Nella sezione dedicata ad Ernesto Rossi (co-autore con Altiero Spinelli del Manifesto di Ventotene del 1941 ed esecutore testamentario di Gaetano Salvemini, puoi scaricare (e leggere) 2 interventi del Nostro usciti su L'Astrolabio del 25 ottobre 1963.
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Ritratto di Olga Sacco
Ritratto di Olga Sacco
Arricchisco questo testo del Borgese con foto di  Emilio Sommariva (1883-1956)
G. Antonio Borgese, Nazionalismo, in La vita e il libro, pp. 294-305, Torino, 1911
Or è qualche settimana, discorrendo di un recente romanzo, della Patria lontana di Enrico Corradini, io distinguevo, com'è dovere della critica, fra il valore artistico del libro e le sue intenzioni teoriche, politiche, sociali. Quel romanzo si annunzia come un romanzo nazionalista, può essere lodato o biasimato secondo che il lettore sia mosso da simpatia o da antipatia per il nazionalismo. Io m'opponevo, ripetendo cose ovvie, all'una e all'altra motivazione di giudizio; sorvolavo su quelle intenzioni teoriche, politiche, sociali; tentavo d'isolare l'arte dalle sue scorie, d'intendere e di valutare la Patria lontana nel suo valore di fantasia e di realtà vissuta, astrazione fatta dal nazionalismo (Nota 2) (Nota 3) e da ogni altra velleità di politica filosofante e di filosofia politicante. Ma nel sorvolare non fui troppo esperto: poco avvezzo come sono alle reticenze, lasciai cader giù qualche periodetto, nel quale, sia pure in forma parentetica, movevo alcune elementari obbiezioni al nazionalismo italiano. Che cos'è questo nazionalismo? mi chiedevo io, press'a poco.
Ritratto di Carla Colombo
Ritratto di Carla Colombo
Una dottrina, una teoria, un sistema filosofico? Che ce lo espongano dunque ordinatamente, ciò che nessuno ha finora tentato in Italia, perché noi possiamo accettarlo o respingerlo a ragion veduta. O è invece un sentimento, e, quando si dice nazionalismo, non s'intende altro che patriottismo? Se cosi è, si potranno contare sulle dita di una mano sola quegl'italiani che non vogliano parafrasare il famoso grido: anch'io son pittore, esclamando: sono nazionalista anch'io.
Ritratto del pittore Arturo Tosi
Ritratto del pittore Arturo Tosi
Ma, sedato il primo entusiastico bollore, sarebbero anche ben pochi quelli che vorrebbero rinunziare a chiedersi e a chiedere come mai un sentimento così primordiale ed istintivo ed universale quale è l'amor di patria possa divenire appannaggio o monopolio o funzione di un partito ad hoc, e perché mai quel partito abbia creduto opportuno di ribattezzare l'amor di patria a quel barbaro modo. Non può essere dunque che nazionalismo sia un ozioso sinonimo di patriottismo; bisogna ad ogni modo credere che i nazionalisti si differenziino dagli altri patriotti per un loro particolar contenuto di proposte pratiche con le quali pensino più efficacemente degli altri di venire in soccorso alla patria. Ma nessuno aveva finora concretato quel programma. Volli io, con tutte le cautele, tentar la prova, giovandomi di documenti, di reminiscenze, di supposizioni; e, riassumendo e riordinando - a modo mio, s'intende - ciò che i nazionalisti van dicendo e stampando da quasi un paio d'anni, venni alla conclusione che i nazionalisti nostri, a differenza dei francesi, "sono immuni, da odii settari, e non si trovano d'accordo, se non erro, che su tre punti, dei quali il primo è eccellente: forte preparazione militare e navale; ma il secondo è già discutibile: lode delle cose nostre a detrimento delle straniere; e il terzo è pessimo addirittura: avversione contro la Triplice e rinfocolamento di rancori bellicosi contro l'Austria”.
Ritratto eseguito su commissione di Enrico Quarti
Ritratto eseguito su commissione di Enrico Quarti
Queste coserelle erano dette fra parentesi in un articolo ove si parlava della Patria lontana di Enrico Corradini, e non avevano gran che da vedere con la critica del libro, il quale, qualunque sia il contenuto e il valore del nazionalismo, resta pur sempre quello che è: l'opera mancata di uno scrittore d'ingegno.
