1860-1870 I problemi dell'unità in Capitanata, Catalogo della mostra, a cura di Pasquale di Cicco, Archivio di Stato di Foggia, Foggia, 1982
[Le note riferentesi al catalogo della mostra sono state omesse, pur mantenendo la numerazione originale, NdR].
Consenso e reazione in Capitanata nel 1860 - 1870
di Costantina Anna Maria Altobella - Maria Antonia De Pascale
I primi due paragrafi sono stati redatti in collaborazione dalle autrici, il terzo paragrafo è dovuto a Costantina Anna Maria Altobella, il quarto a Maria Antonia De Pascale.
Il governo rivoluzionario, costituito da Garibaldi nel Mezzogiorno d'Italia dopo il trionfo della spedizione dei Mille, non nasceva vitale. La sua composizione era infatti ambigua: Liborio Romano, nominato da Garibaldi ministro dell'interno e polizia il 7 settembre 1860, era stato ministro di Francesco II di Borbone; Pisanelli, D'Afflitto e Scialoia, nominati rispettivamente alla giustizia, ai lavori pubblici e alle finanze, appartenevano al comitato dell'Ordine, da sempre fedele alla politica moderata di Cavour; inoltre l'autonomia enorme di cui veniva a godere la segreteria della dittatura, organo principale del governo, ed il carattere di semplice consesso amministrativo che il ministero assumeva rispetto a quella denotavano che il governo dittatoriale nasceva sotto le insegne dell'imprudenza politica.
La conciliazione che esso avrebbe dovuto operare tra Cavour e Garibaldi non si realizzò, e la diffidenza sopravvenuta in quest'ultimo nei confronti di Liborio Romano e del ministero spinse ben presto il governo alle dimissioni.
La rivoluzione nell'ex regno non aveva dunque stabilito organi di governo capaci di esprimere una politica univoca, e Raffaele Conforti incontrò molte difficoltà nella formazione della nuova compagine governativa. Il persistere nell'orientamento rivoluzionario avrebbe potuto compromettere la causa unitaria: infatti, dopo la sconfitta subita sul Volturno ad opera di Garibaldi, l'esercito borbonico resisteva ancora a Gaeta, sorretto in quell'estrema difesa da papa Pio IX, ed un'azione fortunata avrebbe potuto ricondurlo in trionfo a Napoli. Da qui il formarsi, per istinto e paura, di una certa coscienza che si manifestò diffidente nei confronti dell'iniziativa democratica garibaldina, favorevole al nuovo ministero, e d'accordo con quest'ultimo a troncare il corso della rivoluzione, ad abolire la segreteria ed il suo strapotere, ad annettere il Mezzogiorno d'Italia al regno di Sardegna. Il rifluire dei ceti possidenti al riparo delle garanzie conservatrici del nuovo Stato preparò il successo delle spietate repressioni attuate dai piemontesi nel 1863. La media e grossa borghesia terriera, non meno della nobiltà che fino all'ultimo momento si era mantenuta fedele a Francesco II, aderì infatti poco alla volta al programma annessionista del governo di Torino. Considerava infatti che l'instaurazione di un governo forte potesse meglio garantire la conservazione dell'ordine, contro il riformismo garibaldino che sembrava fomentare le aspirazioni popolari ad un radicale capovolgimento della situazione e ad un allargamento della sfera del potere politico che avrebbero leso troppi interessi.
In poco tempo totalmente mutato appare, quindi, l'indirizzo politico, e o ottobre si pubblica il decreto del plebiscito per Napoli e la Sicilia. Ma l'atteggiamento popolare si mostrò davvero entusiasta della rivoluzione e plaudente all'annessione?
Col rendere partecipe del processo unitario l'intera popolazione, si voleva aggiungere il crisma della legittimazione democratica all'opera, per tanti aspetti minoritaria, di costruzione risorgimentale; ma in realtà all'atto plebiscitario non fu riconosciuto alcun carattere di manifestazione di potere costituente, né di estrinsecazione di una volontà popolare innovativa della forma o dei contenuti dello Stato sabaudo. In tal modo i plebisciti che prepararono le annessioni, rievocando le ratifiche popolari dell'autoritarismo consolare ed imperiale, sembravano assumere il carattere di manifestazioni dal contenuto bonapartista.
