due devastanti soppressioni degli Ordini Religiosi del secolo XIX. La documentazione riguardante P. Manicone non va oltre l'ambito strettamente istituzionale: nomine, incarichi, trasferimenti. Nulla che si riferisca alla sua vita di studioso, ai suoi rapporti con gli intellettuali del tempo, sulla sua produzione letteraria, sulla sua attività di docente.
Nel 1760 entrò nell'Ordine dei Frati Minori Osservanti, fece il noviziato nel convento di Santa Maria di Stignano dove emise i voti temporanei nel 1761.
Nulla si conosce degli anni di formazione. Il P. Doroteo Forte pensa che l'iter scolastico di P. Manicone sia stato completato nello Studio Generale di S. Maria La Nova a Napoli dove, di regola, venivano inviati i giovani frati pugliesi.
Meno ancora si conosce della storia della sua formazione scientifica. Alcuni autori danno per certo una sua frequentazione degli ambienti napoletani; si fanno anche delle ipotesi su possibili permanenze a Parigi, a Vienna e perfino a Berlino. Della sua formazione scientifica si può dire solo quanto emerge dalla lettura della sua 'La Fisica Appula', edita a Napoli per i tipi di Domenico Sangiacomo tra il 1806 e il 1807. Si coglie il sentore di una stretta familiarità con gli ambienti napoletani concentrati intorno alla figura dell'abate Antonio Genovesi. Seguendo il filo di scarne note autobiografìche, si riesce, parimenti, a tracciare una discreta rete di rapporti sicuramente coltivati con l'abate Longano, con Celestino Galiani, con l'arciprete Giovene di Molfetta.
padre Filippo Petracca, Ministro provinciale dal 1905 al 1908
padre Filippo Petracca, Ministro provinciale dal 1905 al 1908
La pubblicazione nella scorsa estate del secondo volume della "Fisica Daunica" dedicato al Gargano curato da Loredana Lunetta e Isabella Damiani, proprietaria del manoscritto conservato nell'archivio di famiglia, ha confermato queste impressioni.
Meno visibile ancora la tessitura della sua formazione teologica. Abbiamo molte opere teologiche di P. Michelangelo, ma tutte, o quasi tutte, inedite e finora di difficile consultazione. La mancanza di conoscenza, il diffuso disinteresse, il collezionismo di memorie che spesso s'identifica col feticismo della reliquia, hanno impedito di entrare in contatto con un patrimonio che farebbe molta luce su aspetti della biografia del P. Manicone, sulle sue disavventure, sui suoi progetti, sulle motivazioni profonde del suo ricercare. Di alcune opere si sa dove sono, bisogna trovare il modo di arrivarci. Tra queste pare che le più importanti siano La Dottrina Pacifica, Il Breviario dei Teologi, e il Trionfo del Buon Senso. Pare che abbia scritto anche una monumentale Storia dei Concili; ma nessuno l'ha mai vista. Esistono con certezza altre opere la cui notizia affiora di tanto in tanto. Si tratta per lo più di Orazioni e di opuscoli devozionali. Ma anche queste, ammantate dell'aura di preziosità, sono conservate in ben muniti armadi, e forse anche in cassaforte. Qualche anno fa mi ha telefonato una signora: voleva più di 10 milioni per un opuscolo del P. Manicone. Quando ha percepito la mia riluttanza, ha minacciato di regalarla alla Biblioteca di Vico, al che risposi che ne sarei stato felicissimo anche perché l'avrei consultata gratis.
Personalmente penso che la maturazione culturale del P. Manicone abbia avuto un notevole contributo dalla sua permanenza nel convento foggiano di Gesù e Maria nel cui Studio Generale nel 1776 fu incaricato dell'insegnamento della filosofìa e della teologia. Lo Studio foggiano godeva di buona fama. La scuola era aperta al pubblico. Tra i frequentatori spesso erano presenti nomi della buona borghesia e del patriziato foggiano come i Saggese e i Preda. Colleghi del P. Manicone furono anche P. Francesco da Monte e Isidoro da Manfredonia. Fra tutti spiccava il nome di P. Giuseppe Maria Campanozzi di San Marco in Lamis, filosofo, autore di pregevoli opere di filosofìa, di matematica e di spiritualità. Di regola i libri che costoro pubblicavano portavano il parere favorevole del censore della Provincia Monastica, P. Michelangelo Manicone (Cfr. P. Doroteo Forte, Testimonianze Francescane nella Puglia Dauna pagg. 196-197).
padre Antonio Fania da Rignano Garganico - Bozzetto del Podesti
padre Antonio Fania da Rignano Garganico - Bozzetto del Podesti
Verso il 1750, inoltre, avendo la città di Foggia istituito una Cattedra di Studi Superiori, venne assunto come docente di filosofia, in seguito a regolare concorso, P. Antonio da Cave, Frate Minore Osservante della Provincia Romana, già docente di filosofia nello Studio Generale dei Frati Minori di Napoli e incaricato di geometria e matematica nell'Università di Napoli. Il P. Antonio da Cave, ospite fino a quel momento del convento manfredoniano di Santa Maria delle Grazie, ebbe stabile dimora presso lo Studio Generale di Gesù e Maria in Foggia.
Il P. Manicone, quindi, non è da intendersi come un isolato in un piatto panorama di disimpegno culturale.
Qualcosa di più preciso sulla sua formazione riusciamo a cogliere dalla lettura di un opuscolo di recente acquisizione pubblicato nel 1785 da un anonimo ecclesiastico in risposta a una non ancora ritrovata Orazione Eucaristica del Padre Manicone pubblicata nello stesso anno. Ma a questo opuscolo dedicheremo qualche accenno fra poco.
Il convento di Gesù e Maria in Foggia fu sempre nel suo cuore, insieme al rifugio sicuro della sua cella di studioso.
