Un frate diverso - p. Dionisio Piccirilli di San Giovanni in Galdo
Una figura non sufficientemente conosciuta - Le ricerche di P. Doroteo Forte

Nel 1840 il P. Fania era Segretario dell’Ordine e viveva a Roma in stretto contatto col Ministro Generale dell’Ordine. Uno degli argomenti più dibattuti all’interno dell’Ordine era lo stato degli studi che urgeva adeguare alle nuove metodologie scientifiche e alle mutate condizione dei tempi. P. Antonio Fania nella sua Orazione accademica per la consacrazione della Basilica di S. Maria degli Angeli (Orvieto, 1843) constatava non potere i francescani adempiere la loro missione nel mondo, se col mondo non si mettono a pari nel sapere; e dal sapere molta parte dipendere della informazione dei puri costumi. Compose, quindi una serie di Riflessioni per comporre con felice riuscita un metodo di Studi nell’Ordine Serafico che furono interamente recepite nella Lettera circolare del P. Generale dell’Ordine P. Giuseppe d’Alessandria, Ordinamento di riformazione degli Studi (Forte, P. Antonio M. Fania da Rignano Garganico. Un animatore e un precursore).

Fino a qualche decennio fa il nome di P. Dionisio Piccirilli aveva poco spazio negli studi storici e pochissimo nelle sintesi di storia culturale. Oggi il rinnovato interesse per la storia locale ha favorito lo scavo delle miniere culturali nascoste nei nostri paesi che si arricchiscono sempre più di nobili figure o, comunque, importanti per la loro storia.
Dobbiamo essere grati a P. Doroteo Forte benemerito di una ricerca a tutto campo finalizzata alla conoscenza sistematica del movimento francescano nell’area dell’antica Provincia Francescana di Sant’Angelo comprendente anche la Regione Molisana. Nell’ambito di questa ricerca il Padre Forte ha dato ampio spazio a questa bella figura di uomo, di frate, di sacerdote e di studioso.
Il primo rapido accenno lo fa nella sua prima opera importante, P. Antonio Maria Fania di Rignano Garganico, un animatore e un precursore, stampata nel 1961. In quest’opera P. Doroteo fa un breve e stimolante accenno alla collaborazione scientifica per la redazione di un manuale di filosofia in 3 volumi che il P. Antonio Fania chiese al P. Piccirilli nell’ambito del progetto di riorganizzazione degli studi nell’Ordine Francescano. Di questa collaborazione e dell’opera filosofica che ne è seguita parleremo nel corso di questa conversazione.
Nel 1967, nella sua seconda importante opera di storia francescana, Testimonanze Francescane nella Puglia Dauna, P. Doroteo parlava in modo esauriente dell’azione di governo come Ministro Provinciale svolta dal P. Piccirilli nella sua Provincia Monastica di San Ferdinando in Molise.
Nel 1975 P. Doroteo dava alle stampe una ulteriore fatica, Movimento Francescano nel Molise dove tracciava un quadro, esauriente per lo stato della ricerca che allora era possibile attuare, della vita del P. Dionisio evidenziando soprattutto la sua statura di frate tutto d’un pezzo che aveva fatto della missione sacerdotale, vissuta attraverso la ricca esperienza della spiritualità francescana, il punto focale della sua vita. La missione sacerdotale, a sua volta, si esplicitava anche mediante la funzione pastorale del governo della Provincia Minoritica, e il servizio della cultura, inteso come l’attuazione della prima e più derelitta delle opere di misericordia spirituale, “istruire gli ignoranti”.
Infine, nel 1993, il P. Doroteo diede alle stampe la sua ultima fatica su P. Dionisio Piccirilli, Un Francescano studioso P. Dionisio Piccirilli da S. Giovanni in Galdo. L’operetta fu redatta per un debito di riconoscenza dell’intera Provincia Monastica di San Michele Arcangelo di Puglia e Molise per il fraticello di San Giovanni in Galdo il quale rimane nella memoria di tutti noi un frate umile ma orgoglioso della sua dignità di uomo, di cristiano e di francescano, semplice e nel contempo nemico dell’ignoranza, dalla comunicazione immediata ma dal pensiero complesso, amante della quiete del chiostro ma pronto ad affrontare le sfide della storia, capace di trattare con uguale umanità i contadini che affollavano la chiesa di San Giovanni dei Gelsi e i migliori intellettuali dell’epoca. Il libretto, che voleva celebrare la intitolazione al suo nome della Biblioteca Francescana di San Giovanni dei Gelsi, sottolineava soprattutto il ruolo di studioso ricoperto dal P. Dionisio. Proponeva anche una gustosa rievocazione, sulla scorta di rigorosa documentazione storiografica, di certe disavventure giovanili che tanta parte ebbero nella completezza della sua formazione umana e religiosa.
Gli anni della formazione - Disavventure di un giovane di belle speranze.
La vita di P. Dionisio Piccirilli, dal 1801 al 1881, si situa in un periodo particolarmente agitato della storia d’Italia e della Chiesa italiana. Il Regno di Napoli era uscito da poco dalla tragica esperienza della Repubblica Partenopea e del ripristino del potere borbonico. Le vicende politiche europee, l’irruzione delle nuove idee e le ineluttabili esigenze della modernità spingevano il Mezzogiorno d’Italia verso nuovi orizzonti. I Francesi, cacciati nel 1799, tornarono nel 1806 con Giuseppe Bonaparte; dal 1808 Gioacchino Murat fu Re di Napoli.