Si è insistito sulla non spontaneità del voto espresso dalle popolazioni meridionali, lasciate dall'ancien regime in condizioni di totale incultura: le votazioni furono palesi e talvolta coatte, sempre fortemente preparate, organizzate e controllate dai moderati, e si svolsero in Capitanata fra tumulti e disordini fomentati dalla parte reazionaria e legittimista della provincia.
Nel Mezzogiorno il movimento legittimista ebbe una grande consistenza: le classi dirigenti legate all'antico regime, l'aristocrazia terriera e il clero riuscirono a far leva sulle masse contadine, facendo dell'Italia del Sud il centro del movimento antiunitario, in ciò passivamente sostenute dall'ambiguo atteggiamento politico del governo provvisorio. Ma l'assenza di veri capi, l'abilità del partito moderato, le modalità stesse con cui si svolsero le votazioni plebiscitarie predisposero l'insuccesso pressocchè generale delle reazioni dell'autunno: i risultati del plebiscito decretarono l'annessione con enorme maggioranza di voti, anche in provincia di Capitanata, dove si ebbero 57.288 voti affermativi contro soli 996 negativi.
Gli avvenimenti che avevano sconvolto il regno borbonico furono accolti in maniera diversissima in Capitanata.
In alcuni comuni furono manifestate gioia ed entusiasmo per l'arrivo delle truppe garibaldine, come avvenne a Troia, il cui sindaco inviò il 13 settembre un indirizzo di saluto al dittatore nel quale la popolazione si felicitava per l'ingresso delle sue truppe in Capitanata, e dove il 10 ottobre le autorità locali, riunite nella cattedrale, prestarono giuramento al re Vittorio Emanuele II.
Il Villani scrive che Foggia intera, dopo la partenza di Francesco II per Gaeta, sfilò per le vie cittadine inneggiando alla libertà riconquistata, e che monsignor Gherardo Santaniello, teologo del capitolo, passò in trionfo tra la folla in una carrozza ornata col tricolore.
Il movimento reazionario che accompagnò e seguì il crollo del regime borbonico produsse effetti allarmanti specialmente nel Gargano, dove le forze militari erano pressocchè inesistenti, dove più profonde erano la miseria e l'arretratezza della popolazione, e dove i contadini, allettati dall'azione provocatoria di agenti borbonici e clericali, fecero maggiormente sentire la loro protesta, che sfocerà nella forma estrema del brigantaggio.
A S. Marco in Lamis, la popolazione fu del tutto ostile, tanto che in occasione del plebiscito si rifiutò di votare, nonostante le esortazioni del sindaco Leonardo Giuliani.
Si verificarono sommosse popolari di notevole entità in molti altri luoghi della Capitanata: in una nota inviata dal governo di Foggia al sottogoverno di San Severo è evidenziato l'atteggiamento reazionario tenuto dalla popolazione di Poggio Imperiale, la quale voterà massicciamente contro l'annessione, così come quella di Panni.
A S. Giovanni Rotondo la reazione imperversò per diversi giorni sotto la guida di Vincenzo Antini e Francesco Cascavilla: il 23 ottobre 1860 ventitré cittadini di sentimenti favorevoli al nuovo governo, già rinchiusi nelle carceri allo scopo di proteggerli dalla folla, furono fucilati dagli insorti e le forze sopraggiunte per sedare la rivolta, consistenti in 50 militi e 260 garibaldini, si trovarono di fronte ad una resistenza feroce. I responsabili saranno riconosciuti colpevoli del reato d'incitamento alla guerra civile, devastazione e strage e condannati a morte.
A Cagnano il 21 ottobre, sempre in occasione del plebiscito, si verificarono gravi disordini durante i quali il posto di guardia urbana fu devastato e fu ucciso un certo Salvatore Donataccio. Nel novembre il consiglio di guerra subitaneo condannò all'unanimità i capi del movimento. Paolo Gianqualano e Nunzio Scirtuicchio, alla pena di morte mediante fucilazione, ma la condanna verrà commutata nei lavori forzati a vita con decreto 16 luglio 1861.