L'amore della solitudine non lo indussero a ritiarsi dalle responsabilità di frate e di sacerdote. Esercitava con frequenza la predicazione e viveva profondamente i problemi della Provincia Monastica dei Frati Minori di cui era membro. Fu Guardiano, cioè superiore, di Gesù e Maria. Dal 1776 al 1784 le varie assemblee triennali dei Frati, i Capitoli Provinciali, gli affidarono il ruolo di Defìnitore provinciale, vale a dire membro del governo della Provincia Monastica.
La nostra Provincia Monastica stava vivendo il periodo forse più drammatico e agitato della sua lunga storia. I Frati erano troppi. Qualche documento parla anche di 700 frati distribuiti nei vari conventi della Capitanata e del Molise. Il relativo scadimento del livello spirituale e culturale metteva in dubbio gli stessi valori fondanti della vita religiosa e francescana in particolare. Molto diffuso il sistema delle protezioni e dei privilegi. Il tutto era aggravato dall'esistenza di una doppia giurisdizione, la canonica e la civile, a cui di fatto i Frati erano soggetti. La politica giurisdizionalista dei Borboni tentava di assoggettare i Frati all'autorità dello Stato e delle autorità ecclesiastiche territoriali, i Vescovi. Gli effetti furono dirompenti. Da una parte di Frati perdevano il contatto con le autorità centrali dell'Ordine e della Chiesa e, al loro interno, le Provincie Monastiche perdevano coesione; dall'altra veniva offerto loro di rivolgersi, a seconda della convenienza, all'autorità ecclesiastica canonica o a quella civile per dirimere questioni, chiedere il riconoscimento di diritti e di privilegi, opporsi ai provvedimenti dei superiori, evitare trasferimenti ecc. Nel frattempo crescevano i piccoli interessi personali, i rancori e le contrapposizioni.
Questo è il clima in cui il P. Manicone ha esercitato il suo ruolo di Definitore Provinciale. Si aggiunga che nel 1776 si era compiuto uno degli atti più dolorosi della vita della Provincia Monastica: la divisione tra i Frati della Capitanata e quelli del Molise che diedero vita alla Provincia di S. Ferdinando del Molise.
P. Aurelio Porzio fotografato davanti al Convento di S. Matteo. P. Aurelio fu Ministro provinciale dal 1955 al 1958
P. Aurelio Porzio fotografato davanti al Convento di S. Matteo. P. Aurelio fu Ministro provinciale dal 1955 al 1958
La divisione, voluta fortemente anche dal P. Manicone, osteggiata da moltissimi Frati molisani e da diversi Frati pugliesi, si lasciò alle spalle una lunga eredità di recriminazioni. Esisteva, però, un altro aspetto problematico nella vita dei Frati della Capitanata che finì per ricadere quasi interamente sulle spalle di P. Michelangelo Manicone: quello della formazione e degli studi. A sua volta, il problema s'inscriveva nell'esigenza più generale, già urgente al tempo del Manicone, di riconsiderare in termini di modernità il ruolo stesso dei Frati nella Chiesa e nella società.
P. Manicone è fermamente convinto che il sacerdozio non sia uno stato di privilegio tutto da godere, ma un carattere indelebile che lo consacra servitore totale degli uomini nelle cose divine, e anche in quelle umane. L'essere sacerdote e francescano non consente a P. Michelangelo Manicone di separare Dio, che è il fine ultimo, dalla storia dell'uomo, nella quale il figlio di Dio si è incarnato. Anche la malattia, la fame e la stessa morte, tutto è stato oggetto della sollecitudine di Gesù che ha cambiato l'acqua in vino alle nozze di Cana e ha ordinato agli Apostoli di dar da mangiare alla sterminata folla riunita sui prati della Galilea. L'uomo nella sua totalità deve essere l'impegno del sacerdote.
Il P. Manicone con grande senso della realtà pensa che il sacerdote e il Frate debbano assumersi il compito di promuovere le migliori condizioni di vita per il gregge a loro affidato, come è loro dovere favorirne la crescita spirituale.
Come, quindi, la Teologia, attraverso la catechesi, indica la strada che ogni fedele deve percorrere per accostarsi al mistero di Dio e per crescere nella sua grazia; così la scienza indica le strade perché il vivere dell'uomo sia sereno. Il frate e il sacerdote, quindi, in rapporto ognuno al suo ruolo e alle sue possibilità, non possono disinteressarsi delle condizioni fisiche del popolo di Dio. Ove fosse necessario, devono trasformarsi in scienziati, matematici, fisici, botanici, esperti di agricoltura. Il sacerdote spesso è chiamato, oltre ad istruire il popolo nelle cose di Dio, anche, a far proprio il servizio di mediazione, l' "utile ladroneria", tra gli scienziati occupati nei laboratori delle Università e la concretezza del territorio entro cui i sacerdoti stessi sono chiamati ad operare.
Ipotizza, quindi che ai giovani studenti, insieme alla Teologia e alle Sacre Scritture, siano insegnate le scienze matematiche e fìsiche. Vorrebbe, poi, che nel Seminario di Manfredonia s'insegnasse l'agricoltura.
Gli piace molto, infine, l'idea che i conventi siano luoghi di diffusione del sapere sanitario, e magari si trasformassero in farmacie proponendosi come luoghi dove si ricerca il bene totale dell'uomo.
A questo proposito vorrei ricordare quanto dice del nostro Convento di San Matteo in San Marco in Lamis dove da tempi immemorabili venivano portate le persone morse dai cani idrofobi per esser benedette con l'olio della lampada che ardeva nel sacello del Santo. L'unzione con l'olio benedetto non è un atto magico sostitutivo dello sforzo razionale che ogni malato deve compiere per guarire, ma l'atto di affidamento a Dio da cui proviene ogni bene.

