Convento S. Matteo presso S. Marco in Lamis (Nota 45) (1578)

Il convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Il convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Prima di essere convento francescano era un'abazia benedettina sotto il titolo di S. Giovanni de Lama.
Nel medioevo l'espansione e la fioritura dell'Ordine benedettino hanno una vivacità che stupisce. “I primi possedimenti cassinesi, in Capitanata, si riallacciano all'intenso movimento di pietà, che nel secolo VIII, si sviluppò fra il popolo longobardo, in una misura mai superata. Le prime donazioni fatte in Capitanata, a Montecassino, le troviamo a Lesina sin dall'anno 788” (Nota 46).
L'epoca della fondazione dell'abazia di S. Giovanni de Lama si riallaccia a quell'intenso movimento benedettino nel secolo VIII? È probabile. Ma la storia documentata dell'abazia comincia con il documento bizantino dell'anno 1007, nel quale si rileva l'esistenza dell'abazia in piena efficienza e autonomia. Ovviamente la fondazione risale ad epoca antecedente. Varie concessioni furono fatte all'abazia dai catapani Xifena (1007), Giovanni De Curcua (1008), Cristoforo (1029), Bicciano (1030), Argiro (1052) e Re Guglielmo II (1176).
Resti medioevali dell'antica Abbazia di S. Giovanni in Lamis.
Resti medioevali dell'antica Abbazia di S. Giovanni in Lamis.
Sulla scorta di simili documenti si ha l'impressione di trovarsi davanti all'abate di S. Giovanni de Lama, come a ricco e potente signore feudatario, dagli ampi poteri religiosi, civili e amministrativi, su vaste zone del Gargano e del Tavoliere. Per usare un'espressione posteriore, l'abate è già un signore e il suo dominio una signoria. L'abazia emerge potente nell'ingranaggio politico-sociale del feudalismo, un centro da cui parte e ad esso ritorna tutto un movimento di uomini e di cose. Fino al Trecento l'abazia ebbe i suoi momenti di largo respiro storico. Ma nella floridezza e nel materiale benessere si nascondeva un pericolo, quello di perdere la propria libertà ed autonomia nel gioco politico. Le donazioni dotalizie di rendite del monastero, fatte da Guglielmo II, Federico II, Carlo I d'Angiò, dettero un duro colpo alla vita del monastero benedettino. Alle difficoltà esterne si unirono beghe interne tra monaci inquieti. A colmare la misura venne l'usurpazione da parte di un prepotente abate cistercense del monastero di Casanova. Tristi vicende che portarono al tramonto dell'abazia benedettina, che cadde nelle mani di abati commendatari (1327).
Questi abati percepivano le rendite attraverso i loro Vicari badiali. Un documento della fine del Seicento dà la senzazione (sic) dei vasti possedimenti che aveva ancora l'abazia: è una platea del 1699, redatta mentre era abate commendatario il cardinale Del Giudice (immagine)card-Francesco-del-Giudice.jpg, e Vicario badiale (che risiedeva a S. Marco) don Giuseppe de Vita. In essa è detto:

'Tiene l'abbadia di S. Gioanni in Lamis d'esigere ogni anno dalla Regia Dohana di Foggia docati cinquecento e diece per l'herbaggi che si possiede la Regia Corte per le pecore, e sono l'erba di Farano, l'oliveto e feudo di S. Riccardo.
Tiene nel feudo di Farano una masseria di campo con mezzana di carra quattro arborata con perazza, pozzo, e versure quattrocento di portata.
In detto feudo di Farano tiene un'altra masseria di campo detta lo Faranello con mezzana carra due, e versure cinque di portata, versure duecento a coltura, e con pozzo, e detta mezzana arborata con perazza.
Nel feudo di santo Chirico tiene una masseria di campo nomata Vall’oscura con mezzana di carra tre, e versure trecento a coltura.
Nel territorio di Castelpagano tiene una masseria di campo nomata la Cercole, la mezzana di carra due, arborata di perazza, con pozzi, con portata di versure duecento a coltura in circa.
Confina nelli demani di S. Severo, confina col territorio di Casalnuovo, e Castelpagano, tiene il feudo di S. Riccardo di carra trentadue, delli quali ne pascola la Regia Dohana dalli ventinove settembre persino all'otto di maggio ogn’anno carra ventitre, e carra nove restano a beneficio dell'abbadia per la masseria detta di santo Matteo, cioè carra due di mezzana e carra sette a coltura.