Al termine di questo periodo il governo moderato rafforza quel carattere chiuso e conservatore che era stato strumento indispensabile della unificazione politica. Animato da una tenace ostilità verso i rivoluzionari democratici, il governo piemontese colpì innanzitutto la dittatura e l'esercito garibaldino che aveva pur svolto una decisa azione antiborbonica, disperdendo e perseguitando i corpi volontari; tutto ciò costituì un errore da un punto di vista politico generale, ed anche sotto l'aspetto della disponibilità delle forze repressive. Infatti l'esercito italiano non era ancora ben organizzato e la sua insufficienza numerica lo rendeva inadeguato al controllo della grave situazione che caratterizzava le inquiete provincie del Mezzogiorno. Dalle scelte politiche dei moderati scaturiscono quale conseguenza diretta la grande insurrezione meridionale dell'estate del 1861 ed il brigantaggio, fronteggiati con un lungo stato d'assedio; le reazioni furono in genere orientale da una sorta di partito borbonico che nelle singole località sfruttava abilmente il malcontento delle popolazioni ostili al regime unitario, ai liberali ed all'autorità, parteggiando per il regime assoluto. In tale partito erano confluiti membri dell'apparato civile e militare borbonico; intendenti, sindaci, capi urbani, ufficiali; ma determinante fu in special modo l'appoggio dato alle reazioni del 1861 dai militari già appartenenti all'esercito napoletano, che erano in gran parte sbandati. Al 27 giugno 1861 questi assommano, in Capitanata, a 158 unità, che diventano ben 586 al 31 ottobre dello stesso anno: ad essi fu rivolta l'attenzione del dicastero di polizia di Napoli che, in un ordine inviato al governatore di Foggia il 15 gennaio 1861, evidenziò la necessità di tenerli sotto stretta sorveglianza.
La protesta della provincia si manifestò in forma molto radicale: a Vieste, cogliendo a pretesto la scarsezza del grano, alcuni rivoltosi attaccarono nel gennaio 1861 la guardia nazionale chiedendone il disarmo, e pretendendo l'espulsione del giudice, ritenuto garibaldino. Il 27 luglio la reazione scoppierà nuovamente, in concomitanza dell'invasione del paese da parte dei briganti: l'arciprete stesso, don Teodoro Masanotti, intimerà al popolo di Vieste la resa in nome di Francesco II.
A S. Marco in Lamis, nel giugno dello stesso anno, i reazionari tentarono di raccogliere armi per far fuoco contro i soldati del 62. reggimento fanteria, ed uccisero a colpi di mazza il liberale Achille Selvaggi.
A San Severo il 3 gennaio i braccianti, esasperati per il carovita e so-- nettando un'incetta di pane da parte dei cittadini foggiani, assalirono le carceri al grido di "Viva Francesco II" e liberarono alcuni individui arrestati; durante i disordini di qualche giorno avanti; dieci furono i morti, tra cui una guardia nazionale.
A Carlantino 1'8 luglio reazionari e briganti assalgono il posto di guardia nazionale e la casa municipale, minacciando di morte il cancelliere e bruciando gran parte del materiale d'archivio.
Ancora a Volturino, Vico, Bovino, Biccari, l'estate del 1861 vide violenze ed omicidi tali da potersi definire veramente, molto più che le reazioni dell'autunno del 1860, le matrici del grande brigantaggio.
La monarchia borbonica alimentava le reazioni con l'appoggio del governo pontificio; infatti il clero era stato sempre, nel Mezzogiorno, molto legato ai Borboni, contribuendo a mantenerne il potere.
Il concordato del 1818 aveva sancito l'alleanza controrivoluzionaria del Papato e dei Borboni, collocando il clero meridionale in una posizione privilegiata, complementare rispetto ai poteri dello Stato assoluto. In Capitanata la concentrazione della popolazione clericale era altissima: 7 vescovadi, numerosi importanti seminari, conventi di ordini religiosi che, come i liguorini, trasmettevano regolarmente agli agenti borbonici rapporti sui cittadini più o meno devoti al re.