'Nelle febbri di cattiva indole, infatti, - dice nella Fisica Daunica - noi prima facciamo de' voti a' Santi, perché da tal pericolo ne liberino, indi ci facciamo dal Medico curare, e poscia andiamo, quando dal pericolo campati siamo, a sciorre il voto a quel Santo, a cui fatto l'abbiamo. Dunque facciasi altrettanto in riguardo della orribile Idrofobia. Il morsicato faccia il voto a S. Matteo indi si faccia subito curare; e guarito, vada poi con ferventi preghiere, e con pregiati doni a porgere al sagro Dente umil tributo di ringraziamento, e di laude'.

Espone, poi, un lungo trattato sul modo di preparare e somministrare lo Specifico Slesiano, rimedio contro la idrofobia. Conclude con l'augurio che anche i Frati di San Matteo, come i Frati di S. Donino e S. Bellino ricordati da Pietro Mattìoh nei suoi 'Discorsi nei sei libri di Pedacio Dioscoride Anazarbeo della materia medica' (Venezia, Valgrisi, 1568), insieme alla benedizione dell'olio dessero agli ammalati di idrofobia anche lo Specifico Slesiano.

'In tal guisa avrebbesi in un tempo il ricorso a Dio, ed a S. Matteo, e la cura Medica; la quale, per la Fede grande de' pazienti, non potrebbe non riuscire che felice: essendo Iddio quel solo, che cura ogni languore'.

