Il Diavoletto, Anno XIII, N. 242, 17 ottobre 1860
Rivista Politica.
Trieste 16 ottobre.
Cominciamo l'odierna rivista colla descrizione dello stato della Sicilia, fatta da un siciliano, dal deputato La Farina; esso in un discorso detto alla Camera di Torino, nella tornata del 10 ottobre, presenta un quadro ben doloroso di quell'isola, che i liberali chiamano redenta a vita novella. Dopo aver detto che nella Sicilia dal 4 aprile al 1. ottobre regna una piena anarchia, il deputato La Farina continua:

Francesco Crispi
Francesco Crispi
“In Sicilia non esistono ancora ordinati municipii, né colla legge antica, né colla legge nuova; e la ragione è semplicissima; perchè, dal momento in cui un decreto del dittatore richiamò in servizio tutti gl'impiegati, come trovavansi nel 1848, vale a dire dal momento che rinviò a casa loro tutti i magistrati municipali e giudiziari, tutto l'ordine amministrativo, tutto l'ordine giudiziario fu completamente disciolto.
Le mie notizie giungono fino al 1. d'ottobre; e fino al 1. ottobre non esistevano in Sicilia né municipii, né tribunali: e questo stato anormale dura da quanto tempo? Da sei mesi?
La questione della ripartizione dei beni comunali, è una questione terribile che si è battuta in mezzo della Sicilia, come una face di discordia, con un decreto, il quale cccordò ai combattenti per la patria il possesso, senza sorteggio, d'una quantità dei beni comunali. Da tale questione che n'è seguito? Che le bande, le quali avevano combattuto per la patria, e ritornarono nei loro comuni, hanno creduto di potersi mettere in possesso dei beni comunali, e la lotta che n' è derivata con coloro i quali n'erano in possesso, o signori, ha preso le proporzioni, bisogna dire la verità, d'una guerra civile!
Sono seguiti dei fatti dolorosissimi a Bronti. Si, signori, 23 persone sono state uccise. Accorse il questore di Catania; cercò di salvare altri cittadini che erano perseguitati; li arrestò per condurli in sicuro; ma crescendo il pericolo, un atto di debolezza fu commesso, e quegl'infelici furono abbandonati al furore dei loro avversari ..."

La Farina soggiunge che in Sicilia regna il maggiore disordine:

“Quindi questo strano spettacolo di sei ministeri in cinque mesi; questo spettacolo di una prodittatura data ad un uomo ragguardevole, ad un uomo che noi ci onoriamo di veder in questa Camera, e dopo offerta a tre, a quattro, a cinque persone oscure che ricusavanla, finchè...... finchè fu accettata".

La Farina dichiara come in Sicilia si fanno le dimostrazioni:

“E noti la Camera che, quando io dico dimostrazioni in Sicilia, io non intendo dimostrazioni come quelle pacifiche dell'Italia centrale; erano dimostrazioni nelle quali contavansi 30 o 40 morti …".