Il clero si era rifiutato di collaborare all'esperimento costituzionale di Francesco II; durante la dittatura iniziò poi un'opera di sobillazione dei religiosi, i quali insinuavano persino in confessione che Garibaldi era un predone e Vittorio Emanuele uno scomunicato, e presagivano il prossimo ritorno del Borbone.
I padri cappuccini, sia a S. Giovanni Rotondo che a Foggia, si diedero ad una notevole attività reazionaria, fomentando le rivolte nel Gargano e stringendo stretti rapporti con le bande di briganti della zona.
Sembra che la popolazione di Foggia chiedesse a gran voce l'espulsione di alcuni cappuccini dal convento: le autorità procedettero ad una perquisizione che portò al ritrovamento di una corrispondenza di dubbio orientamento politico fra mons. Frascolla e l'ex provinciale padre Stefano da Bovino .
A Deliceto forti furono le pressioni popolari affinchè fossero scacciati i padri liguorini, borbonici e reazionari, i quali in confessione e dal pulpito istigavano le popolazioni a reagire contro il nuovo governo.
In numerosi centri del Gargano i parroci filoborbonici si macchiarono di complicità con i reazionari e con i briganti, e dichiararono illegittimi i sacramenti somministrati dal clero liberale e innovatore. A Bovino, infatti, il sacerdote Francescantonio Ziccardi di S. Agata, per la parte avuta nella rivoluzione, fu sospeso dalla messa da mons. Frascolla.
A Sannicandro, invece, al sacerdote Matteo Ciminelli il rettore della cappella del camposanto. Michele Cirelli, impedì la celebrazione della messa. Il provvedimento, a parere del Ciminelli, era dovuto all'adesione da lui dimostrata alla causa unitaria quando ancora regnavano i Borboni.
Tuttavia la rivoluzione trova nel Sud e più in particolare in Puglia ed in Basilicata un clero caratterizzato, nonostante i limiti imposti dalla rigida disciplina ecclesiastica, da profonde divisioni ed "appassionatamente retrivo o innovatore” .
Numerosi furono i casi in cui il clero di Capitanata manifestò il suo appoggio al nuovo Stato. Il cappuccino padre Giammaria da S. Marco la Catola è riconosciuto dal governatore di Foggia uomo dai "vivi spiriti italiani" ed offre infatti la sua collaborazione per la cura dei soldati feriti durante i disordini dell'autunno 1860.
Figura tra le più importanti del clero liberale foggiano fu Gherardo Santaniello, molto legato al Frascolla fino al momento in cui le vicende risorgimentali non li porranno su posizioni opposte. Egli infatti si schierò, fin dai giorni dell'impresa dei Mille, con i rivoluzionari; e più tardi, saputi i risultati del voto plebiscitario a Foggia, prese l'iniziativa di celebrare in cattedrale una solenne funzione, nonostante il parere contrario del vescovo Frascolla. Inaspritesi il contrasto politico con quest'ultimo, Gherardo Santaniello si trasferì a Napoli, lanciandosi negli ambienti politici che facevano capo alla sinistra ed acquistandovi una posizione prestigiosa. Ma anche qui egli dovette soffrire molto per la palese ostilità che gran parte del clero nutriva per il nuovo regime, tanto che abiurò, entrando a far parte della chiesa valdese. Caso clamoroso di adesione del clero alla causa borbonica fu quello di mons. Frascolla, vescovo di Foggia dal febbraio 1856 che, contrario al nuovo regime e fautore dei Borboni, aveva abbandonato la propria diocesi in un momento in cui la sua presenza sarebbe stata più necessaria. Mons. Frascolla trasmise al clero locale alcune istruzioni, ricevute dal Vaticano, sulla votazione per il plebiscito, nelle quali ordinava ai confessori di negare l'assoluzione a quanti avessero espresso il proprio voto. Nonostante le giustificazioni che cercherà di addurre, Frascolla sarà riconosciuto colpevole del reato di pubblicazione di scritti contenenti provocazioni contro le leggi dello Stato, e condannato a tre anni di prigione dalla corte d'assise di Lucera.
