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Recupero del territorio

Cinqueterre
Cinqueterre
Chino sul basilico, l'uomo continua a menare con maestria il falcetto per tagliare la parte superiore delle piante. Non si fida a darlo ad altri, perché possono farsi male. Certi attrezzi sembra facile maneggiarli, ma, se non si è abituati sin da piccoli, possono nascere guai. Del resto, le persone che dovrebbero usarlo non sembrano le più indicate per un utilizzo immediato. L'ex operaio, il pensionato e il disoccupato volenteroso, ma senza mestiere, è bene che comincino gradatamente. Prima viene la raccolta a mano, poi con le forbici e, fra qualche tempo, magari anche con il falcetto. Per ora gli apprendisti devono accontentarsi di guardare e portare i sacchi pieni sino al carrello del trenino a cremagliera.
L'odore è penetrante, sale sin sulla cima del monte e si mescola ad altri odori, quelli del pino marittimo e delle altre specie della macchia che contendono lo spazio alla vite, il loro spazio, prima che l'uomo glielo strappasse per le sue colture. La macchia, dunque, tende a riprendersi ciò che è suo, occupa i terrazzi e sgretola i muretti che li sostengono. Il paesaggio adesso ci presenta intere pendici ricoperte a pino, là dove, sino a trenta anni fa, c'era la vite. Da lontano si notano ancora i vecchi terrazzamenti.
Dunque, il basilico è stato piantato là dove pochi anni fa c'era la vite e ancor prima la macchia. Il basilico viene alternato ad altre colture per dare un reddito a chi vi lavora. Per far vivere una idea del genere ci vuole passione, non basta la necessità. Coltura biologica è una locuzione che dice poco o molto, a seconda dei casi. Agricoltura biologica può essere solo una tecnica di produzione o un modo di concepire la vita. L'uomo che taglia il basilico coltiva i campi con questo sistema dagli inizi degli anni 80. Si definisce un eremita ed è il consulente scelto dall'Ente Parco per l'operazione che qui si sta realizzando.
Per certe cose non bastano le competenze professionali degli agronomi. Serve qualcosa in più per concepire l'idea che, sui terreni strappati nuovamente alla macchia, si può coltivare il "basilico biologico".
La filosofia sottostante al progetto si muove su due livelli di intervento: il recupero delle terre e la programmazione innovativa delle colture.
Per la prima occorre conoscenza e piano di azione coordinato. Via allora tutte le specie della macchia, soprattutto erica e pini che si erano ripresi lo spazio a vigna. Rifacimento dei muri a secco con le pietre che si trovano sul posto e con quelle portate in cima, anche usando 'licottero, perché qui non ci sono strade e le cremagliere arrivano sino ad una certa altezza, poi non resta che la carriola o le spalle, null'altro.
Per la seconda, un piano colturale flessibile che prevede basilico seguito da pomodoro, peperone, insalate in funzione dell'andamento dell'annata e di parametri che non sono scritti nei testi di agronomia, ma derivano dal "saper fare" di chi lo ha praticato in quelle determinate condizioni.
Trenini, capaci di trasportare sino a 3 quintali, e acqua portata con tubazioni flessibili sono le basi del recupero. Gli ortaggi, senza l'irrigazione, non si possono produrre. Ortaggi coltivati con il metodo biologico, ma si usa anche tecnologia. Non si utilizzano i semi, ma si acquistano le piantine in un vivaio biologico. I raccolti, siamo già al secondo anno, sono integri. Non si vede l'ombra di funghi o di insetti. Il pericolo però è in agguato. La minaccia arriva soprattutto dai vivai, che possono essere curati quanto si vuole, ma sono sempre un potenziale veicolo di infezioni. Pertanto, si sta accarezzando l'idea di impiantarne uno in proprio.
Gli ortaggi consentono di avere subito un reddito disponibile, in attesa che la vite dia produzione in quantità apprezzabili, tempo 3-4 anni. Ma c'è una grossa incognita che aleggia su questo progetto di ripristino e rivalutazione delle colture e, paradossalmente, viene dallo sviluppo turistico che questo territorio sta vivendo. Coltivare la terra, questa terra che devi strappare metro per metro,  è duro.
Gli abitanti delle Cinque Terre, cinquemila anime in tutto, hanno visto aumentare in modo enorme il valore degli immobili. Chi ha una casa si ritrova, da contadino abituato a rompersi la schiena sui terrazzi, un patrimonio. Una piccola cantina, un ripostiglio, un buco qualsiasi in paese, se  trasformato in negozio, assicura una bella rendita. Gli abitanti delle Cinque Terre hanno mandato i loro figli a studiare. Trovare un giovane che abbia voglia di sudare sui terrazzi è un problema. E' stato organizzato un corso per la costruzione dei muri a secco. Fra tutti i partecipanti, uno solo era della provincia di La Spezia.
L'Ente Parco però è determinato a mandare avanti il suo progetto. Prende in comodato per 20 anni dai proprietari i loro terreni. Li pulisce, rimette a posto i muretti, ci pianta la vigna. A portarci l'acqua e i trenini a cremagliera già ci avevano pensato, negli anni scorsi, la cooperativa "5 Terre" che raccoglieva 600 viticoltori, ognuno con il suo piccolo appezzamento, e la Comunità Montana.
L'Ente Parco ha incoraggiato la costituzione di alcune cooperative che operano in vari settori e sono riunite in un consorzio. La cooperativa agricola coltiva i terreni recuperati, quella dei viticoltori trasforma le uve. Il basilico è conferito in un laboratorio, gestito da un'altra cooperativa, dove è trasformato in pesto e conservato sott'olio. Altri poi si occupano della commercializzazione. A completare la filiera, ci sono dei ristoranti del parco. Il tutto fa parte di un progetto di ampio respiro.
Puoi chiedere quante volte vuoi, a chiunque se ne interessi, se la cosa sta in piedi dal punto di vista economico. Avrai sempre la stessa risposta: "Se non si interviene, va tutto in malora". Ma esiste anche la consapevolezza del rischio della "statalizzazione dell'intervento". Il rischio, cioè, che, tra gli addetti coinvolti in varie forme in questo progetto, si consolidi la convinzione di avere una sorta di "reddito garantito", indipendentemente dai livelli di efficienza e produttività delle prestazioni e dai risultati economici dell'attività.
La questione sta nel trovare il punto  di equilibrio che permette la sopravvivenza di queste imprese. Occorre, in altre parole, stabilire quanto, delle risorse necessarie, deve essere frutto dell'attività di gestione dei terreni e quanto può essere attribuito all'interesse collettivo di difesa delle specificità del territorio. Queste peculiarità sono parte del patrimonio che ha consentito lo sviluppo delle attività turistiche, in particolare quelle ricettive e alberghiere.
Il pericolo è quello di "socializzare i costi e privatizzare i profitti" come si sente dire spesso da parte di chi è chiamato a governare il fenomeno.
La questione va affrontata, come si usa dire, in modo globale e l'AMP sembra determinata a farlo. Occorre valutare bene le potenzialità e decidere.