Illustrazione di Alfredo Petrucci: Estate garganica: La 'meta' (la grande bica).
Illustrazione di Alfredo Petrucci: Estate garganica: La 'meta' (la grande bica).
C'è una contrada nel Gargano occidentale nel triangolo di terra rossa tra Sannicandro, Cagnano e San Marco in Lamis, che, se non ancora si è imposta all'attenzione della letteratura meridionalistica per la sua permanente genuinità, non è però fortunatamente sfiorata dalle odierne trombe turistiche.
La vita frenetica di oggi le scorre attorno senza toccarla e, nelle calme sere d'inverno, il rumore dei treni lungo la pianura porta echi di un mondo remoto ed estraneo.
Vero è che questa contrada eleva in giro a protezione una serie di colline scoscese, come un'alta muraglia cinese, offrendo di sé ai viaggiatori della piana la parte più brulla e carsica; e si può così immaginare che oltre quei monti non vi sia posto che per un'acronistica Tebaide.
Anonima plaga nello spazio geografico e nel tempo umano così vibrantemente storico; poiché tale è rimasta nei millenni anche se il medioevo si è affacciato con un castello, a dominio del Tavoliere, da uno dei più ardui e inaccessibili dirupi: Castelpagano, storia inerte di duchi e di principi, la quale non vi halasciato altro che sordide macerie ed alimento di favolosi sogni per tesori nascosti nei poveri fruganti contadini; rifugio estremo di briganti, di disertori o di solitari folli, che intendono rompere disperatamente il cerchio sociale della storia in cammino. Eppure l'antichissimo abitatore preistorico dovette aver qui stabile e industre dimora se, ancor oggi, numerosi manufatti paleolitici urtano contro il vomere dell'ingenuo aratore; il quale, quando gli si apprende che quei relitti erano i coltelli, i rasoi, le frecce dei suoi antenati di decine di millenni prima, rimane sospeso e incantato col pezzo ritrovato nelle mani e si commuove pensando di essere l'ultimo anello vivente di una catena di generazioni sepolte.

'Ma è una saetta, egli dice esclamando, caduta dal cielo in tempesta. Una pietra focaia con cui accendevo il fuoco durante la guerra'.

Tavoletta votiva dipinta presente nella collezione del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Tavoletta votiva dipinta presente nella collezione del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
La pietra focaia (piromaca) serviva per accendere il fuoco e per farne frecce e saette. Per i nostri contadini la pietra focaia è una saetta. Si badi non la freccia acuminata del guerriero antico, ma un prodotto concreto del fulmine, qualcosa lanciata dal cielo folgorante. Se produce scintille, è perché è figlia del cielo e conserva una sua misteriosa potenza. Non pensa quindi ai guerrieri primitivi; ma la parola, come nei sentimenti della terra gli antichi oggetti, conserva nella parlata paesana un motivo di vero tra la leggenda e la realtà: quello del fuoco, della velocità e del suo mal fare.
Forse il tempo, come la pioggia, cade dall'alto, freme e gorgoglia nelle valli e si espande ed esalta nelle piane, cioè dove più facile divengono l'agglomerato e il traffico umano. Qui invece il tempo è quello di sempre: più fisico che umanamente storico essendo anche natura gli abitatori animali e umani. EsiodoVirgilio potrebbero ricantare le opere e i giorni nella stessa aura del loro passaggio sulla terra.
Primitività e verginità autentiche che si offrono spontaneamente come la luce del giorno e l'acqua di una sorgiva alpestre. Sembra proprio di abbeverarsi alle fonti primitive della vita con un senso di solidità e sicurezza che sgorga dal tono di voce del contadino, dal suo linguaggio riposante, di timbro schietto e profondo, che non sai se preistorico, greco-romano, o piuttosto di sempre come gli alberi e le pietre.
Sempre, dietro azzurri monti lontani i poeti hanno finto una loro impossibile arcana felicità. Così Leopardi. Altri, per amore di terre lontane, cercando di fuggire da se stessi per raggiungere un'eguale impossibile felicità, hanno percorso invano le più varie contrade della terra; e pensiamo, tra i molti, a Rimbaud, al povero Campana, a Gauguin.
