Lo scritto è apparso su 'La Capitanata' del 1968. In esso Tommaso Nardella fa delle ipotesi sulla origine della Croce processionale che si trova nella Chiesa della Collegiata a San Marco in Lamis. Ho arricchito questo contrinuto con foto, filmati, note e formattatura.

La Settimana Santa di circa 50 anni fa a S. Marco in Lamis

La croce processionale di San Marco in Lamis
La croce processionale di San Marco in Lamis
Nel 1928 Filippo Ferrari "prevosto curato" di S. Maria Maggiore di Guardiagrele e autore di una pregevolissima monografia su Nicola Gallucci FotografieNicola-da-guardiagrele.JPG così, tra l'altro, scriveva al podestà di San Marco in Lamis: 'La ringrazio per le fotografie della bellissima Croce che è una splendida opera della scuola di Guardiagrele del periodo più florido... Ho atteso 25 anni per ottenerle...'.
Il buon e paziente don Ferrari aveva pubblicato il suo lavoro nel 1903 e, pur avendo in animo di dedicare alla Croce della Chiesa Collegiale sammarchese un saggio che avrebbe completato l'indagine sul maestro abruzzese e la sua scuola, non ristampò purtroppo il volume entro cui verosimilmente il nuovo accertamento doveva apparire.
Né da allora sono da segnalare altri interessi intorno alla Croce che, pur avendo fatto bella mostra di sé nella 'Esposizione d'Arte in Puglia', allestita a Bari nel 1964, continua ad essere ignorata.
Non solo i libri ma anche le opere d'arte hanno dunque un loro destino e quello della nostra Croce non è, come vedremo, dei più belli.
Pur ammirata e gelosamente custodita per secoli quale "gemma preziosa", essa conserva, a dispetto delle recenti offese e mutilazioni, una sua particolare bellezza. Fu accantonata tra polverosi turiboli e malinconici avanzi di scope che un vecchio scaccino adoperava nel tentativo di raccogliere le immondizie che un nugolo di uomini e di ragazzi, "i fratelli" della SS. Annunziata, le depositavano attorno in attesa dì portarla processionalmente sia nelle solennità religiose che nei cortei funebri.
La croce processionale di San Marco in Lamis
La croce processionale di San Marco in Lamis
Molte volte fu al centro, meglio all'epicentro, di un simulato terremoto durante le funzioni sacre (si fa per dire) della settimana santa. E quante volte, nel delirio che prendeva un po' tutti i partecipanti alle 'profezie', non fu, improvvisato bastone, usata per percuotere stalli e stipi della sagrestia dalle cui pareti pendono tarlati ritratti di prelati e abati, testimoni attoniti dell'indiavolata sarabanda?
E i santi e i profeti e gli smalti, armoniosamente distribuiti su di essa, hanno pagato così lo scotto ad una civiltà che si avviava ad essere sempre più consumistica e ad una religiosità che si avviava a divenire sempre più 'beat'. In un'epoca presuntivamente civile come la nostra ha finalmente trovato una sua pace: vive chiusa in un armadio tra vecchi arredi e variopinti paramenti sacri, sognando forse un atto di pietà ministeriale per un doveroso restauro che la sottragga dal buio in cui è posta.
La croce processionale della Collegiata di S. Marco in Lamis nel 1972
La croce processionale della Collegiata di S. Marco in Lamis nel 1972
Ma da chi fu commissionata? e in quale anno?
Non vi sono notizie sicure ma con molta probabilità l'incarico di realizzarla fu dato al Gallucci, tra il 1440 e il 1460, dal clero locale diretto da potenti abati. L'incendio dell'archivio abbaziale, avvenuto all'epoca della rivolta di Masaniello Fotografiemasaniello.jpg, e il cronico disinteresse per la custodia delle superstiti 'carte vecchie', rendono arduo il discorso su di essi e sulle loro attribuzioni giuridico-religiose. Sappiamo che lo abate esercitava poteri quasi vescovili sull'università affidata alla sua giurisdizione. Lo affiancavano, nell'espletamento della sua vasta e complessa attività, un vicario generale, un cancelliere, un promotore fiscale e un cursore. Era giudice sovente di delicate controversie demaniali, civili e religiose e dalla sua curia si spedivano le 'divisoriali' agli ordinandi 'ad quemcumque episcopum', le approvazioni dei confessori, le bolle di provviste dei benefici 'semplici e curati', il 'liceat' per la contrazione dei matrimoni e per l'abolizione delle censure.