Nel 1815, dopo la caduta definitiva di Napoleone, i Borboni risalirono sul Trono di Napoli e tutta l’Europa soggiacque a un doloroso e contraddittorio processo di ripristino dell’ordine pre-napoleonico. Nonostante ciò, molte idee figlie della Rivoluzione francese erano penetrate in profondità. Il periodo della Restaurazione fu per il nostro Mezzogiorno d’Italia anche il tempo in cui vennero allo scoperto endemici difetti e ataviche arretratezze; e, insieme, emersero esigenze nascoste e una nuova progettualità. Pullularono sette e società più o meno segrete, ognuna con le proprie idee e col suo progetto di vita.
Questo è l’humus in cui è cresciuto e ha maturato la sua vocazione sacerdotale e religiosa il giovane Michele Piccirilli. I genitori, Nicola e Susanna Vasilotta, erano, come ci ricorda P. Doroteo Forte, agiati agricoltori. Non è escluso che avessero desiderato per il loro figlio un futuro di sacerdote, o di medico o di notaio. A quei tempi darsi una istruzione solida non era facile, neppure per chi abitava in città, figurarsi per un figlio di agricoltori che abitava a San Giovanni in Galdo.
Il giovanissimo Michele, però, poteva dirsi un uomo fortunato. A poca distanza dal suo paese, a Toro, dimoravano due personaggi che lasciarono una impronta indelebile nella sua vita. Uno era l’arciprete, don Luigi De Luca, latinista riconosciuto ed esperto nelle discipline umane. Alla sua scuola il giovanissimo Michele apprese la storia e la letteratura, e soprattutto la lingua e la civiltà latina. Il limpido latino dei tre grossi volumi di filosofia composti da P. Dionisio qualche decennio più tardi sta lì a dimostrare la bontà dell’insegnamento dell’Arciprete di Toro.
L’altro era una bellissima figura di gentiluomo, dotto e pieno di umanità, misurato nel tratto e aperto al bene, don Domenico Trotta. Anche lui nei primi anni del sec. XIX frequentò la scuola di don Luigi De Luca. A Napoli, dove si era laureato in scienze filosofiche, era ritenuto un giovane promettente. Nel 1813 don Domenico tornò al paesello per curare l’azienda paterna. Non rinnegò mai, però, la sua primitiva vocazione di studioso. Le lunghe giornate toresi favorivano la concentrazione e la sua naturale propensione per la riflessione su problemi filosofici e giuridici, ma anche sulla situazione della società molisana.
Le idee liberali si fondevano in lui con una formazione di base profondamente cristiana, per giunta fortemente proiettata verso l’azione e l’esercizio della responsabilità. Frutto di questa impostazione di vita fu la sua azione politica, la forzata accettazione di incarichi amministrativi, la sua breve esperienza parlamentare, e soprattutto la sua scuola di storia, di filosofia e diritto positivo da lui aperta e mantenuta nel suo palazzo di Toro.
Giambattista Masciotta nella sua preziosa opera Il Molise dalle origini ai nostri giorni ricorda come detta scuola fosse frequentata da “folta schiera di giovani” provenienti non solo dal Molise, ma anche dalla Puglia. Parecchi discepoli si distinsero in seguito per scienza e impegno civile.
Fra questi non ultimo fu il giovane Michele Piccirilli il quale per tutta la vita venerò il suo maestro e a lui fece riferimento nei momenti importanti della vita, e sempre ne sollecitò il consiglio e la correzione ogni volta che le responsabilità lo chiamavano a impegni culturali importanti. 'Mio stimatissimo Signor Maestro - gli scriveva il 18 febbraio 1844 - vi ringrazio dell’amore che mi portate e della memoria che serbate di me. Pregovi a leggere l’operetta delle mie mani, ché forse nella sua brevità contiene tutte le idee necessarie e non disprezzevoli. Amo però vostre riflessioni…' (P.D. Forte, Movimento Francescano nel Molise).
Don Domenico Trotta, tra impegni professionali, cure di famiglia, doveri politici e amministrativi e conduzione della sua amata scuola di filosofia e diritto ebbe anche il tempo di pubblicare un corposo Saggio sul razionalismo e sull’empirismo (Napoli, Stabilimento tipografico dei classici italiani, 1859) di oltre 350 pagine, presente nella nostra Biblioteca di San Matteo e altri saggi di interesse giuridico per i quali rimando alla preziosa opera di Renato Lalli Vita e cultura del Molise dal Medioevo ai giorni nostri (Campobasso, Editrice Samnium, 1987).
Alla scuola di don Domenico Trotta, il giovane Michele si abituò alla riflessione critica e al confronto, aiutato in ciò dall’ampia Biblioteca Trotta che gli assicurava la necessaria dose di erudizione, e dalla frequentazione di altri giovani intellettuali.
Nel 1820 il clima politico nel Regno di Napoli si fece di nuovo rovente. Scoppiarono dei moti e il 13 luglio il Re Ferdinando IV fu costretto a concedere la Costituzione. Alla base di tutto ciò erano i Carbonari che con le loro organizzazioni erano entrati profondamente anche nel Molise.
Michele Piccirilli, non si sa con quale grado di consapevolezza, ne fu coinvolto. Nell’agosto del medesimo anno si “arruolò - son parole sue scritte in una memoria difensiva del 23 novembre 1823 - nella setta dei cosiddetti carbonari”. Ma questa speranzosa epoca costituzionale durò poco. Nel gennaio del 1821 il Re Ferdinando IV chiese l’aiuto dell’Austria contro i ribelli. L’intervento armato, iniziato nel marzo dello stesso anno, durò poco e la breve esperienza costituzionale finì in un bagno di sangue.