Fra i tanti posti della terra, comunque, ogni uomo sceglie e fissa un luogo dove, realmente o idealmente, costruisce la sua casa e vi pone stabile dimora oppur vi torna con la stessa miracolosa puntualità dell'uccello, che rifà il suo nido sempre nello stesso luogo col ritorno del buon tempo. Qui ho scavato la roccia, aspra e saguigna, e ho fissato la mia dimora; e il cuore costantemente, anche di lontano, vi si indirizza con la stessa precisione dell'ago calamitato nella bussola; e i miei pensieri così hanno una più affabile conciliazione con la vita.
Qui il giorno ha naturale risveglio col concerto della luce, degli uccelli e delle opere nei campi. Il disteso canto del gallo, rimandato di aia in aia, nelle ore più sospese del meriggio, nella mente ti richiama e dipana un groviglio di ricordi per cui ti senti come presente a te stesso fin dalla nascita: una trasparenza di vita in cui sensazioni, immagini, sogni, gesti acquistano significato, rilievo, spiegazione; e pongono la tua stessa vita in una più giusta e calma prospettiva. Ti scopri di essere simbolo e realtà a un tempo, e non ti curi di sapere di essere vivo o morto.
Questo metafisico e ancestrale senso della vita riassume il canto del gallo nell'aperta campagna. Quell'anello che non tiene, quel mal di vivere che fa spesso dolorare un poeta odierno, qui ti sembra di scoprirlo, spingendoti all'indulgenza, sapendoti sicuro di te in una 'cellula di miele'.
Qui il ronzìo di una mosca in una stanza abbandonata sottolinea il silenzio e il tempo. È memorabile evento, è sensazione, è storia, che ridesta arcane risonanze. Di lontano gli risponde lo squillo della zappa contro la terra avara o l'eterna voce del contadino che, arando, guida e incita il cavallo; e le circostanti concave, dionisiache doline ne ripetono l'eco come sollevando dal loro fondo un coro di voci morte: quello dei suoi millenari antenati che operarono e vissero negli stessi posti, solcando la terra rossa come il sangue che una volta pulsò nelle loro vene e che forse, poi, ha irrorato le tormentate zolle.
Immagine di un bosco nel Gargano.
Immagine di un bosco nel Gargano.
Se ti distendi all'ombra, su un tappeto di verdissimo falasco, in un tonificante abbraccio è un ritorno alla terra da cui sei emerso alla vita; se porgi così l'orecchio ad auscultare il sottosuolo, sentirai che questo è cavo al piede del passante e rimbombante al trotto dei cavalli. Terra cavernosa, spolpata, erosa da un'insaziabile sete, che l'acqua accoglie e non conserva. Quei sotterranei fanno ancora sussistere l'immagine di un sepolto coro di morti, di anime dolenti, di un inferno tutto particolare per le generazioni dei contadini che si susseguono. Terra dilaniata da oscuri e cosmici drammi ed emersa dal mare per una volontà di lotta, per un prepotente bisogno di esistere. Il rosso onnipresente nella roccia e nel terreno è a un tempo emblema e cruda verità di un dramma millenario dell'acqua e della terra, dell'uomo e dell'animale. Tragicità essenziale che testimonia, a suo modo, una civiltà antichissima della selva.
Ma la potenza di questa tragedia non ha nulla di squallido e di disperato come nel deserto. Le colline intorno, chiare e aperte al cielo e al mare, la varietà della vegetazione le danno una confortevole linea di amenità e di serenità. Il senso di pace è solido e sicuro solo che tu alzi gli occhi all'orizzonte, che ha per limite e confine soltanto il cielo e il mare; e in alcuni punti, nei giorni di chiaria, oltre i monti abruzzesi, quasi si segue la curva della terra.
Il castagno e la quercia meglio esprimono l'animo di questa terra, dignitoso e rude, e dove la debolezza di carattere è un peccato mortale. Il noce che vi alligna, agile e robusto, nelle zone più fresche, con i suoi alti e biancheggianti fusti, dà un senso di politezza quasi raffinata e l'odore della sua fronda esprime un particolare segreto di questa terra. Terra che non ha davvero l'eguale in quanto ad aromi.