La protesta e l'atteggiamento di acuta ostilità del clero verso la rivoluzione unitaria avevano avuto il loro punto culminante nelle Istruzioni emanate dalla Sacra Penitenzieria il 16 novembre ed il 10 dicembre 1860, con le quali era sancita l'incompatibilità del magistero religioso e degli interessi materiali della Chiesa cattolica con le leggi e le istituzioni dello Stato italiano.
L'autorità statale ed il clero si intestardivano su piccole questioni, come quella del canto del Te deum in occasione delle festività civili, prescritto dal governo con dettagliate circolari, ma che il clero si rifiutava di effettuare.
Ad inasprire il contrasto già esistente tra il nuovo Stato ed il clero, sopravvennero il 17 febbraio 1861 i decreti emanati dal Mancini, che aveva assunto la direzione degli affari ecclesiastici durante la luogotenenza Carignano-Nigra, i quali rappresentarono purtuttavia un positivo elemento di rottura nella situazione politica e sociale dell'Italia meridionale. L'attuazione dei decreti Mancini postulava una immediata e massiccia vendita dei beni della Chiesa e una quotizzazione delle terre di proprietà degli enti ecclesiastici tra i contadini. Essi ebbero una influenza determinante nello spingere all'opposizione retriva quella parte del clero che era rimasta indecisa nei confronti della rivoluzione, e che attraverso gli innumerevoli canali dell'organizzazione ecclesiastica diventò l'elemento promotore delle rivolte reazionarie contro lo Stato unitario.
L'ardita politica, realizzata dal governo per controbattere le ingerenze clericali ma anche per risanare le esauste finanze dello Stato, colpì l'organizzazione finanziaria della Chiesa: i beni della mano morta furono aboliti e circa 14.000 tra enti e corporazioni religiose furono soppressi ed il loro patrimonio incamerato dal demanio.
In cambio di ciò che le era tolto, a compenso della perdita del proprio potere temporale, e soprattutto della sua desistenza da ogni ostilità verso lo Stato unitario, la Chiesa, in virtù della nota formula cavouriana "libera chiesa in libero Stato", avrebbe potuto affrancarsi dalla assoluta dipendenza della curia romana. Appare quindi evidente che la questione generale politico-ecclesiastica era strettamente connessa con il problema della proprietà e della riforma della Chiesa.
Se da un lato la vendita delle proprietà ecclesiastiche avrebbe potuto favorire una migliore distribuzione delle terre, poiché era permessa a tutti la partecipazione alle aste, d'altro canto la Chiesa scomunicava coloro che acquistavano i suoi beni, e la borghesia faceva leva su questo per tenere lontano le masse dalle aste e subentrare cosi come padrona delle terre che erano state degli enti religiosi.
Lo Stato unitario, quindi, fini col favorire lo sviluppo di interessi contrastanti, poiché i beni ecclesiastici del Mezzogiorno erano numerosissimi, e la loro confisca a vantaggio delle finanze dell'Italia unita sottrasse al Sud, ma soprattutto alle masse contadine, una grande quantità del suo capitale.
La vendita all'asta di quei beni, ordinata il 5 agosto 1867, non risolse quindi i molti problemi economici e sociali del Mezzogiorno ed il loro svincolamento dalla mano morta produsse anche un aggravio dei tributi da versare al pubblico erario.
La gravosa imposizione fiscale sarà il motivo del malcontento manifestato da molti cittadini di S. Severo, del quale il capitano dei reali carabinieri Severino informa la sottoprefettura in un rapporto datato 23 ottobre 1866. Per evitare altre agitazioni provocate dalle nuove imposte, il prefetto Scelsi dettò, in una circolare riservata del febbraio 1867, le misure da adottare per garantire l'ordine pubblico.
La crisi in atto nel Mezzogiorno esploderà in quella piaga sociale che fu il brigantaggio, con il suo carattere disperato e barbarico che ne fa uno degli episodi più tragici e cupi della storia d'Italia.