A San Giovanni in Galdo l’onda lunga della normalizzazione si frangeva in tanti rivoli in cui si avvertiva solo da lontano la borbonica volontà di ristabilire un ordine infranto; emergevano, invece, interessi personali, ripicche e piccole vendette.
Nel 1821 cominciò a maturare la sua vocazione sacerdotale. Dopo una fugace esperienza sentimentale con Michelina di Pietrangelo Magri, cugina dell’arciprete di San Giovanni in Galdo Don Belisario Magri, chiese ed ottenne di accedere agli Ordini minori che gli vennero conferiti nello stesso anno 1821.
Se volessimo ricercare il momento di sintesi della vita di P. Dionisio Piccirilli da San Giovanni in Galdo, il punto focale dove trovano unità i suoi molteplici interessi e da cui dipartono la sua spiritualità e la sua azione di vita, saremmo obbligati a identificarlo nel suo sacerdozio. L’essere sacerdote è la dimensione totalizzante della sua vita. Fin dal 1821 capì che quella era la sua strada.
Ma era una strada tutta in salita. I genitori, benché agiati agricoltori, non disponevano di somma o di titoli adeguati da impegnare come dote o patrimonio sacro per il figlio sacerdote. Il Concordato tra il Regno delle Due Sicilie e la Santa Sede del 1818 aveva quasi raddoppiato la tassa sui Patrimoni sacri a favore del clero povero e ciò aveva reso impossibile il sacerdozio a giovani di media borghesia o titolari di redditi medio-bassi.
Per questo motivo il giovane Michele pensò di entrare in qualche ordine religioso, dove non era richiesto alcun patrimonio. Nel marzo 1822 provò con i Gesuiti, poi con i Padri Dottrinari presenti a San Giovanni in Galdo nel convento di S. Maria del Carmine. Tutti gli fecero dapprincipio grandi feste e promesse, ma la risposta fu sempre la stessa: “particolari affari di questa casa non permettono che i vostri voti siano esauditi” (Forte, Un francescano studioso, p. 18).
Il Piccirilli volle vederci chiaro e scoprì che ambedue i Provinciali dei suddetti Ordini religiosi si erano rivolti, come di prassi, al Vescovo Diocesano per avere informazioni sull’aspirante; il Vescovo, a sua volta, aveva passato la richiesta all’Arciprete di San Giovanni in Galdo e costui aveva risposto che il Piccirilli era stato carbonaro e quindi era da ritenersi persona poco affidabile e non adatta agli Ordini Sacri. Anche l’Arciprete, però, don Belisario Magri, era stato carbonaro nella vendita di S. Giovanni in Galdo col titolo di Oratore supplente; carbonaro era anche il sindaco. Qualcuno spettegolò che l’atteggiamento dell’Arciprete fosse motivato dalla breve esperienza sentimentale del Piccirilli con la giovane cugina dell’arciprete stesso.
Comunque fosse, le cose si complicarono quando il giovane chierico entrò in una brigata di notabili, ognuno dei quali aveva qualche motivo d’inimicizia contro l’Arciprete e contro il sindaco, don Pietro Vasilotta zio del Piccirilli. Il povero Michele entrò in un groviglio di inimicizie incrociate in cui l’unico a pagare rischiava di essere lui. Gli altri membri della combriccola erano il farmacista, don Nicola Mancino, il notaio don Francesco Maselli, e un sacerdote, don Francesco Joffreda. Il quartetto spesso si riuniva per scrivere ricorsi e lagnanze, che spedivano ai vari uffici del Regno, intercalati da satire gustose e pungenti che si affiggevano sui muri del paese. La tensione saliva.
Il Piccirilli ogni tanto tentava di ammorbidire l’Arciprete e indurlo a scrivere il parere favorevole alla sua ordinazione, ma ogni volta riceveva un rifiuto. La storia finì il 16 ottobre 1823 con l’arresto di don Michele. Fin dalle prime settimane di carcere il poveretto sperimentò l’amarezza dell’abbandono da parte di persone di cui si era fidato e che lo avevano usato per i loro fini.
La quiete del carcere ridimensionò i suoi 'bollenti spiriti', rifece nella mente tutto il percorso e vide in che cosa aveva sbagliato.

'I motivi che mi spinsero (a iscrivermi alla Carboneria - dice - furono il vedere i condiscepoli separarsi da me; l’esser capace di tanti vantaggi che si promettevano; il non essere appellato lupo; infine una certa vanagloria'.

Come si vede, le forti idealità, supportate a loro volta da non disprezzabile cultura filosofica e giuridica, in mancanza di adeguata maturità esperienziale, si manifestarono in atteggiamenti impetuosi e adolescenziali. Tutto ciò lo portò a decisioni di tipo operativo e rivoluzionario verso le quali non aveva alcuna vocazione.
Dalla lettura delle opere, infatti, si ha la sensazione che la propensione naturale del Piccirilli fosse più quella di approfondire e comunicare le idee, che di perseguirne l’attuazione. Quando lo arrestarono, il 16 ottobre del 1823, tra le cose sequestrate ci furono anche degli scritti destinati a rimanere inediti. Il primo è lo Scorcio di uno scritto contro il governo assoluto. L’autore dice di averlo desunto da scritti di diversi autori come il Fenelon e il Filangieri. Segue un Borro di un indirizzo al Parlamento nazionale in cui 'Si loda la prudenza dei componenti, si raccomanda la libertà donata dalla natura e rapita da cavilli che i malvagi Ministri dettavano al vecchio e pio sovrano'. Fu sequestrata anche una Dissertazione sui mali dell’ozio e una Sulla legge di natura, sulle obbligazioni perfette in natura e sull’utilità delle scienze.