Foto tratta da 'Granum Sinapis' Bollettino dello Studentato Filosofico Francescano di San Matteo Anno XXV n. 1 (70) - 1969.
Foto tratta da 'Granum Sinapis' Bollettino dello Studentato Filosofico Francescano di San Matteo Anno XXV n. 1 (70) - 1969.
Tiene nel territorio d’Arignano la chiesa intitolata la Madonna di Cristo con una chiusa di poche olive, e di capacità di tre versure di terra, qualmente s'affittano ogn'anno a beneficio dell'abbadia.
E più in detto territorio d’Arignano tiene nella masseria della Salza, e proprio vicino al pozzo versure quattro di terre seminatorie lemitate solite affittarsi ogn'anno.
Tiene ancora in detto territorio nella Masseria detta dello Vento confinante con la terra del Capitolo di detta Terra altre versure sette a coltura.
Nel feudo di Castelpagano tiene la chiesa diruta intitolata Santa Altera con alcune poche terre.
Nell'Ancarano territorio dell'Apricena tiene un pezzo di terreno seminatorio versure sette.
Nella città di Foggia tiene annui docati diece di censo sopra la casa sita in mezzo la piazza in pronto alla portella della Dohana.
Nella panetteria di Fazzolo, e taverna tiene docati sette di censo annui, qualmente hoggi si pagano da Iacinto Belvedere.
Nella città di Molfeta tiene una chiesa hoggi diruta con una chiusa d'olive e versure cinque seminatorie, d'esigersene da docati diecidotto l'anno, et una casa.
Nella città di Manfredonia tiene una casa, e fondo diruto.
Nella terra di S. Giovanni Rotondo tiene la Bagliva con il territorio nomato il quarto, et molti censi con il quarto del pantano, transatti per detti Corpi con l'antecessori abbati, con il presidente di detta Terra di S. Giovanni per docati trecentocinquanta annui. Tiene in questa terra uno forno grande qualmente s'affitta ogn'anno docati ottanta.
Tiene la giurisdizione spirituale e temporale, sì civile, come criminale, con la rendita della Mastrodàttie ogn'anno affitansi.
Tiene una taverna, ed orto solito affittarsi ogn'anno.
Tiene l'honoranza, seu piazza d'esigersi da forestieri, che vengono a vendere in questa Terra, due terzi all'abbate, ed un terzo all'Univer¬sità.
Tiene la difesa di S. Matteo, come anco tutto il territorio, secondo dichiarato nella concessione.
Tiene la terra di Calderoso con forno e centimolo per uso panetteria con un carro d'erba nomato il giardino. Tiene in detto Calderoso alcune grotte.
Tiene in più partite di censi sopra alcune case e vigne, e calcolate tutte le dette partite ascendono alla somma di docati ottanta, grana undeci, e cavalli otto.
Estracta est praesens copia a suo proprio originali. Ego notarius Michael Cera” (Nota 47).

Dinanzi a un patrimonio così ricco di capitali e di rendite, è strano e triste constatare come il monastero di S. Giovanni in Lamis, alla fine del Cinquecento, minacciasse rovina e da lungo tempo fosse trascurato in esso il culto divino. La commenda, qui come altrove, si riduceva, se non esclusivamente, almeno in massima parte, a formare le riserve alle quali persone privilegiate attingevano per i loro veri o pretesi bisogni economici.
Se l'ex monastero benedettino di S. Giovanni in Lamis non scomparve completamente, si deve al senso storico di un abate comendatario e al coraggio di un Ministro provinciale dei frati Minori Osse[r]vanti, che dettero l'avvio ad una “novella historia”.
L'abate commendatario Vincenzo Carafa ha il merito di aver posto le condizioni perché lo storico monastero uscisse dallo stato di abbandono. Il Ministro provinciale della Provincia di S. Angelo in Puglia, p. Luigi da Nola, ha il merito di aver corrisposto all'iniziativa, impegnandosi a far risorgere il monastero. Papa Gregorio XIII (Immagine)b_274_328_16777215_01_images_doroteo-forte_tooltips_Gregorio-XIII.jpg ha il merito di aver approvata e sanzionata la concessione del monastero ai francescani.
Con breve del 14 febbraio 1578, il Papa approva la convenzione, i cui elementi essenziali sono i seguenti:

Il Ministro provinciale pro tempore manterrà in detto monastero dodici frati minori, di cui sei sacerdoti, due chierici e quattro conversi; si celebreranno le Messe e altri uffici divini, di giorno e di notte secondo la loro Regola.
Carafa darà ai frati, al momento del loro ingresso, nove pagliericci, altrettante coperte schiavine, tutta la suppellettile necessaria alle officine e alla cucina, nonché l'uso di un cavalluccio o di un muletto.
Darà, per quattro anni, seicento ducati per riparare la chiesa e gli altri edifici, e una calcare di calce. Di più ogni anno, Carafa e i suoi successori daranno ai frati venticinque rubli di lana, dodici sestari d'olio per le lampade nel servizio del culto, quaranta libre di cera. Le offerte e i legati espressamente fatti ai frati saranno spesi in utilità della fabbrica e per gli arredi sacri.

A maggior cautela il Papa precisa:

'concediamo ai frati minori osservanti la casa, eccetto qualche locale per il commendatario, la chiesa, tutti gli altri edifici e officine, una parte dell'orto e la facoltà di legnare nella selva maggiore soltanto la parte secca detta morta, e solo per l'uso dei frati'.