Se non che l'analisi del libro fu, com'era suo giusto destino, rapidamente dimenticata, mentre la breve parentesi antinazionalista suscitò tutti gli echi dell'Appennino e dell'Alpe. Rispose la Grande Italia da Milano, rispose il Carroccio da Roma; entrarono in polemica altri giornali grandi e piccini; collocò nettamente la questione, con la solita acuta sveltezza, con la solita grazia mordacemente cortese Giulio De Frenzi sul Giornale d'Italia.
Ho dovuto aspettare un paio di settimane perché gli echi dell'Appennino e dell'Alpe si riassopissero, ed ho taciuto finora, perché i nazionalisti potessero, senza interruzioni intempestive, esporre le loro ragioni.
Ora ho un mucchio di giornali, di ritagli, di lettere sul mio tavolino, e non saprei da che punto rifarmi, se intanto una prima e sicurissima impressione non chiedesse in suo favore la precedenza. E l'impressione è questa: che, se pure avessi errato, io sarei lieto di un errore, in virtù del quale i nazionalisti han finalmente sentito il bisogno e il dovere di tirare, diciamo cosi, le linee fondamentali del loro programma. Si comincia a definire il terreno della controversia, e questo è, in qualche parte, merito mio.
Ritratto eseguito su commissione di Giacomo Rossi
Ritratto eseguito su commissione di Giacomo Rossi
Esordendo sulla Grande Italia a un'amplissima polemica contro di me, Gualtiero Castellini quattro giorni or sono scriveva: "Ci avviamo lentamente verso l'uscita del labirinto. Una chiara definizione degli ideali e dei programmi nazionalisti è ormai necessaria. E, se non m'inganno, la definizione di molte domande rimaste insolute è vicina”. Benissimo; questo è proprio quel che ci vuole; che i nazionalisti escano dal labirinto e definiscano chiaramente i loro ideali e i loro programmi. Quando l'avranno fatto, potrà darsi ch'io mi iscriva quale gregario nelle loro file, o potrà darsi ch'io perseveri nella mia innocua opposizione ed essi mi condannino - non per mala fede, no, che sarebbe calunnioso - ma per pochezza di mente. Fino a quel giorno, però, avranno torto d'indignarsi s'io dico che "non riesco a capire il nazionalismo italiano, né che cosa sia né che voglia”, poiché qualcuno fra i più leali ed animosi dei loro ha la generosità di confessare che non c'è chiarezza né precisione ancora nei loro ideali e nei loro programmi.
Ritratto di Liliana Pisani
Ritratto di Liliana Pisani
E' venuta la chiarezza, s'è fatta la luce tra il finire di giugno e il cominciare di luglio? A giudicare da certi documenti, si direbbe di no. Giulio De Frenzi, per esempio, correggendo le mie caute asserzioni, nega che i nazionalisti vogliano lodare le cose italiane a detrimento delle straniere e che avversino la Triplice rinfocolando rancori bellicosi contro l'Austria. ''Ahimè!”, geme, concludendo, "dei tre punti nei quali il Borgese si è imaginato di scoprire la sostanza del nazionalismo italiano, almeno due non esistono che nella fantasia del giovine e illustre scrittore”. Ed io mi rassegno alla “rettifica” che viene da così autorevole contraddittore, tanto più che organi maggiori e minori del nazionalismo mi han ricantato in tutti i toni la canzone del De Frenzi, e il Carroccio del 1 luglio, in un articolo di Vincenzo Picardi, ha citato con molta lode la prosa del collega, e la Grande Italia del 26 giugno l'ha riprodotta, accettandone integralmente le conclusioni. Bene: ecco dunque la luce. Anzi, una settimana dopo la Grande Italia rincarava ancora la dose con un buon paio di articoli.