In carcere il giovane chierico scrisse un’ampia confessione e i suoi complici, che sembravano averla fatta franca, furono arrestati. Seguì il processo e la condanna. Finalmente il 26 aprile 1825 dopo un anno e quattro mesi di carcere, il Piccirilli fu rimesso in libertà.
Appena fuori, il giovane Michele riprese il suo vecchio progetto, quello di essere sacerdote. Questa volta andò a colpo sicuro. Nell’estate del 1825 chiese di entrare nell’Ordine dei Frati Minori Osservanti. Gli indispensabili pareri dell’Arciprete, del Sindaco e dei Decurioni di San Giovanni in Galdo stavolta furono favorevoli ed entusiastici.
La quiete del chiostro
Il primo incontro con la famiglia francescana degli Osservanti avvenne nel convento di San Giovanni dei Gelsi a Campobasso. Dopo qualche mese il P. Ministro Provinciale, P. Reginaldo da Matrice lo ammise a noviziato che svolse nello stesso convento campobassano.
Al momento della vestizione dell’abito, secondo la bellissima usanza in atto fino a non molto tempo fa, il giovane Michele Piccirilli cambiò nome e da qual momento si chiamò Frate Dionisio da S. Giovanni in Galdo.
Intanto i Frati lo conoscevano sempre più e cominciavano ad apprezzarlo. Finito l’anno della prova, il P. Provinciale P. Francesco da Sepino lo mandò a Bologna nello Studio Generale della SS. Annunziata per compiere gli studi di teologia. Nel convento bolognese, negli anni 1827-1828 ebbe compagno e amico il P. Antonio Fania da Rignano Garganico. Fu, questa, un’amicizia destinata a durare a lungo e a concretizzarsi in una fattiva collaborazione.
Quando tornò a Campobasso, nel 1830, P. Dionisio era un frate ormai da tutti conosciuto e stimato. Se ne apprezzava la cultura filosofica, teologica e giuridica vasta e armonica; se ne apprezzava parimenti la spiritualità profonda, la vita austera, l’immediatezza del tratto non scevra di limpida cortesia.
Era tornato nella sua Provincia portandosi dietro il risonante titolo accademico di Lettore, vale a dire Professore, nel linguaggio fratresco dell’epoca, ormai desueto. A tale titolo era stato legato per diversi secoli un sistema di privilegi che faceva dei Lettori una categoria di Frati a parte: a loro toccavano i primi posti nelle adunanze e a pranzo, partecipavano di regola ai Capitoli Provinciali, a loro spettavano donativi di ogni genere. Il nostro convento di San Matteo era obbligato a regalare a ognuno dei Lettori della Provincia di Sant’Angelo, in occasione del Natale, un paio di caciocavalli e mezzo porcello. Si vide subito che a P. Dionisio non interessavano né la precedenza, né i privilegi, né i donativi. Per tutta la sua vita monastica ha combattuto contro le “ineguaglianze” dei frati. Il titolo di Lettore, che non poteva rifiutare, rimandava solo a un ruolo da espletare con rigore e fraterna disponibilità. Fu subito messo al lavoro. Lo mandarono nel convento di S. Maria Maddalena a Casteldisangro, poi di nuovo a Campobasso. Nel frattempo insegnava anche nei seminari diocesani dell’Aquila, di Cava dei Tirreni, da Larino, di Boiano. Tra una lezione e l’altra predicava, confessava, curava la formazione dei giovani frati.
La responsabilità di governo - Il peso del vecchio e l’esigenza di rinnovare
Nel 1835 P. Dionisio iniziò il servizio dell’autorità nella sua Provincia di San Ferdinando dei Frati Minori Osservanti nel Molise come Definitore, cioè membro del consiglio Provinciale. Nel 1838 nel Capitolo Provinciale celebrato a Isernia fu eletto Ministro Provinciale, carica che resse per due triennii, fino al 1844; e poi di nuovo per un altro triennio dal 1850 al 1853. In tutto: nove anni.
P. Dionisio non era attratto dagli incarichi direttivi; propendeva nettamente per la ricerca scientifica e la didattica. Accettò l’incarico di Provinciale per puro senso di responsabilità. Era un frate severo con se stesso, obbediente verso i superiori, tollerante con i confratelli. Era tuttavia troppo bene informato per pensare che nella sua Provincia Monastica tutto filasse liscio.
I duri anni di apprendistato alla scuola di don Domenico Trotta, le interminabili discussioni politiche e soprattutto il contatto con i migliori intelletti del Molise gli avevano conferito un robusto metodo di ricerca, una solida capacità di analizzare criticamente le situazioni, di identificare i problemi veri e di individuarne le soluzioni fattibili. Nell’esercizio del Provincialato si rese evidente quanto fosse stata importante, per la conoscenza di uomini e problemi, anche la sua tragicomica esperienza di carbonaro.
