Da Frontiere, Anno II, n. 3, Giugno 2001
NB. Le illustrazioni, prese da Internet, sono state poste nel brano dallo scrivente.

G. A. Borgese: L'isola delle lacrime
a cura di Salvatore Ritrovato
Come seguito di quanto pubblicato nel secondo numero di 'Frontiere', proponiamo qui l'altro capitolo dedicato da Giuseppe Antonio Borgese all'emigrazione in Atlante americano (1936). Due parole per introdurlo.
La visita dello scrittore ad Ellis Island, dove sono trattenuti gli emigranti indesiderati, e che rischiano il rimpatrio, è perfettamente chiusa entro due descrizioni 'da lontano' di New York, miracolo urbanistico-economico, miraggio di una 'enorme Venezia' fatta di vetri e grattacieli. Tanto vale, se non a stemperare le desolanti condizioni dei 'sospesi', almeno ad inserire la questione emigratoria in un più ampio tessuto metropolitano, e a leggere il brano riguardante la visita nel suo contesto. Poche le storie che affiorano, pochi gli incontri con gli emigrati. Borgese preferisce sciogliere, e trascendere, la questione in un affresco metafisico, per raggiungere un'aura forse più suggestiva, ancorché meno probabile. Qui, nel desiderio di una vita migliore o di tornare al punto dipartenza, fra limbo purgatoriale e antinferno (inutile sottolineare i richiami a Dante), l'emigrante consuma il suo 'passaggio', con andirivieni di nostalgia, speranza, timore, tristezza, senza malvagità, puntualmente trascritte su un registro patetico-sentimentale. La cronaca della visita termina con un appello agli editori, paradossale per chi controlli le statistiche del tempo sull'alfabetizzazione: che essi possano inviare buoni libri ai limbicoli, evidentemente desiderosi di ingannare con dignità il tempo dell'attesa. E l'insofferenza della letteratura verso il disperato accumulo di miseria, ignoranza, ozio, bisogni primari; meglio, la lucida visione ai un fenomeno preso nel suo significante astratto di tragica fuga in massa dalle terre di origine, nella sua cieca e impiegabile ricorrenza.

Il museo di Ellis island
Il museo di Ellis island
Poiché l'aria d'aprile è chiara usciremo dalle viscere di New York all'aperto, dalla ferrovia sotterranea alla stazione di Bowling Green. Qui gli antichi newyorchesi venivano modestamente a giocare, quando le eleganze spaziose del golf erano ancora in mente Dei; e Bowling Green vuol dire Prato delle bocce. Ma ora non c'è che lastrico; e i nostri passi sono ben piccoli sotto il gruppo delle moli bancarie di Wall Street.
Questo s'alza compatto; la sua forma unitaria lo distingue dalla lunga sagoma avventurosa della città; i suoi pinnacoli massimi emergono come lance e stendardi da un plotone in formazione di marcia. Il sole di primavera, esaltando i rosa e le ocra delle facciate, dà a tutta la prospettiva una solennità straordinaria; la quale, anche se con ben altro sentimento, può ricordare quella di un'Acropoli o di una cattedrale su un monte.
Sempre più le moli crescono dietro a noi, via via che ci allontaniamo verso la riva. Altre ne appaiono. Lontano, a sinistra, è l'Empire State, la più alta di tutte sulla cui cima il sole accende un diamante.
Eccoci a riva. Nell'acqua atlantica il rigore invernale s'addensa ancora, sotto la speranza del cielo nuovo. Navigheremo pochi minuti, in questa baia meravigliosa, verso un punto d'approdo che si chiama Ellis Island.
Ellis Island (Ellis Ailand). Questo nome fa tremare milioni di petti.
La Statua della Libertà, di bronzo scuro, sorge da un altro scoglio basso, più a levante. Col braccio alzato contro gli altri continenti pare che dica: Qui non si passa.
La fronte dell'isola d'Ellis è occupata da un edifìcio rosso, tarchiato. Le frastagliature che dovrebbero ornano lo raggrinzano; i cupolotti issati sulle complicazioni dei tetti sono goffi come i campanelli sugli orologi a sveglia. Non c'è un filo di verde.