Ritratto dell'attrice Lyda Borrelli
Ritratto dell'attrice Lyda Borrelli
Ma ai due articoli ecco ne segue un terzo, nello stesso giornale e nella stessa pagina, ove, fra l'altre cose, si legge: "Dopo ciò, scriva pure quel bizzarro e sconcertato ingegno che è G. A. Borgese, che l'avversione alla Triplice e il rinfocolamento di umori bellicosi verso l'Austria, proprio dei nostri nazionalisti, è cosa pessima... I tre postulati dei nazionalisti italiani, con buona pace di G. A. Borgese, sono tutti e tre buoni, ecc. ecc.”. Ma dunque non me l'ero immaginato proprio io quel famigerato trinomio nazionalista? Ma dunque non avevano poi tutte le ragioni De Frenzi e i suoi amici, accusandomi di aver condannato cose che non capivo? Colto da inquietudine e da dubbio, ho voluto leggere il resto, e giunto alla pagina terza di quel giornale (ove del resto notai e noto, malgrado tante stranezze, un'onesta volontà di cose buone), mi sono imbattuto in un articolo di fiera polemica contro quel nazionalismo più o meno bellicoso di Enrico Corradini, in favore del quale gli articoli di seconda pagina combattevano avverso a me. Che più? Mentre nel Giornale d'Italia del 21 luglio Giulio De Frenzi definiva il nazionalismo come una tendenza di azione pratica e in buona parte economica, il Giornale d'Italia del 4 luglio pubblicava un breve articolo anonimo, dal quale parrebbe che il nazionalismo mirasse a una mèta puramente intellettuale: alla liberazione della cultura italiana dalle catene servili che la legano alle culture straniere.
Ritratto di Teresa Tallone
Ritratto di Teresa Tallone
Arrivato a questo punto, io potrei anche smettere, citando le franche parole di Gualtiero Castellini: "Io credo convenga impostare su questo argomento la discussione proficua e teorica che deve condurre quelli onesti uomini che noi siamo al chiarimento del pensiero comune”. Così è: chiariscano prima, e poi discuteremo. E poi, se sarà il caso, m'accuseranno di travisare, di non capire, di non vedere.
Ma il pensiero di Giulio De Frenzi e di quelli che senza riserve lo accolgono è chiaro, schematico, preciso, e non ammette dilazioni. Vediamo dunque. Il De Frenzi nega che il nazionalismo italiano (diremo meglio, il suo nazionalismo) sia impeciato di sciovinismo.
Ritratto dell'attrice Lyda Borrelli
Ritratto dell'attrice Lyda Borrelli
Ne sono ben lieto: lodar ciecamente le cose nostre in paragone alle straniere vuol dire incamminarsi alla più stolta delle barbarie. Nega anche il De Frenzi che il suo nazionalismo sia bellicoso ed austrofobo.
Ne sono anche più lieto: il solo discorrere di guerra, quando la patria non è preparata alla vittoria, è da forsennati. Ma, esclusi questi due punti, in che consisterà mai dunque il programma concreto del nazionalismo? Il De Frenzi s'industria bravamente a definirlo, e lo fa da pari suo: con molta forza di ingegnosa persuasione. Il nazionalismo (aggiungo pertinacemente: il nazionalismo, come Giulio De Frenzi, per suo conto, l'intende) "vuole ridestare, o meglio, suscitare in Italia una coscienza nazionale collettiva, della quale gli italiani mancano e che costituisce la unica vera ragione della loro irrimediabile inferiorità di fronte ad altri popoli certamente non superiori per qualità di nativa intelligenza, di vigore corporeo e morale, di operosità.
Ritratto di Ugo Ojetti
Ritratto di Ugo Ojetti
La patria, ammoniva Mazzini, è anzi tutto la coscienza della patria; né il problema dai tempi del sublime agitatore è minimamente mutato”. E qui il De Frenzi allinea alcuni esempi, tolti specialmente dalle industrie e dai commerci e dalla emigrazione, ove i prodotti del lavoro italiano e i figli della terra italiana hanno ancora quasi vergogna della loro origine, e la nascondono. Ora è certo che "la coscienza nazionale è produttrice potentissima di cultura, di storia, di civiltà, di ricchezza”; è certo che fa opera grande colui che mira ad aumentar questa forza produttrice in Italia. Al De Frenzi io non dirò dunque che, a furia di polemiche, il nazionalismo s'è andato liquefacendo e dissolvendo; non gli dirò che un programma ridotto a un numero solo è troppo povera cosa per dar sostanza a un partito, a una tendenza, a una scuola. No, quel numero è tale che basta e ne avanza. Ma chiederò a De Frenzi come mai questa volta un uomo del suo acume e della sua finezza abbia preferito arrestarsi alla superficie.