Tutto questo bagaglio intellettuale, divenuto esperienza di vita, gli impedì di essere coinvolto emotivamente da certe problematiche che affliggevano i Frati Minori del Molise le quali, lungi dal trarre la loro consistenza dall’esperienza religiosa, affondavano, invece, le loro radici nella storia non sempre benevola che i Frati Minori e gli altri Religiosi erano stati costretti a subire nel secolo passato. Gli impedì, altresì, di rimanere prigioniero di una visione e di una prassi di vita fatta di cose piccole ma reputate fondamentali, di piccole aspirazioni rigorosamente circoscritte dai muri del convento e di scarso rapporto con i fenomeni epocali che si stavano svolgendo. La formazione ricevuta alla scuola di don Domenico Trotta, laica ma anche religiosamente motivata, gli conferirono non trascurabili chiavi interpretative anche dei fenomeni occorrenti all’interno del mondo ecclesiastico, e francescano in particolare. Soprattutto, gli diedero una non comune capacità di cogliere gli oggettivi rapporti intercorrenti tra la vita interna dell’Ordine, apparentemente statica, e quella della società molisana, chiaramente in evoluzione. La non estraneità dell’Ordine francescano dalle evoluzioni culturali, religiose e politiche del suo tempo fu sempre presente nella sua azione di governo, come negli indirizzi culturali scelti.
Conservò sempre, in tutte le circostanze, una imperturbabile serenità interiore e la sua onestà intellettuale, e, soprattutto, la sua aderenza alla verità, tenacemente ricercata. “Esempio di vita operosa e modesta, pacata e sobria. Il sapere fu norma e luce degli atti. Non lo toccò la vanità”, diceva il suo amico L. A. Trotta.
Questa dirittura morale nei rapporti con gli altri a volte gli procurò, come ovvio, qualche dispiacere; il medesimo amico lo ricordava come “uomo di modi semplici e franco di parole, ma un po’ acre, per cui nelle maniere più che non occorreva era aperto, e volto a dire senza le accorte perifrasi di convenienza e senza ritardo, e si procacciò malevoli ed avversari tra i riottosi e discordevoli”. “La Provincia, scriveva in una Relazione, è divisa in tre classi di frati: osservanti sinceri, osservanti apparenti, osservanti rilassati. I primi vanno incoraggiati, i secondi vanno illuminati, i terzi vanno scossi e richiamati”.
P. Dionisio, quindi, svolse il suo ministero di Provinciale in tempi difficili. I Frati Minori erano scampati alla soppressione del 1809 semplicemente perché, come ricorda Giambattista Masciotta (Il Molise alle origini … Vol. I, p. 284), la loro “sussistenza avrebbe soverchiamente gravato sul bilancio dello Stato, che nulla aveva a confiscare loro”.
Tuttavia i Frati non la passarono liscia. Quando, dopo il 1816, si tornò alla vita normale, la Provincia Osservante di San Ferdinando del Molise appariva “misera e quasi desolata” (Lettera del Provinciale P. Reginaldo, in P. Forte, Un francescano studioso…). I conventi erano diventati delle spelonche; i Frati per vivere dovevano cercarsi lavori anche fuori del convento. La tempesta rivoluzionaria che si era abbattuta all’inizio del sec. XIX sul Regno delle Due Sicilie aveva lasciato il segno sotto forma di nuovo modo di pensare della gente. Le idee volterriane sulla “inutilità” degli Ordini religiosi, veicolate dalla rivoluzione Francese e dagli eserciti napoleonici, erano penetrate in profondità. La politica giurisdizionalista del tempo, poi, tendeva a staccare gli organismi francescani periferici, Province e conventi, dal centro dell’Ordine e dal suo Ministro Generale, inteso come personalità straniera perché dimorante in uno stato estero, cioè lo Stato Pontificio. Inoltre nelle materie specificamente religiose li sottoponeva alla giurisdizione dei vescovi abolendo di fatto l’autorità del Ministro Provinciale e la stessa unità giuridica delle Province francescane che, di fatto, venivano frazionate in tante piccole circoscrizioni diocesane senza alcuna coesione fra loro.
A ciò si aggiungeva la diretta, pesante e fastidiosa ingerenza dello Stato borbonico in tutte le faccende, piccole e grandi, riguardanti l’amministrazione delle Province religiose. Per attuare i trasferimenti dei frati, per ammettere i giovani a noviziato, per la professione, per il sacerdozio e Dio sa per quante altre cose, era necessario il permesso, il Regio Placet, dell’autorità competente. Inoltre, lo stato si intrometteva anche nel contenzioso. I Frati potevano adire sia il tribunale ecclesiastico che quello civile anche nelle materie riguardanti la vita interna delle Province e dei conventi. Ne seguì che gli scontenti e i riottosi erano liberi di scegliersi il tribunale più conveniente, contribuendo alla crescita dell’anarchia e del disordine.
Dal punto di vista religioso ne seguì un pericoloso tendere verso il nuovo, ma senza staccarsi dal vecchio, un contraddittorio mescolarsi di tradizione e modernità che sarà risolto solo quando, dopo l’Unità d’Italia, gli Ordini religiosi vennero definitivamente soppressi nel 1866, per cui dovettero riorganizzarsi con un progetto di vita più aderente al carisma originario ma anche più adeguato alle mutate condizioni storiche.