Questo è il vaglio dell'America, il limbo dell'immigrazione: un lazzaretto, un leprosario, un Antinferno. È Ellis Island: non c'è paragone che valga a spiegarla.
Qui sostano quelli che dovrebbero entrare in America, e non ne hanno il diritto, o il diritto è dubbio; e stanno sotto buona guardia finché non l'abbiano provato e siano ammessi allo sbarco. Qui sostano quelli che per forza di legge devono essere espulsi: in attesa d'imbarco. Gli uni sono i "passeggeri"; gli altri i detenuti o deportati.
L'isola, senza profilo, a fior d'acqua, era molto più esigua in altri tempi: poco più di tre acri. Crebbe via via a circa sette volte tanto per le zavorre e altri materiali di scarico che le navi straniere, quasi simbolicamente, furono ammesse ad abbandonare lungo le sue rive. Gli olandesi nei vecchi tempi, dalla città coloniale che allora si chiamava Nuova Amsterdam, ci venivano nei giorni di festa, quando non era che un banco deserto, a farci mangiate d'ostriche. Ma forse queste scampagnate, che ognuno può raffigurare con colori visti nelle gallerie di quadri, furono le sole cose gaie che vi avvennero. Altre volte vi penzolarono dalle forche pirati e criminali. Poi, al principio del secolo scorso, prese un aspetto militare; e alla fine, nel '92, divenne quello che è.
Isola delle Ostriche o Isola del Patibolo, Isola del Gabbiano o semplicemente Chiosco: non le sono mancati i nomi, ultimo e meno espressivo di tutti questo di Ellis Island, che le è rimasto ufficialmente e non ricorda nient'altro che il nome del proprietario privato da cui lo Stato la comprò. Ma nei quarant'anni in cui ha fatto da filtro all'immigrazione in America, un altro nome le è sorto, popolare, patetico, incancellabile, un nome che suona in milioni di petti: Isola delle Lacrime.
C'è un ponte di sospiri nel mondo, e c'è un isola delle lacrime.
La statua della libertà a New York.
La statua della libertà a New York.
Quindici milioni di anime umane vi sono passati in quarant'anni: una ressa dantesca.
Le cifre globali dell'afflusso in America rappresentano il più gran fenomeno di massa nella storia del mondo: dopo le invasioni barbariche, e prima della disoccupazione.
I dislivelli fra il tempo dell'alta marea e quello della bassa marea seguita.alle leggi restrittive sono così precipitosi da far pensare a una rivoluzione: quale infatti è.
Un milione e duecentomila entrarono nel 1907, l'anno massimo; sessantatremila nel 1931, l'anno minimo finora. In quest'anno furono più numerose le uscite che le entrate negli Stati Uniti: un fatto nuovo, e unico finora, dacché Nuovo Mondo è Nuovo Mondo.
La rivoluzione consistè nel fermarsi dell'America a mutar strada. Essa - apparentemente all'improvviso - rinunciò alla missione di Cosmopoli che volevano assegnarle e a pugni chiusi, a muso duro, si decise ad essere Nazione, macinando le razze nella pasta anglosassone e respingendo ai margini gl'inassimilabili. I forestieri, a cui d'ora innanzi fosse consentito l'accesso, dovevano esserne non più elementi costitutivi, ma pimenti - parcamente dosati, e misurati grano a grano. Sbarcare in America da un altro continente divenne un'impresa, come approdarvi a nuoto dopo un naufragio.
Fra tutte le tragedie di massa nessuna è grande e triste come quella dell'emigrazione italiana: un tema ancora aperto ai nostri scrittori, se è vero che vanno in cerca di temi che siano insieme nazionali e umani.
Forse appunto per questo il Commissario dell'Immigrazione a Ellis Island è un cittadino americano, italiano di nascita e di sangue, lo Honorable Edward Corsi? o è puro caso?