Se all'arretratezza delle strutture sociali, al distacco tra la classe dirigente e le masse, allo scarso senso dello Stato nelle popolazioni, si aggiungono la delusione per la questione demaniale, l'inasprirsi del caro-vita, la mancanza di lavoro, si comprende come il brigantaggio potesse rapidamente diffondersi.
I Borboni, con l'appoggio della Chiesa, diedero al brigantaggio, fenomeno che in Capitanata assume proporzioni grandissime, un indirizzo politico reazionario; bande armate si costituiscono un pò dappertutto attorno a capi più o meno noti: Varanelli, Crocco, Caruso... Vi accorrono ex soldati borbonici, renitenti alla leva, disertori ed evasi dalle carceri, individui già commessi nelle reazioni dell'autunno, contadini e montanari ansiosi di libertà di bottino e di vendetta.
I più animosi, convinti di battersi per una causa legittima, per il re che resisteva a Gaeta, e per le terre, istigati dal clero borbonico che assicurava una prossima restaurazione, foriera di onori e ricchezze per tutti, mossi dall'odio e dal desiderio di vendetta nei riguardi dei "galantuomini", fuggivano dai centri abitati e raggiungevano sulle montagne le bande già esistenti.
Queste si aggiravano in genere nei dintorni dei centri abitati, stabilivano le loro basi nei boschi e sui monti, compiendo vendette personali e piccoli colpi di mano contro le autorità governative o municipali e contro la guardia nazionale".
Spesso le bande usufruivano della protezione dei coloni addetti alle masserie, che fornivano loro i principali mezzi di sussistenza. Allo scopo di arginare il fenomeno, il 6 dicembre 1861 il prefetto Strada emana una disposizione che fa obbligo ai proprietari di presentare alle autorità la lista lici propri coloni, ai quali si intima altresì di denunciare tempestivamente eventuali assalti da parte delle comitive brigantesche, pena l'arresto come "fautori del brigantaggio".
Apposite liste di sospetti manutengoli dei briganti venivano compilate, a tenore di una circolare del 17 agosto 1863, dai giudici dei diversi mandamenti, ed inviate alla procura del re presso il tribunale di Lucera.
Un mezzo di sussistenza per il brigantaggio era pure il ricatto, che si eseguiva mediante il sequestro di persona o con intimazioni scritte e firmate dai capi.
Le bande potevano essere piccolissime, composte soltanto di qualche individuo, o anche molto numerose, per l'unione più o meno duratura di bande minori. Le grosse bande avevano una struttura di tipo militare, una veste politica, e in genere si sforzavano di mantenere buoni rapporti con le popolazioni; le piccole, invece, erano facilmente composte di ladri e assassini, e praticavano il brigantaggio comune.
La situazione rese necessario l'awio di una inchiesta parlamentare espletata da un'apposita commissione che si recò a Foggia, Cerignola, San Severo e negli altri centri infestati dal brigantaggio per rendersi conto delle cause determinanti e scegliere i mezzi più adatti per risanare la provincia. La relazione finale del deputato Massari alla Camera metteva in evidenza che a "Foggia, a Cerignola, a San Marco in Lamis havvi un ceto di popolazione addimandato col nome di "terrazzano", che non possiede assolutamente nulla e che vive di rapina... Tanta miseria e tanto squallore sono naturale apparecchio al brigantaggio" .
La commissione propose l'approvazione di una legge temporanea, che conferisse alle autorità il potere necessario per debellare il brigantaggio, nell'interesse dei cittadini e della pubblica sicurezza. Il 15 agosto 1863 il governo emanava infatti una legge, comunemente nota come "legge Pica", la quale stabiliva la pena della fucilazione per tutti coloro che fossero ritenuti olpevoli del reato del brigantaggio e di resistenza alla forza pubblica, e la pena dei lavori forzati per i conniventi.
Il regolamento esecutivo di detta legge, emanato il 30 agosto 1863, darà 'noltre al governo la facoltà di organizzare squadre da 10 a 30 uomini, sottoposte ai carabinieri reali e all'esercito regolare, al fine di reprimere il brigantaggio. Nel gennaio 1864 un'altra legge stabiliva ulteriori norme di ordine pubblico, affidando altresì ai tribunali militari il giudizio dei crimini commessi dalle bande.