Giuseppe Garibaldi
Giuseppe Garibaldi
Che cosa vi pare di questa libertà, di questo progresso, di questo risorgimento e rinnovamento siciliano?
A Napoli intanto rinascono le incertezze; il pro-dittatore Mordini, che prima aveva data la sua dimissione, dopo una conferenza con Garibaldi, alla quale assistevano Cattaneo e Crispi, oggi invece sappiamo che resta in carica, e Crispi viene allontanato. Anche in ciò si vede come il generale dittatore tentenni continuamente fra Cavour e Mazzini, fra la repubblica e la monarchia. Abbiamo sottocchio la nota colla quale il conte di Cavour avrebbe risposto alla protesta del barone di Winspeare per l'invasione operatasi da soldati piemontesi sul territorio napoletano. Il conte di Cavour, al solito, dichiara che il Governo del re mandò i suoi soldati a Napoli perchè vi furono chiamati dalla popolazione, perchè era partito Francesco II e per salvare il paese dalla rivoluzione e dall'anarchia !.... finalmente per adempire alla grande missione che Vittorio re s'è assunta in Italia.
La nota è una replica delle solite ragioni addotte da tutti gli invasori ed usurpatori di tutti i tempi, né più né meno.
Le stranezze politiche di cui ci fa regalo il Constitutionnel e delle quali esso ha la privativa, non meritano tutta quella attenzione che il mondo politico si ostina a concedere alle medesime. I fogli semiufficiali di Parigi hanno per massima di dire e disdire a seconda dei casi, e di mutare le loro opinioni come una femmina muta la moda del suo vestire; fanno ciò con un garbo, con una grazia, con tale disinvoltura ch'è proprio difficile il far meglio. Adesso il Constitutionnel per esempio chiama giusta la rivoluzione nel Napoletano (quale rivoluzione?), giustissimo l'operato di Garibaldi, ingiusto l'intervento armato del Piemonte nel reame; più tardi e quando ne avrà avuto l'ordine, il Constitutionnel ed i suoi amici di convinzioni, torneranno alla carica contro Garibaldi per chiamare santa l'opera del Piemonte; il titolo di filibustiere verrà di moda ancora una volta per Garibaldi, e quello di re Galantuomo dato a Vittorio Emanuele figurerà nelle colonne del Giornale semi-ufficiale colla stessa franchezza con la quale ora si condanna quel re per il suo intervento nel Napoletano. Oh! i pagliacci non sono mica tutti al teatro Mauroner....... O quelli, a dire il vero, non ambiscono alla fama di gravità. Napoleone in Italia vuole e non vuole - comincia a temere che il suo pupillo (Vittorio re) la faccia in barba al tutore... e davvero che la sarebbe bella. Il Bonaparte si mette forse in gelosia del suo umile e devoto alleato, il quale prova le sue ali e tenta di emulare il volo dell'aquila napoleonica... Oh! se a Varsavia si potessero trovare le forbici per tagliare le ali ai due volatili...
Sono desiderii, capirete bene lettori, desiderii... che per realizzarsi hanno bisogno di tempo - intanto speriamo.
Già sortire da questo stato di incertezza conviene - e fino ad un certo punto è logico il dilemma recatoci dal telegrafo e tolto alla Patrie.
- Il Veneto è il pomo disputato, e il conte di Cavour e Vittorio Emanuele e le Camere lo vogliono entro sei mesi per fas o per nefas, per cessione o per invasione.... e con esso anche Roma per Capitale dell' Italia.
E quei signori parlan chiaro. Dunque, è dessa, l'Austria, disposta a perdere questa provincia od a cederla?... Mai no, crediamo - ergo, eccoci alla guerra - e vogliasi o non vogliasi, solo colla guerra potremo definire la questione italiana. Ammettiamo pure, per un momento, che il Piemonte avesse il Veneto; credete che si accontenterebbe?
Oh! neanche pensarlo - e chi lo crede darebbe prova di non avere studiata la storia di questi ultimi tempi; l'Istria, Trieste, il Tirolo, la Dalmazia.... e poi..... e poi, più si mangia e più si ha fame, e la fame del Piemonte è come quella della famosa lupa di Dante. Ma queste cose non tocca a noi a dirle; ben le diranno a Varsavia, e non andranno certo perdute al vento; là si potrebbe anche capire che il Veneto senza il Lombardo è un braccio senza mano, e che l'una cosa non può stare senza l'altra....
Uniformi dell'esercito napoletano.
Uniformi dell'esercito napoletano.
Ma passiamo ad altro. I Francesi del generale Goyon hanno occupato Viterbo, città nelle vicinanze di Roma e che erasi già dichiarata per Vittorio Emanuele, mostrandosi Napoleone in questo caso potente a cacciare la rivoluzione, mentre in altri casi si era dichiarato impotente a farlo. Ora i giornali piemontesi sono sulle furie per una tale occupazione, e si scagliano contro il magnanimo alleato, (se per burla o sul serio non sappiamo) ma certo con una virulenza inusitata - se la prendono per conseguenza con il signor conte di Cavour, il quale non impedisce lo scandalo!! esso però da parte sua, come il Ludro della commedia di Bon, squassa il suo abito e se la ride.... del susurro delle rane; il signor conte è aristocratico fino al midollo, non bisogna dimenticarlo, è fatto apposta per comandare; egli non si degna rispondere agli assalti dei suoi buoni sudditi: la fortuna è degli audaci, dice il proverbio, e perciò il conte Cavour, al quale le andaron bene tutte fino ad oggi, gettata la maschera, mostra i denti e non fa più mistero delle sue intenzioni. Roma e Venezia se si rispettavano dieci giorni fa, adesso un tale rispetto va raffredandosi: il Papa deve essere un cappellano del signor Conte, e la Venezia un nuovo regalo da farsi al re dei galantuomini, l'amico di Garibaldi.
Ma chi fa il conto senza l'oste lo fa due volte, dice il proverbio: e l'oste viaggia le poste per Varsavia - vedremo al suo ritorno se troverà giusto il conto.