Vecchio quadro con l'icona di San Matteo Apostolo.
Vecchio quadro con l'icona di San Matteo Apostolo.
Naturalmente non erano oggetto della cessione le possessioni e le rendite della commenda, che restavano sempre appannaggio dell'abate commendatario, rappresentato del vicario badiale, che rissiedeva (sic) a S. Marco.
Nel breve pontificio non si fa cenno al culto di S. Matteo. Ma Gonzaga, nel 1587, nota che il convento da alcuni è chiamato di S. Giovanni di Lamis, da altri di S. Matteo, e accenna pure ad una cappella (sacellum) dedicata a S. Matteo e ad una reliquia del santo. Annotazioni che fanno pensare che i francescani hanno trovato la devozione particolare a S. Matteo e l'hanno intensificata. 'Finissima per carattere e squisitezza d'intaglio' è la statua bizantina di S. Matteo, di cui non si sa la provenienza. La data 1596 che si legge sul libro che tiene in mano S. Matteo, indica l'opera di restauro con forte indoratura. Altro restauro fu eseguito nell'Ottocento, ed altro ancora nel 1968 da Pellegrino Ranella, che rimuoveva due strati d'indoratura e presentava il monoblocco di legno duro allo stato originale.
I francescani a S. Matteo non delusero le aspettative. Dopo un secolo e qualche cosa in più dal loro ingresso, Mattielli notava:

Foto tratta da 'Granum Sinapis' Bollettino dello Studentato Filosofico Francescano di San Matteo Anno XXV n. 1 (70) - 1969 - I senapisti assieme al P. Generale: P. Costantino Koser (morto nel 2000).
Foto tratta da 'Granum Sinapis' Bollettino dello Studentato Filosofico Francescano di San Matteo Anno XXV n. 1 (70) - 1969 - I senapisti assieme al P. Generale: P. Costantino Koser (morto nel 2000).
'la chiesa è stata modernata dai frati con una bella volta, ad essa si ascende con una scala bella nuova di molti scalini. Ha l'altare maggiore d'intaglio indorato riguardevole con la statua di S. Matteo. Ha tre altari (...) a quello di S. Giovanni corrisponde malamente l'organo e poi doi del Crocifisso e della Concezione. Il coro di noce bellissimo ma per andarvi bisogna passare per tutta la chiesa entrandovi da piedi per una porticella piccola che entra nel cortile. Avanti la porta maggiore della chiesa è una piazzetta bella et a questa di fuori si ascende per la scala detta. Ha anco campanile con buone campane ecc.
Dal cortile si entra in stanze buone che sono cinque e poi si ascende ad alto, dove sono doi altri dormitori ma poco ordinati con molte stanze et il noviziato chiuso et altre dieci celle. L’officine sono quasi sotterranee ma luminose per essere posto in alto il convento, quale ha horti e selve ma non in clausura, eccetto un pezzo, che si comincia adesso. V’è il molino da schiena, tre cisterne et un pozzo, la conserva della neve e li parchi per animali.
Hoggi (1683) il convento si chiama di S. Matteo perché vi fu portato un dente di questo santo da Salerno, lo diede un cardinale commendatario, che si conserva in sagrestia in un ostensorio d'argento et è in gran devozione appresso tutta la Puglia per li continui miracoli che fa e le grazie che se ne ricevono, massime per l'infermità dell’animali dei quali abbonda la Puglia: caballi, pecore, vaccine, porci e tutti che toccati con l’oglio della lampada che arde davanti l'altare di esso santo guariscono subito e ciò si vede ogni giorno, poiché vi conducono spesso le massarie intere a toccargli, e vanno sani...
Perciò il convento è commodissimo che da tutta la Puglia ricevono grosse limosine in specie tutti gli segnano un polledro indispensabilmente e quando ha tre anni lo consegnano ai frati, così li vitelli ecc., et ogni volta che s'infermano li bestiami ecc. Alla fiera di Foggia, dove si vanno a pigliare et il sindico apostolico li vende, si riportano ogni anno centinaia di scudi. Il convento tiene dodici cavalli per servizio dei frati e sono belli, ha mandre di porci e pecore. Si calcola che abbia più di tremila scudi d'annue limosine, poiché nessuno ardisce negarle anzi la danno copiosa per amore e timore di S. Matteo.
Tiene dieci novitii chierici, quattro o sei laici, sei terziari, sacerdoti quanti piace al Provinciale... Il cardinale abate pro tempore dà ottanta ducati l'anno al convento' (Nota 48).

Come si vede il convento di S. Matteo, in un secolo, ha fatto progressi sorprendenti, è una mezza abazia ove si vive in discreta agiatezza, in un contorno che sa di rustico e boschereccio. Data la sua particolare fisionomia, il convento, fino alla soppressione del 1866, provvedeva alle spese particolari del Ministro provinciale, e forniva il vestiario a tutti i frati della Provincia che erano sempre numerosi. Il problema economico della Provincia era legato, in buona parte, al convento di S. Matteo, come si vedrà in seguito.