Antica fotografia del convento di san Matteo
Antica fotografia del convento di san Matteo
Il suo tentativo di svecchiare la formazione dei giovani Frati arrivava anche a ipotizzare l'uscita dei giovani frati dai chiostri per spingersi nel vasto mondo delle Università, delle piazze e perfino dei salotti allo scopo di imparare ad osservare, acquisire il senso critico, apprendere forme di comunicazione più efficaci.
Di se stesso diceva di non aver fatta molta fatica per imparare ad osservare 'Il perché ho spesso conversato - dice nella Fisica Appula -, e tuttavia converso cogli uomini ragionatori, coi Locati apruzzesi, coi Coloni, coi curateli, coi contadini di buon senso, e finanche coi pizzicagnoli; fammi da costoro comunicare i loro lumi, le loro osservazioni, e le loro esperienze; e procuro di non insaccare alla cieca le notizie, che da essi sento'.
Qualche fatica in più, invece, per imparare a comunicare:

'Oli non diletta, è da pochi letto - afferma nella Fisica Appula -. Focili resister possono ad una lunga serie di raziocinj. I più legger vogliono i libri scritti con uno stil fiorito. La maggior parte di quei, che leggono, amano più il diletto, che l'istruzione. Or sopra soggetti di Fisica possono essi spandersi de' fiori? ed uno spirito nutrito tra le tetre malanconie di un Chiostro può egli essere bello spirito? ... Potendo le verità fìsiche esser con vaghi fiori abbellite, dove, dirai, prenderà l'immaginazione quel vago, capace di renderle belle? Dalla 'Natura, rispondati. Questa è un parterre, che produce fiori, che sopra ogni genere di vero spander si possono'.

La vicenda scientifica del Manicone s'interseca con quella umana; ambedue, poi, prendono il via dal suo essere religioso francescano e sacerdote. La spiritualità francescana gli conferisce l'immediatezza della visione, il linguaggio diretto, il piacere della comunicazione, l'emozione della contemplazione della natura e delle opere dell'uomo. Il suo essere sacerdote gli trasmette fin nel midollo l'esigenza del servizio, del comunicare la parola, di aiutare gli uomini a realizzarla. E' troppo buon conoscitore della Bibbia e della Teologia per non sapere che il suo sacerdozio lo urge a confrontarsi ogni giorno con l'uomo guardato nella sua interezza spirituale e materiale.
Ma qui deve fare i conti con un mondo simile, perché figlio della stessa cultura, a quello dei contadini del Gargano caratterizzato sostanzialmente dall'inattività del pensiero, dal culto acritico per le tradizioni, dalla staticità del linguaggio. Il mondo dei chierici aveva bisogno, in quei tempi, di uno scossone non meno energico di quello che avrebbero dovuto subire i contadini garganici.

Antica veduta del convento di Stignano
Antica veduta del convento di Stignano
La comparsa del P. Manicone ha messo in crisi molti equilibri. Il suo elogio del nuovo cimitero di Vico, pubblicato nel Giornale Letterario di Napoli, dové suscitare non poche preoccupazioni in sacrestie e confraternite dove la pratica dell'inumazione dei cadaveri nelle chiese era consueta.
Molte più preoccupazioni suscitò negli ambienti del suo Ordine con le sue ripetute proposte di riformare gli studi dell'Ordine e di dare una nuova fisionomia all'essere dei Frati e dei sacerdoti nel mondo.
Una parte di queste preoccupazioni ci è nota da un po' di tempo dal rinvenimento di un libello scritto contro il P. Manicone da un ecclesiastico che ha preferito rimanere anonimo. Il libello, in risposta a una non ancora ritrovata Orazione Eucaristica del Manicone pubblicata nel 1785, è stato pubblicato nello stesso anno col titolo Il buon senso al M.R.P. F. Michelangiolo da Vico. In questo libello è resa pubblica la domanda fondamentale che al Manicone era rivolta da qualche suo superiore, da molti confratelli, da moltissimi preti e da buona parte dei laici: perché un Frate si occupa di descrivere il Gargano, di studiarne l'ambiente fisico, le caratteristiche del terreno, le tecniche agricole? Non è tutto tempo distolto dallo studio delle Sacre Scritture, del Diritto, della Teologia? E perché vorrebbe che nei seminari s'insegnasse la Matematica, l'agricoltura, insieme alla poesia e alla Musica? E, infine, che cosa se ne fa un Frate di tutto l'armamentario scientifico, artistico e letterario nell'esercizio del suo ministero? Per confessare è necessaria la Matematica? Per predicare è proprio necessario conoscere i problemi economici e sociali? è necessario conoscere l'agricoltura?
La domanda ricorre nelle prime pagine della Fisica Appula:

'Or ecco come mi riprende colui; un Frate occuparsi in cose fìsiche, in luogo di occuparsi alle cose Ecclesiastiche! Io consentirei alla voglia ora di ridere, ed ora di sdegnarmi contro a questa riprensione: ma la riverenza di certi uomini mi ritiene, e mi persuade piuttosto a dire pazientemente intorno a ciò il mio avviso'.
'Adunque - risponde al suo oppositore - in un Piano di scientifica educazione bisogna diligentemente distinguere il   necessario dall'utile, gli studi di obbligo dagli studi di supererogazione, gli studi di fine dagli studi di mezzo. Lo studio della Sagra Scrittura, de' Canoni, della Storia Ecclesiastica, de' Santi Padri, della Dogmatica, della Teologia Apologetica, e della Morale Cristiana; ecco lo studio di obbligo, ecco lo studio di fine, ecco il termine delle letterarie fatiche di colui, che a fare il Teologo è destinato. La Matematica, e la Fisica; ecco poi per un Ecclesiastico lo studio di supererogazione, di utilità, di mezzo. L'Ecclesiastico però non dee in queste Scienze del tutto fissarsi. Egli apprender le dee solo per quell'uso, a cui sono ordinate; dovendo egli dirigere le sue mire agli studi di fine'.

Le riserve che molti suoi confratelli gli opponevano già dal 1785 non scalfirono di un centimetro la sua serenità di frate curioso e appassionato di bene. Fin sul letto di morte ha aggiornato i suoi appunti.

Una recente veduta del convento di san Matteo
Una recente veduta del convento di san Matteo
'Or mi fa colui le seguenti dimande: tu perché scrivi tu? Scrivi forse per vivere? No, gli rispond'io: dalla pietà de' Fedeli ho cotidianamente il necessario. Scrivi forse per la Gloria? No; pel suo fumo io perderei il mio riposo. Scrivi /orse per la Fortuna? No: un uomo vestito d'un sacco di ruvida lana, e cinto d'un canape, dev'egli pensare alla vita cupida e ambiziosa? Dunque, mi chiede finalmente: tu perché scrivi tu? Scrivo, gli rispondo, per secondare la mia inclinazione, e giovare agli abitanti di questa Regione Apulo-Garganica'.

In tutti i casi la maggior parte dei suoi confratelli comprendevano i suoi ragionamenti e li accoglievano. Nel 1790 lo elessero Ministro Provinciale. Nel 1794, allo scadere del mandato, il Capitolo Provinciale lo elesse Custode della Provincia, vale a dire Vice Provinciale. Qualche mese dopo il Provinciale, P. Pasquale da Monte morì e i frati avrebbero voluto scegliere ancora una volta il P. Manicone. Ma la sua elezione non potè aver luogo. Sua Maestà il Re Ferdinando IV di Borbone, infatti, conferendo al canonico D. Gaetano De Lucreziis l'incarico di presiedere il Capitolo Provinciale gli dettava la condizione che 'il P. Michelangelo da Vico, potesse dare suffragio nelle elezione anzidetto, e non riceverlo'. Intorno al F. Manicone si stava chiudendo un cerchio di malevolenza che partendo da molto lontano, dai molti frati che si sentivano giudicati dal suo linguaggio franco e scanzonato, dai molteplici interessi che la sua intensa vita aveva intaccato, si coloriva, man mano che si avvicinava il momento critico, di motivazioni politiche che, per quanto inconcludenti, o almeno molto limitate, pur nell'immaginario napoletano e borbonico dovettero esercitare una non piccola impressione.
Peggio ancora gli capitò il giorno 8 febbraio 1799 a San Severo quando, giunta la notizia dell'arrivo delle truppe francesi i rivoluzionari innalzarono l'albero della libertà. Per propiziare i nuovi tempi col sigillo del sacro ebbero la felice idea di improvvisare una processione con la statua della Madonna del Soccorso che venne deposta sotto l'albero della libertà. Tanto provocò la reazione di preti e popolani: 'Perché la Vergine coi giacobini?'. La folla s'ingrossò, cominciarono i saccheggi delle case dei rivoluzionari. Qualcuno assalì l'episcopio ricordandosi che il vescovo mons. Del Muscio aveva espresso qualche simpatia per i nuovi tempi. Altri fecero la stessa operazione nel convento di San Bernardino dove viveva il nostro P. Manicone noto per le sue simpatie liberali. Ambedue i personaggi riuscirono a fuggire rifugiandosi nella masseria Posta degli Armenti del signor Citelli sotto Castelpagano alle falde del Gargano. La stanza del P. Manicone fu devastata, furono bruciati o dispersi i suoi appunti e molte sue opere quasi complete tra cui una Statistica della Capitanata.
Tornò a Foggia nel suo amato convento di Gesù e Maria dove completò e diede alle stampe la Fisica Appula. Poi fu trasferito nel convento di San Francesco ad Ischitella dove morì il 1810.
P. Mario Villani