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I maestri d'ascia

Capo Gallo
Capo Gallo
Le pendici di Capo Gallo, ricoperte da una vegetazione a metà tra la macchia e la gariga, non hanno storie particolari da raccontare, a meno che non si voglia far passare per storia il pagamento di un biglietto da 5 euro per accedere all'Area Protetta dalla parte di Mondello, la prima località balneare che si incontra provenendo da Palermo. Paghi, sperando che ci sarà qualcosa di veramente interessante da vedere. Si arriva in auto fino al faro, poi bisogna camminare a piedi: a sinistra c'è Capo Gallo, a destra il mare.
Se sei attratto dalle piante, potrai ammirare la Palma nana, a settembre carica di frutti; potrai vedere l'Euforbia arborea, bella con i suoi colori dal giallo al rosso in primavera, ma, a fine estate, ormai con pochissime foglie attaccate ai rami; le altre sono già cadute. Potrai persino ammirare esemplari di Pomo di Sodoma, pianta proveniente dal Sudafrica che ha ormai colonizzato ampie zone d'Italia, assieme alle connazionali, se così si può dire, Acetosella gialla e Fico degli Ottentotti. In un paesaggio dove predomina il giallo delle piante riarse e seccate dal sole, potrai poi vedere il bianco dei fiori della Scilla marittima e il porpora della Masticogna. Se giri il volto dall'altra parte, puoi indugiare con lo sguardo sul mare, che non ti stanca mai.
Storie più interessanti le raccontano le facce dei pescatori, già al porto di Isola delle Femmine, mentre riparano le barche. I pescatori devono "arrangiarsi". Essi riparano da sé i propri mezzi di lavoro e, mentre guardi la scena, pensi che devono fare anche i carpentieri. Non sono solo pescatori, sono anche maestri d'ascia, i pochi che si trovano ancora nei piccoli porti dove ci sono le barche da pesca. I gesti sono lenti e nessuno sembra attanagliato dalla fretta; anzi, si  bevono pure una birra.
La fiancata da riparare è stata già messa a nudo, il minio dato in abbondanza sulle travi di sostegno e le assi tagliate a regola d'arte. Uno dei tre pescatori è tutto intento ad accendere un fuocherello con i trucioli e i pezzi di legno di scarto sotto l'asse già pronta. Gli altri due fanno forza alle estremità dell'asse poggiata su un pezzo di ferro posto di traverso su due sostegni. Si aiutano con i piedi e con un attrezzo particolare in ferro, a forma di L, con il quale l'asse è tenuta nella posizione voluta. Il tutto serve per sagomare opportunamente il legno perché possa adattarsi perfettamente alle travi di sostegno della barca, alle quali sarà fissato mediante dei chiodi. Se il legno non venisse sagomato, con il passare del tempo, le assi si schioderebbero per la tensione delle sue fibre.
Il lavoro non richiede molta forza, occorre soprattutto attenzione. La curvatura sarà determinata dal fuoco e dall'acqua che ogni tanto è buttata sull'asse sia per non farla bruciare che per sfibrarla. Calore e umidità, dunque, ma soprattutto l'esperienza accumulata nel corso degli anni.
Questo è il mare. In un pomeriggio qualsiasi di un giorno qualsiasi, si ripetono con naturalezza i gesti cadenzati da tradizioni che non è sbagliato definire millenarie. Il tempo sembra annullarsi in quei gesti, ma è pura illusione. A poca distanza un giovane, seduto alla guida di un carrello motorizzato e munito di gru, sta trasportando uno scafo verso l'acqua. E' tutto in vetroresina, esce da altri cantieri navali. Questo scafo non avrà mai bisogno, per essere riparato, di assi di legno e dell'esperienza dei maestri d'ascia: altri sono i materiali utilizzati, altra è la tecnologia. I nuovi scafi, pian piano, sostituiranno quelli vecchi e altre figure sostituiranno i maestri d'ascia. Ma che importa. In qualche parte delle nostre coste ci sarà sempre qualcuno che rimarrà attaccato al legno, testimone di una tradizione che è parte della nostra cultura e, come tale, va difesa.
Intanto, il gruppetto continua il suo lavoro e, se tra una chiacchiera e l'altra, ci sarà da riempire qualche vuoto, credo che non disdegneranno di farlo con una seconda birra.