Il suo vestire, il suo aspetto, l'accento con cui parla inglese o italiano, il modo con cui non gestisce, e non so quale nuova plastica dell'ovale del viso e quale appresa costanza e calma dello sguardo, tutto mostra in lui come l'uomo muti sotto i cieli e fra gli uomini. Ben dentro, ben a fondo, in non so quale remoto strato della sua coscienza, è il bambino abruzzese - certamente irruente e ridondante - ch'egli fu sino a quando ebbe tre anni.
Italiano del Sud: di una razza perciò che la graduatoria americana è ben lungi dal porre ai primi posti. Pure è qui, a un alto e delicato comando; è il chimico preposto al filtro, al rene, attraverso cui l'America controlla le aggiunte e respinge i rifiuti.
Un esempio; e un esempio anche in altro senso. Nel suo cuore, accanto alla fedeltà per la patria nuova, ha posto l'amore per l'antica.
Questo è il suo vasto ufficio, con le vaste vetrate. Sulle pareti sono grandi fotografie del Canal Grande, del Colleoni, e una fila di presidenti: Rooseveit, Taft, Hoover; e Washington a cavallo che traversa il fiume Delaware. All'uscio d'ingresso avevamo letto in cornice la lettera epica di Abramo Lincoin alla signora Brixby, una Cairoli del Massachusetts; cinque figli le erano caduti nella guerra civile, combattendo 'per la libertà di questo paese'.
Un'italiana nata in America, milanese di origine, la signorina Schiappelli, ci guida nei gironi.
Come sono gaie e pittoresche, o vorrebbero essere, le fotografie del primo corridoio! Esse sono nel tempo quando l'immigrazione in America era, o pareva, una sagra, un corteo, una mascherata di primavera. Ecco il flautista romeno, e il soldato greco in guarnellino, e la famiglia nera della Guadalupa dai musi aguzzi, e gli zingari serbi ammonticchiati davanti all'obbiettivo come se stessero per cominciare i giochi, e la fanciulla alsaziana dal gran fiocco di moerro nero e dalla testa chiara come il miele, e il cosacco, del tutto consapevole di essere cosacco. C'è anche la donna italiana del popolo, l'Italian Woman, con gli occhi in cui si affonda.
Tutta questa gente forse è passata. Chi sa dove han buttato i loro begli stracci multicolori, chi sa come hanno fatto ad attutire l'eloquenza degli occhi e a gargarizzarsi, imparando le reticenze nasali dell'erre.
L'edificio davanti a noi, dall'altra parte dell'Isola è un perfetto ospedale, di seicento letti. Qui, nel casamento principale, i cameroni dove i detenuti passano la notte, sono nitidi, ariosi, percorsi oggi da questo nuovo fiato di primavera; la biancheria dei letti è cambiata con americana lautezza, tre volte la settimana; e anche il cibo, distribuito nell'apposita sala, è buono e bastante.
Famiglia di emigrati italiani
Famiglia di emigrati italiani
Pure essi sono terribilmente infelici. Più dolore di questo non si trova in un manicomio, in un reclusorio.
Rivedo la signorina Schiappelli come ci conduceva d'aula in aula; un che di volante mi appare al ricordo nel suo passo sollecito; una prontezza angelica. Essa è impiegata di una società di beneficenza per gl'italiani; altre donne, forse simili a lei, provvedono ai reietti delle altre nazioni.
Cancelli pesanti si aprono davanti a noi, si chiudono dietro di noi. Un uscio di legno, spalancato dalla guida, ci immette in una delle aule dove i detenuti passano il giorno.
Da tutte le tavole dove giocavano a carte, dagli angoli dove ancora leggevano la lista affissa dei fortunati, - fortunati! - che potranno rimpatriare col prossimo piroscafo, dai pilastri a cui s'appoggiavano neghittosi e cupi, da tutta la rosa dei venti accorrono, sciamano, e avvolgono, assediano la giovane donna, come dannati incontro a chi sa quale messaggero dall'alto. Essa, intrepida, - tutta quella furia le schiuma intorno senza toccarla; non mai, in parecchi anni, le è accaduto d'essere maltrattata od offesa, - ascolta, interroga, risoluta e persuasiva ribatte, prende note (ma sa tutto a memoria, di tutti), resiste, promette se può, conforta con l'opera attiva che da se può darla, non con le parole sentimentali che sfasciano le anime.