Nella sua azione di governo della Provincia Osservante del Molise, P. Dionisio si presenta come uomo decisamente diverso cominciando a chiamare le cose col loro nome senza falsi pudori, o rispetti umani, o compromessi. In una delle sue prime Lettere, datata 10 luglio 1838, riprendendo il tema caro ad Antonio Rosmini, Le Cinque piaghe della Santa Chiesa, P. Dionisio si proponeva di parlare apertamente delle piaghe che affliggevano la sua amata Provincia Monastica “E chi può numerarle? Piaghe proprie dei Superiori locali. Piaghe dei Sacerdoti. Piaghe dei laici e terziari. Piaghe comuni. Piaghe individuali”. Particolarmente lo preoccupavano “le disuguaglianze” tra i frati, ereditate da un sistema di privilegi parallelo a quello del defunto mondo feudale. Secondo questa mentalità ad ogni incarico, sia di tipo direttivo che operativo, era connesso un complesso di facilitazioni o di diritti, o di esenzioni le quali perduravano anche quando l’incarico era scaduto. Si veniva, quindi, a costituire una classe di Frati Diversi a cui vita natural durante si doveva questo o quell’omaggio, che avevano moltissimi diritti e pochi doveri, spesso esentati dalla vita comune. Inoltre, come si può facilmente dedurre, questa classe di frati tendeva a crescere smisuratamente via via che si aggiungevano altri ex provinciali, altri ex definitori ed altri ex.
Per ciò che riguarda i superiori locali, il P. Dionisio rilevava che alcuni 'andavano circolando qua e là per le fiere e per le feste, e vendevano e compravano, davano e ricevevano denaro, che facevano contratti..'. Anche le lettere che il Provinciale inviava, qualche volta erano tenute in non cale. 'Lungi dall’essere ascoltati ed ubbiditi fummo presi a giuoco da qualche protervo guardiano' scriveva con una punta di amarezza.
Ma si rendeva conto che una situazione così profondamente degradata non si poteva rabberciare con una lettera o con un comando. Né si poteva ipotizzare un lavoro di ricostruzione partendo dalle cause del degrado. Infatti pochissime di queste cause erano ascrivibili alla responsabilità dei Frati o dei loro superiori. La maggior parte di esse derivava dai nuovi assetti dello Stato, fortemente ideologizzato, e da alcune contraddizioni, mai risolte, dello stesso ordinamento della Chiesa. Fra queste i mai del tutto risolti, ancora oggi, interrogativi sulla esenzione degli Ordini Religiosi dall’autorità vescovile e l’aderenza degli stessi Ordini Religiosi al loro carisma originario.
La prudenza lo guidò sempre, insieme a uno sconfinato amore per la Provincia e per i Frati a lui affidati. Il più delle volte, infatti, le inadempienze e le irregolarità non erano frutto di cattiveria, bensì figlie di consolidata sciatteria derivante dai lunghi anni in cui i poveri frati avevano dovuto in modo professionale esercitare l’antica arte italica dell’arrangiarsi, del barcamenarsi tra esigenze religiose, mai disattese, la difficoltà di avere dei punti di riferimento sicuri, il marasma legislativo e burocratico, la difficoltà dei collegamenti con il centro dell’Ordine, il sistema schizofrenico delle autorità diverse.
P. Dionisio sapeva che anche chi storceva il muso e brontolava aveva le sue buone ragioni. Continuò nella sua politica dei passi piccoli ma non casuali né sconnessi, esprimenti una progettualità rigorosa, sempre accorto a cercare la collaborazione, magari limitata, più che un consenso estorto con l’imposizione. Cercò soprattutto di riabituare la Provincia all’arte del pensare e al rigore religioso.
La prova del fuoco fu la questione dell’abito religioso. Con le poche risorse economiche a disposizione, non era un compito facile procurare il saio a 180 religiosi. Fino a diversi decenni addietro ci pensava il lanificio del convento campobassano di San Giovanni dei Gelsi a mettere insieme con le questue la lana sufficiente, a filarla e a tesserla. Il Lanificio di San Giovanni dei Gelsi era uno dei più antichi della secolare Provincia di Sant’Angelo a cui fino alla metà del sec XVIII appartenevano anche i conventi della Provincia del Molise. Fu fondato nel sec. XV dal Beato Tommaso da Firenze e aveva servito ininterrottamente i Frati fino al 1811.
Ma ormai il lanificio di San Giovanni era finito. I Frati s’arrangiavano come potevano. Non tutte le comunità monastiche erano in grado di provvedere. Qualche P. Guardiano faceva il furbo e dirottava le risorse. I Frati ricorrevano al Provinciale ma questi non sapeva che pesci prendere. La sconnessione tra i vari conventi e tra i Frati era tale che era difficilissimo perfino porre il problema; tutti, peraltro, lo avvertivano come urgente e indilazionabile.
P. Dionisio aveva quindi ricevuto in eredità un problema che già trent’anni prima era grave. 'Nel giugno 1838 venni io, per mio infortunio, eletto Ministro Provinciale. Trovai la Provincia sossopra per gli abiti'. Così esordisce nel suo opuscolo manoscritto 'Cenno della storia e dell’utilità del lanificio nel convento di S. Giovanni dei Gelsi presso Campobasso e dei mezzi per rianimarlo', scritto nel 1840 per porre all’attenzione dei frati della Provincia il suo progetto per risolvere l’annoso problema del saio. Finalmente, dopo molte discussioni, finalmente il Lanificio di S. Giovanni dei Gelsi riprese la sua attività verso il 1850 essendo Provinciale P. Filippo da Matrice.
La responsabilità dell’uomo di cultura - Il dovere del sapere e della comunicazione; la breve parentesi universitaria
Nel 1853 fu finalmente liberato dal Provincialato che subiva come insopportabile fastidio. “Noi siamo annoiati di noi stessi: noi sentiamo un peso insopportabile sulle spalle: noi desideriamo di deporre la carica, appena che si potrà legalmente”, così scriveva in una Lettera circolare del 9 luglio 1852.