La lotta contro il brigantaggio conobbe episodi assai cruenti; le autorità di governo reagirono con estremo vigore e dal 1861 al 1863 circa 400 briganti furono fucilati nella provincia di Capitanata. In effetti l'unica forza repressiva che, a parte l'esercito, si poteva utilizzare era la guardia nazionale, che nelle province meridionali aveva già una sua pur discontinua tradizione. Con decreto luogotenenziale 14 dicembre 1860, fu intrapresa dal governo la riorganizzazione della guardia nazionale: si stabiliva che le liste dovessero venir formate dai sindaci ed esaminate dal decurionato, vi potevano essere iscritti tutti i cittadini dagli anni 21 a 25 che fossero "proprietari, professori, pubblici uffiziali, fittaiuoli o coloni parziari, capi d'arte o di botteghe, commercianti, ed in generale tutti coloro che non siano semplici braccianti e che non vivano di salario o di mercede giornaliera" (art. 5).
La guardia nazionale fu peraltro armata con estrema lentezza a causa della diffidenza che il governo di Torino nutriva per l'armamento delle popolazioni meridionali; tale diffidenza represse le milizie cittadine e divenne uno dei principali fattori dell'inferiorità militare della guardia nei confronti delle pericolose bande di briganti.
Nonostante ciò, numerose azioni furono condotte con successo a Cagnano e S. Giovanni Rotondo ad opera dei militi di Monte S. Angelo, a San Severo, e altrove. Coloro che, militari o civili, si distinsero nelle azioni di lotta contro le bande di briganti, furono proposti per una ricompensa onorifica dalla commissione provinciale di Capitanata al real governo.
Benché in Capitanata il brigantaggio possa dirsi completamente debellato già nel 1865, fra il 1866 e il 1868, in concomitanza degli eventi politico-militari della guerra contro l'Austria, che impose il richiamo urgente di truppe, e della spedizione garibaldina a Roma, mostra una generale recrudescenza.
Si tratta però di un fenomeno privo dei motivi legittimisti dei primi anni e maggiormente caratterizzato da un malcontento economico e sociale degli strati contadini: quasi una rozza forma di lotta di classe.
Sotto il profilo politico-militare, il brigantaggio meridionale non si centralizza, non conduce ad azioni di massa aventi obiettivi strategici e politici, ne alla "liberazione" duratura di zone e centri abitati. Non appare mai uno stabile governo: il solo programma politico che giustifica la lotta armata condotta dalle bande è quello della restaurazione borbonica, che pure sembra artificiosamente sovrapposto alla realtà del brigantaggio, e semplice pretesto all'azione dei banditi.
È molto probabile che il dramma del brigantaggio avrebbe potuto essere ridotto, nel tempo e nello spazio, da una differente politica dei governi. Il formarsi di un vero sentimento nazionale nel Mezzogiorno d'Italia è ostacolato dalle incertezze e dalle oscillazioni peraltro tipiche di ogni regime governativo: gli errori che furono commessi dalla dittatura, dalla luogotenenza e dalle successive amministrazioni apparivano maggiori agli occhi di popolazioni abituate ad un disordine secolare, a sopravvivenze feudali, all'ignoranza ed alla superstizione e del tutto prive di fede nelle leggi e nella giustizia.
La contrarietà e le violenze subite nel passato avevano inculcato nelle masse un senso di paura e di rispetto verso un mondo retto dalla forza, tanto da renderle ostili all'idea di uno Stato che non fosse legato ai concetti di servitù e subordinazione. Se i moderati avessero compreso che i contadini meridionali potevano essere in parte soddisfatti con le quotizzazioni dei demani e dei beni ecclesiastici, sarebbero riusciti a sottrarli all'influenza borbonico-clericale e a creare una "diga" di piccoli proprietari da opporre alle masse proletarie delle campagne. In tal modo il brigantaggio sarebbe ilo ridotto entro dimensioni minori, la ripresa reazionaria sventata, e la costruzione dello Stato unitario nel Sud avrebbe poggiato su ben più solide fondamenta.