Quali visi! quali voci! la lingua e i dialetti d'Italia, orridamente intrugliati, gorgogliano come se agonizzassero delirando. Pure non desiderano ormai, poiché l'America li scaccia, che di tornare in patria; anche se la patria per parecchi di essi, disertori o latitanti, non sarà che un carcere. Questa incertezza, questo star sospesi, ne liberi ne reclusi, ne di qua ne di là, in attesa, spesse volte di settimane e di mesi, che arrivino i documenti, che si completino fé pratiche, e l'ozio, il devastante ozio: questa è la tortura che li fa ammattire; preferiscono ogni altro male; il cerchio che si fa intorno alla donna gridando: - quando parto? quando parto? - è una specie di ridda.
Uno pare già pazzo davvero; con gli occhi schizzati di sangue, con le parole che gli si rompono; da raccapriccio.
Un altro ha ancora un viso puro, da giovinetto; gli era riuscito di venire in America simulandosi un tale che non voleva più tornarci e gli cede per amicizia il passaporto; così potè venire a lavorare; ma infine i compaesani lo tradirono, per invidia del suo lavoro (della sua 'giobba'). Egli fa il racconto senz'odio, quasi col gusto del narrare; e il suo viso è triste, ma non malvagio.
Parecchi vorrebbero rimetter piede a New York, almeno una volta ancora, almeno una volta ancora prima di salpare. E hanno mille pretesti. Uno ha il 'rrologgio d'oro', e il compare che lo tiene in custodia non lo consegnerà a i nessuno se non a lui in persona; un altro ha un carretto e cavallo che lui solo può vendere; un terzo, - nudo bruco sotto un corpetto di maglia e i calzoni laceri, - ha la biancheria che deve ritirare dal lavandaio. - 'Dov'è il vostro lavandaio?' - 'Alla quattordicesima Strada'. - 'La quattordicesima Strada è lunga'. - 'Ci so andare; ma non so il numero'. - 'Sono lavandai cinesi?' - 'No, sono giudei'.
Famiglia di emigrati italiani.
Famiglia di emigrati italiani.
La signorina Schiappelli cercherà i lavandai giudei della quattordicesima Strada.
Oziano; come se fumassero sul ponte mezz'ora prima che il piroscafo parta. Alcuni ammazzano il tempo facendo un po' di lavoro a maglia. Una società di beneficenza distribuisce gratuitamente la lana.
Corsi vuole riformare l'isola istituendovi regole di lavoro. Vuole anche, 'da buon italiano', far piantare aiuole e giardini in quella desolazione.
Come polli intorno alla massaia quando porta il becchime, i detenuti fan ressa intorno alla suora laica quando porta i giornali italiani di New York. Dagli americani essi hanno preso quest'avidità del foglio quotidiano; quasi che ogni giorno potesse accadere un finimondo o una palingenesi.
Editori italiani, donate buoni libri italiani alla biblioteca di Ellis Island, che non ha neppur uno; e non ha fondi per comprarne; è tutta di libri avuti in dono.
Io insisto su quest'appello, - anche in nome di Edward Corsi, - perché taluno di voi se ne accorga.
Il ritorno è nell'ora vicina al tramonto.
Non ci sono biglietti e tariffe sul battello di Ellis Island, come sulla barca di Caronte; ci si sale soltanto per dovere o invito.
Le impiegate garrule, rientrando in città, ne spengono questa volta sotto i loro getti di riso la malinconia. Ma mesti, come la mattina, sono i voli degli albatri sulla breve rotta.
Forse New York, navigandosi dalla Baia, può parere un'enorme Venezia, da un battello del Lido? I rosa di Wall Street, se il sole tardo li fa dolci, rammentano il Palazzo Ducale; a sinistra l'Empire Building, già in un'ombra vellutata, è un Campanile.
Più vicino, l'aspetto muta. La parete gigante dell'Acropoli finanziaria di Wall Street è una mano alzata, inaccessibile. Le sue torri più alte ne sono le dita. New York, miraggio.