Nel frattempo, tra un Provincialato e l’altro, tra una lezione e l’altra aveva coltivato intensamente la sua antica vocazione di studioso.
Vent’anni dopo i suoi primi tentativi giovanili pubblicò nel 1843 con l’editore campobassano Nuzzi le Riflessioni sopra ‘Il Cristo al cospetto del secolo’ di Rosellj de Lorgues'.
Qualche anno prima, quando era ancora Ministro della Provincia Osservante del Molise era stato coinvolto in un progetto culturale di vasto respiro che riguardava l’intero Ordine dei Frati Minori. Anima di questo progetto era il suo carissimo amico e compagno di studi a Bologna il P. Antonio Fania da Rignano Garganico figlio della sorella Provincia di Sant’Angelo della quale fino alla metà del sec. XVIII facevano parte anche i conventi della Provincia di Molise. A questo Frate benemerito è intitolata la nostra Biblioteca del Convento di San Matteo sul Gargano. Il P. Fania aveva grande cultura teologica e umanistica. Stimatissimo negli ambienti culturali laici, e in quelli ecclesiastici, dopo il 1850 fu inserito nella speciale Commissione Pontificia incaricata di redigere la solenne dichiarazione dommatica dell’Immacolata Concezione proclamata il 15 agosto del 1854. Per l’occasione l’artista marchigiano Francesco Podesti dipinse un grande affresco celebrativo in cui il P. Fania è raffigurato insieme agli altri teologi.
Nel 1840 il P. Fania era Segretario dell’Ordine e viveva a Roma in stretto contatto col Ministro Generale dell’Ordine. Uno degli argomenti più dibattuti all’interno dell’Ordine era lo stato degli studi che urgeva adeguare alle nuove metodologie scientifiche e alle mutate condizione dei tempi. P. Antonio Fania nella sua Orazione accademica per la consacrazione della Basilica di S. Maria degli Angeli (Orvieto, 1843) constatava “non potere i francescani adempiere lor missione nel mondo, se col mondo non si mettono a pari nel sapere; e dal sapere molta parte dipendere della informazione dei puri costumi”. Compose, quindi una serie di Riflessioni per comporre con felice riuscita un metodo di Studi nell’Ordine Serafico che furono interamente recepite nella Lettera circolare del P. Generale dell’Ordine P. Giuseppe d’Alessandria, Ordinamento di riformazione degli Studi (Forte, P. Antonio M. Fania….).
Dopo la fase dello studio, si passò a quella operativa. Bisognava redigere un nuovo piano di studi, preparare i docenti, comporre i nuovi testi scolastici. Furono invitati i migliori Professori, Lettori, dell’Ordine tra cui furono scelti P. Frediano Pardini di Lucca per la Teologia dommatica, P. Dionisio Piccirilli da San Giovanni in Galdo per la filosofia e P. Luigi Filippi d’Avigliano per le scienze. Il 20 febbraio 1841 il P. Generale volle incontrare il P. Dionisio con urgenza a Napoli “causa scribendi componendique scientificas institutiones pro toto Ordine Minoritico”, per affidargli l’incarico di comporre delle lezioni di filosofia per le scuole dell’Ordine.
In seguito P. Dionisio dimorò per qualche tempo a Roma; nel convento di Aracoeli sul Campidoglio raccolse i suoi appunti e diede forma definitiva alle Philosophiae Universae Institutiones. Era un’opera davvero imponente: tre corposi volumi scritti in latino per complessive 800 pagine fitte di citazioni, rimandi, note. Il volume primo, contenente la Storia della filosofia, ed elementi di logica e di ontologia, e il volume secondo, contenente la psicologia, la cosmologia e la teologia naturale, uscirono ambedue nel 1844 a Roma per i tipi di Crispino Puccinelli. Il terzo, contenente la Morale universale, il diritto di natura e il diritto sociale, uscì l’anno seguente, 1945 con la stessa casa editrice. I primi due volumi vennero esauriti in fretta, tanto che a P. Dionisio fu richiesta una seconda edizione, che uscì notevolmente arricchita nel 1847.
Seguirono due operette di indole religiosa. La prima intitolata E’ assurdo non che empio il negare il Cristo storico ed il sostituirvi il Cristo mitico. Ragionamento letto all’Accademia di Religion Cattolica nell’adunanza del 12 agosto 1847, Roma, Puccinelli 1847, era stata occasionata dalla pubblicazione della Vita di Gesù o esame critico della sua storia del celebre studioso razionalista tedesco delle Sacre Scritture Federico Strauss. Certamente il P. Dionisio ha conosciuto la suddetta opera dello Strauss o nella edizione tedesca, o tramite la sintesi pubblicata in qualche rivista. La prima edizione italiana di detta opera, infatti, è apparsa solo nel 1863.
Il secondo opuscolo trattava un argomento che già da oltre un secolo furiosamente dibattuta La Religione utile alla società, pubblicata nel 1848 dalla rivista napoletana Raccolta religiosa le scienze e la fede, vol. XV. Intorno a questo tema si scontravano ancora, alla metà del sec. XIX, generazioni di intellettuali stanchi epigoni del secolo dei lumi e sanguigni apologisti cattolici.