Egli crede in buona fede d'aver detto cosa semplicissima e quasi ovvia e ha detto la più complicata ch'io mi sappia. Dare a un popolo una coscienza nazionale tanto vale come dargli una vita nazionale, nientemeno, e chi parla della prima senza aver proposto la soluzione umile, pratica, specifica, concreta di almeno uno fra gl'infiniti problemi che travagliano la vita nazionale somiglia al medico che vuol facilitare la digestione a un cliente cui manchino i mezzi per sfamarsi, o a un moralista che consigli la santa virtù dell'orgoglio a chi è lacerato dai rimorsi e deve ancora duramente lottare per purificarsi dalla colpa.
Ritratto di Rita Farinelli
Ritratto di Rita Farinelli
Questa è la differenza. L'Italia è certamente un paese in progresso; e che ci siano taluni i quali sentono "programmaticamente” l'amor di patria è anche un segno che l'Italia vale oggi più che non valesse or sono dieci anni. Ma è un segno pericoloso, ed io son fermamente persuaso - sia poi quale si voglia il valore della mia persuasione - che ha ragione chi a qual segno s'oppone. L'orgoglio intempestivo può facilissimamente condurre a un disastro. Ora l'Italia, se ha la ricchezza ancora in via di formazione, ha la cultura bassissima, il costume politico abbietto; di serietà spirituale e morale, che è poi la vera ragion d'essere delle grandi nazioni, non ha quasi punta.
Ritratto di Carla Viola
Ritratto di Carla Viola
C'è, per esempio, il problema del Mezzogiorno che dovrebbe assorbire per vent'anni tutte le forze buone del paese. Vincenzo Picardi asserisce che i nazionalisti vogliono anche pensare al problema del Mezzogiorno.
(grassetto mio)
Magnificamente: ma non per questo numero del programma avran diritto a chiamarsi nazionalisti, salvo che non si voglia allargare e gonfiare la parola come una vescica, riducendo la polemica a una schermaglia di parole vane.
Per quel che è, il nazionalismo mi pare - e, dicendo la mia opinione, non intendo impegnare altri che me stesso - una tendenza da combattere, perché, anche contro la volontà esplicita di De Frenzi e dei suoi amici, finirebbe per traviare gli italiani addestrandoli in futilità esteriori e togliendo loro la vista delle cose serie. La dicitura di un'insegna, il nome di un villaggio, la moda parigina o milanese diverrebbero le “questioni ardenti” di un popolo che ha tutto sé stesso da fare o da rifare. Oggi come oggi mi pare che uno solo sia l'imperativo: che ciascheduno faccia dirittamente ed umilmente il suo dovere. Solo così si può contribuire ad elevare il proprio paese: dandogli quel che davvero gli manca, e che non è, caro De Frenzi, la coscienza nazionale, ma il senso di disciplina e di responsabilità. Fate che una generazione di uomini forti e probi conquisti i pubblici poteri; saremo, se questa sarà la nostra missione, padroni del mondo.
Ritratto di una signorina
Ritratto di una signorina
Ma un nazionalista ha scritto e stampato queste parole che già altri ha citate: "Se Cesare non fosse stato assassinato, la lingua francese si sarebbe estesa fino alla Russia, e se il grande sogno di Dante non fosse stato contrastato dai Papi-re, che impedirono la ricostituzione dell'Impero romano, oggi la lingua italiana sarebbe la lingua ufficiale della Grermania; sicché Goethe, il grande poeta tedesco, avrebbe avuto a disposizione per i suoi canti ispirati una lingua più estetica, più plastica ed armoniosa". Ed un altro nazionalista, che pure non ama la patria a parole ed è uomo d'ingegno e di senno, ha per le stampe confessato di detestar l'Austria per il ricordo dell'antica tirannide, per il bruciore dei recenti oltraggi e... per le operette viennesi, che provocano il suo ventricolo a una “immediata restituzione dei cibi ingeriti”!
Già. Perché si ha un bel riconoscere, come lealmente riconosce De Frenzi ed altri con lui, che la parola nazionalismo fu pessimamente scelta. Ma habent sua fata anche le parole. E i nazionalisti italiani suderanno tutte le loro camicie per purificarsi - né so se potranno riuscire - dal loro vizio d'origine. Il quale consiste nell'aver contaminato il loro indubbiamente generoso ed autentico amor di patria con la mezza imitazione di una mediocre moda letteraria francese, di quel nazionalismo gallico, che, come tutti i nazionalismi, i gingoismi, i pangermanismi, i panslavismi, è, per dirla con la parola di un filosofo tedesco non pangermanista, Ermanno Keyserling, un ostacolo collocato sulla via della civiltà.
11 luglio 1910.