Non possediamo documenti anteriori al XVII secolo lungo il corso del quale furono chiamati al governo dellabbazia''nullius dioecesis Sancti Johannis de Lama'san_matteo.jpg il 'cavaliere' Sacchetti, don Carlo Carafa, don Antonio e Francesco Del Giudice e il cardinale Pignatelli, divenuto nel 1691 papa col nome di Innocenzo XII. Dalla consultazione degli atti capitolari risulta inoltre che nel secolo successivo ebbero in appannaggio l'abbazia14-santuario_sanmatteo.jpg i cardinali Nicola Coscia e Nicola Colonna. Questi fu l'ultimo ad avere il titolo di abate e morì nel 1796 dopo aver lungamente governato per mezzo di vicari generali fornendo di arredi sacri la Collegiata come si rileva dagli stemmi di famiglia di cui molti di essi sono fregiati.
Il capitolo sammarchese, composto dall'arciprete e da un numero indeterminato di preti, con reale dispaccio del 20 giugno 1767 venne ridotto al numero di 30 partecipanti. Nel 1782 l'abbazia fu dichiarata di 'regio patronato' dalla napoletana Curia del Cappellano Maggiore e quindi, a norma della polizia del regno, fu amministrata dal Monte frumentario di San Severo e al collegio capitolare, con dispaccio reale del 1790, vennero accordate le insegne simili a quelle di S. Giovanni Maggiore di Napoli. Alla morte del Colonna il capitolo elesse, quale vicario, l'arciprete De Carolis, ma l'arcivescovo sipontino, mons. Francone, rivendicando per sé il diritto di scelta, nominò vicario un suo prete di fiducia. Ebbe così origine una lite che fece, in provincia e nella capitale, molto rumore e che verrà risolta a favore del capitolo solo dopo il concordato tra Pio VII e Ferdinando I di Borbone. Nel 1855, con bolla di Pio IX, l'abbazia fu unita alla diocesi di Foggia dal cui vescovo attualmente è retta.
Ma torniamo alla Croce che è un prodotto di altissimo valore artistico la cui paternità, se non è da attribuire al Gallucci, appartiene con certezza alla sua scuola. Come diverse opere della celebre scuola abruzzese, non porta né data né firma.
Non ci resta pertanto che segnalarla con una fredda descrizione anatomica lasciando a chi vorrà vederla il piacere di scoprire da sé il fascino di un'arte senza tramonti.
Per composizione e realizzazione è analoga a quella conservata in S. Giovanni in Laterano. Ha un'altezza di 62 cm. con una traversa di 52 cm. L'altezza del nodo o tempietto misura cm. 20. Il crocifisso è inchiodato su di una croce a sfondo con ornamenti arabescati; a sinistra S. Giovanni e un soldato romano con lo scudo sulla sinistra. In alto sono cesellate scene della Resurrezione: Gesù risorge dal sepolcro mentre i soldati sono rovesciati per terra.
In basso, in rilievo, la Pietà e il Redentore seduto benedicente con la destra e nella sinistra tiene il libro dei Vangeli. Nei trilobi gli Evangelisti seduti, avvolti in ricchi paludamenti, sono intenti nella scrittura e lettura di libri. Quattro pitture a smalto fanno corona al Redentore e rappresentano i quattro santi dottori della Chiesa. Il tempietto esagono custodisce nelle nicchie sei statuette cesellate delle quali se ne conservano solo tre.
L'asta è di rame dorato con nastri, reticelle e fiori.
Il titolo della Croce è una chiara aggiunta settecentesca.
Tommaso Nardella