L'Astrolabio n. 30-1969
Il 1968 sarà ricordato come un anno record per il Mezzogiorno, ma in senso negativo: un record all'indietro. La relazione governativa sull'andamento della economia meridionale, che per legge deve essere presentata entro il 30 aprile di ogni anno, ancora non è stata consegnata a nessuna delle Camere. Ma i dati più significativi ormai sono trapelati, e forse, proprio l'imbarazzo di giustificarli ha provocato il ritardo della relazione. Già si sapeva che, per l'agricoltura meridionale, quella scorsa è stata un'annata nera. E nel Sud, quando le campagne producono poco, ne risente l'intera economia, tuttora fortemente condizionata dagli alti e bassi agricoli. Il fatto grave è che al regresso della produzione agraria si è accompagnato un aumento irrisorio della produzione industriale, rimasto al di sotto di quello registrato nel resto del paese. Il risultato complessivo, su cui influisce in misura non decisiva l'andamento del cosiddetto settore terziario (commercio, credito, trasporti ecc.) è stato che il reddito dei meridione e delle isole è aumentato nel '68 in misura pari alla metà dell'aumento rilevato nel centro-nord: tre per cento contro il sei per cento circa.
La “relazione previsionale e programmatica” presentata dal governo nel settembre 1967, affermò che nel 1968 sarebbe proseguita l'azione tendente a ridurre gli squilibri nord-sud e che anzi si sarebbe conseguito un ragguardevole progresso nella faticosa marcia di inseguimento del sud rispetto al nord. Tutte chiacchiere? Il mercato lasciato ancora una volta a se stesso, ha fatto il comodo proprio. Il meridionale che l'anno prima aveva un reddito 100 contro i 200 del settentrionale, si è trovato l'anno dopo con 103 contro 212. Se non è restato povero in canna come era all'inizio del '68, senza neanche quel tre per cento di guadagno, lo deve a “santo” emigrante che, alleggerendo del proprio peso il mezzogiorno, ha reso meno grama la sorte di chi restava.
Al principio degli anni '60, ci fu una polemica alquanto salottiera tra chi concepiva lo sviluppo del mezzogiorno in un modo e chi nell'altro. Il tono salottiero glielo dava la partecipazione di un'economista donna, la signora Vera Lutz: col suo senso pratico tutto femminile, diceva che c'era un modo solo per risolvere il problema del mezzogiorno, e questo era che il sud si trasferisse al nord o, per essere più precisi e più crudi, che il mezzogiorno si limitasse a funzionare da serbatoio di manodopera del settentrione e dell'estero. Il “buon senso” della Vera Lutz piacque molto ai padroni italiani, sempre galanti con le signore specie quando gli solleticano il mento. Ne fecero proprie le argomentazioni, i consigli, gli ammonimenti. Lasciate fare a noi, dicevano, e vedrete che i disoccupati meridionali ve li metteremo tutti a posto. Purché, naturalmente, spendiate per noi i quattrini destinati al sud.
Contro questa “teoria”, che non aveva neanche il pregio della novità, giacché la disputa se debba essere il lavoratore a inseguire il capitale o viceversa, è vecchia quanto il cucco, insorsero non solo le sinistre ma anche taluni democristiani, come si suol dire, impegnati? Ma, a distanza di quasi dieci anni, dobbiamo ammettere che la signora Lutz aveva visto giusto. Il fatto è che lei conosceva bene i suoi polli, e quelli italiani che la fanno da padroni sono polli inconfondibili.
Manco a dirlo, il 1968 è stato un anno nero anche per l'occupazione meridionale, la quale ha continuato a perdere salutarmente molte penne in agricoltura, ma ne ha riguadagnate solo una parte nei servizi, mentre ha preso a perderne anche nell'industria, secondo un pericoloso andazzo che dura ormai da qualche anno. Per gli investimenti, il discorso non cambia. Fra stato e privati, sembra ci sia una specie di gara a chi nel sud ne realizza di meno. E il fatto allarmante è che proprio gli investimenti in macchinari sono quelli che calano, cioè gli investimenti dai quali maggiormente dipendono la creazione stabile di posti di lavoro e l'avviamento di un processo autonomo di sviluppo.
Due mesi or sono, la Camera dei Deputati è stata impegnata in un dibattito sulla politica meridionalista, che i recenti fatti di Battipaglia avevano nutrito di passione e che si è concluso con l'approvazione di un lungo ordine del giorno proposto dal centro-sinistra. Il nocciolo dell'ordine del giorno è una specie di riscoperta dell'America, giacché vi si afferma che la questione meridionale non è un aspetto, un obiettivo fra i tanti della politica economica nazionale, ma ne è l'obiettivo per eccellenza. Che trovata! Cose analoghe le avevano già dette almeno sessant'anni fa i meridionalisti più insigni, da Salvemini a Fortunato, da De Viti De Marco a Nitti. Il fatto è che non basta dirle, queste cose, ma occorre realizzarle. E, per condurre una politica economica tutta finalizzata al risollevamento del mezzogiorno, naturalmente in condizioni di moneta stabile, di economia competitiva e di tutti gli altri ave maria che a questo punto si usa recitare, ci vuol altro che l'innocente programmazione economica 1965-70, morta ancor prima di nascere, sostenuta da una coalizione di governo troppo debole per darle l'ossigeno di cui aveva bisogno.
Ercole Bonacina