Nel 1853 uscì a Napoli, presso De Cristofaro, a San Biagio dei Librai, il Diritto canonico speciale per Regolari sviluppato in dialoghi. Il corposo volume, di oltre 400 pagine, era stato preceduto, nel 1850 dai Dialoghetti sopra materie relative a Regolari (Campobasso, tip. Del Sannio). Il libro prende le mosse da due esigenze. La prima è quella di offrire ai componenti dei vari Ordini Religiosi un manuale semplice e discorsivo, facile da leggere anche da parte di persone non particolarmente dotate di cultura giuridica, sulla vita religiosa, sui suoi rapporti con la chiesa, le relazioni interne, la formazione e gli studi, il governo ecc. La seconda è più ambiziosa: dare ai laicisti, a vecchi e nuovi giacobini e vari personaggi alla moda uno strumento completo per conoscere per conoscere meglio l’oggetto del loro odio e delle loro scomposte conversazioni.
Nel 1855 vide la luce a Napoli, presso la Tipografia Maiorana, la Filiapedia ossia epistolario per serbare gli amici e conciliare i nimici. Le lettere sono indirizzate a un non meglio precisato nipote a cui invia la lettera introduttiva. P. Dionisio non si propone di ripulire la terra dalle inimicizie, ma solo di renderla più vivibile. Nella lettera introduttiva espone un concetto che la dice lunga sulla sua visione dei rapporti umani “Ho creduto pubblicare questi miei pensieri, stimando di non far cosa ingrata a coloro, che nelle loro lunghe discordie studiarono, e forse esaurirono tutti i mezzi di nuocersi comunque”. Non c’è un filo di pessimismo in tutto il suo trattato: anche quando le inimicizie sono irriducibili e totali, è molto più facile esaurire i mezzi possibili per fare il male, che distruggere effettivamente la persona su cui tali mezzi si vogliono sperimentare. Ciò significa che anche il male peggiore ha i suoi limiti; è destinato ad esaurirsi per consunzione interna, per svuotamento di energie; in definitiva, per mancanza di motivazioni plausibili. Bisogna considerare poi che su questa terra non esiste il male assoluto che sia in grado di difendersi perfettamente dagli assalti del bene. Sembrerebbe un quadro paradossale, ma è perfettamente vero.
Nel 1857 vide la luce, per i tipi di Filippo Serafini in Napoli, la Patologia morale, o sia trattato su le passioni umane. E’ un corposo volume di oltre 500 pagine dedicato a Mons. Lorenzo Moffa, Vescovo di Boiano, Frate minore Osservante anche lui, della medesima Provincia di S. Ferdinando nel Molise, di cui era stato anche Ministro Provinciale. Nella dedica P. Dionisio rievoca tutto il bene che Mons. Moffa ha fatto alla sua amata Provincia Monastica, nonché tutta la confidenza, l’affetto e la stima di cui lo ha onorato. Le moderne teorie, ricorda P. Dionisio, dicono che “senza lo studio della Fisiologia e della Patologia non possa aversi la cognizione delle umane passioni” (pag. XIX) come se le passioni e il loro altalenarsi nello spirito umano e le indubbie influenze che hanno sul comportamento dell’uomo siano solo effetti deterministici di certe reazioni chimiche. Le cose, dice P. Dionisio, sono molto più complesse, e non possono facilmente essere studiate senza l’aiuto dell’esperienza dei secoli passati.
L’ultima importante pubblicazione del P. Piccirilli fu Del Diritto di natura e delle Genti, Libri due, Vol. I, che vide la luce nella tipografia di Luigi Diodati nel 1860. L’opera è il frutto del suo unico anno di insegnamento all’Università di Napoli dove, superato il concorso nel 1859 fu Ordinario di Diritto Naturale fino all’autunno del 1861. Con l’unità d’Italia si iniziò un nuovo corso. I nuovi governanti avevano altri programmi e p. Dionisio dové tornare al suo amato convento di San Giovanni dei Gelsi.
Anche per i Frati e per tutti gli Ordini Religiosi il 1861, come per tutta la Nazione Italiana, era l’inizio di un nuovo corso. L’avventura risorgimentale era arrivata al suo culmine. L’Unità d’Italia non si poteva fare senza che qualcuno pagasse. Le ineluttabili esigenze della storia avevano il loro costo.
Già col Regime Luogotenenziale, dal gennaio 1861, ci furono provvedimenti contro gli Ordini religiosi. Ce ne furono altri nei mesi e negli anni seguenti, fino al 7 luglio 1866 quando un Regio Decreto ordinò la soppressione di tutti gli Ordini Religiosi esistenti in Italia.
Privato nel 1861 della cattedra universitaria, P. Dionisio nel 1866, insieme agli altri Frati, fu cacciato anche dal suo convento. Si rifugiò in famiglia, a San Giovanni in Galdo che fino a 41 anni prima lo aveva nutrito e tenuto in serbo per la grande e bella avventura della vita. Nel 1876 cadde e dové usare le grucce per camminare. Poi divenne cieco. Morì nel 1881 il 18 giugno.
Se esiste una vita esemplare, dove è preminente la forte coesione tra pensiero e azione, dove l’ottimismo della ragione è frutto di autentica conoscenza, dove l’affidarsi a Dio è totale, e il rapporto fra religione e vita è fluido, scorrevole e naturale, tale vita è quella di P. Dionisio Piccirilli da San Giovanni in Galdo.
Possa S. Giovanni in Galdo dare ancora alla Chiesa e alla società ancora uomini come P. Dionisio.
Ringrazio gli amici di San Giovanni in Galdo e P. Lino Iacobucci che mi ha forzato con la sua squisita cortesia ad accettare l’invito.
P. Mario Villani
Santuario di San Matteo, San Marco in Lamis, 15 agosto 2004