Anche qui, come altrove, come ovunque, basterà con pochi passi calpestare la varietà delle erbe perché essa disserri lo scrigno dei suoi odori: mentastro, nepitella, serpillo, fragola, biancospino, issopo, lavanda, salvia, tutta insomma la vasta famiglia delle labiate su cui, sorvolando costantemente, l'aria marina imprime agli odori un timbro particolare.
L'avarizia dell'acqua non vieta però che i frutti abbiano dolcezza ineguagliabile. Famose, perché meritamente pregiate, le ciliege, le castagne e soprattutto, con esse, gli opulentissimi fichi, tali da non temere confronto con i prodotti di altre terre.
E se questo clima è biologicamente propizio al castagno e al ciliegio, non esclude il mandorlo che vi regna sovrano, dando alla zona, al tempo della fiorita, una nota di commovente gentilezza tutta piena di trepidazione e di attesa per il contadino, che sul raccolto delle mandorle fonda le sue migliori speranze. Ma imprudente è qui il mandorlo; si affida al primo tepore, dopo l'autunno, per subito rifiorire. Così, tra Natale e gennaio, non raramente i mandorli fioriscono e fanno scuotere la testa del contadino, ansioso e preoccupato, per questa ingenuità e storditezza in pieno inverno. Non rari, infatti, a febbraio sugli alberi fiocchi di neve e petali candidi e vermigli.
La rustica e civile libertà di vita dei nostri contadini è forse un'oasi che resiste, ancora per poco, a tutte le evoluzioni storielle e sociali. Pur resiste ancora, in questo popolo, la pazienza di vivere, di lavorare e di accogliere il giorno così com'è, con le sue ombre e le sue luci, con le sue poche gioie fatte di nulla o di poco e con le sue lunghissime malinconie.
Azienda agricolo-zootecnica sul Gargano.
Azienda agricolo-zootecnica sul Gargano.
Vivono essi in casette al centro del proprio podere, dove lo spazio per gli abitatori umani e animali e per il frutto del raccolto è misurato al millimetro. Numerose sono le casine sparse, che allietano i campi e rompono la solitudine e fanno tutt'uno col paesaggio: una nota di vivacità che fa ovunque, per le varie voci che si rincorrono di villa in villa, alacre e fervida la vita da marzo a novembre per la presenza dell'intera famiglia. Quando invece nella stagione invernale tutti, o quasi, i familiari, in prevalenza l'elemento femminile, si trasferiscono in città, rimangono i soli uomini al lavoro e alla guardia della 'roba' e degli animali.
In quei lunghissimi giorni d'inverno, riempiti dai contadini col tessere cesti e col ricostruire attrezzi, le solitarie casette sembrano tante celle di anacoreti e la vita degli abitatori non è diversa da quella degli eremiti. Questo spiega poi, a primavera, col ricomporsi del nucleo familiare, diviso nell'inverno tra la campagna e la città, quell'esplosione di vita, di lavoro e di gioia quasi infantile. Infanzia perenne, che si manifesta nei giuochi sulle aie, nelle notti di luna, e che sono un misto di clamori selvaggi e di gesti misurati di squisito senso ritmico. Per questo forse una volta scorsi danesi, attendati per oltre una settimana, con aperti occhi biavi alle segrete meraviglie di questo bosco incantato. Fu l'errare su di una strada che da San Marco si diparte, con un lungo abbraccio all'intero abitato, e che dopo un caracollare di curve fiancheggianti brulli monti, li condusse sin qui. E ammirarono che quella strada a ogni svolta sembra che porti in cielo; e la polvere, luminosa nel vespero sotto gli zoccoli dei cavalli, faceva loro pensare a una eccitante fosforescenza prodotta dagli stessi equini. E la capra barbuta, che si affaccia ardita da inaccessibili rupi turchine, irridendo al passante, parve loro il semitico nume del luogo.
Quando poi, nelle fragranti notti estive, lo scintillio delle stelle si confuse con le mobili luci delle lontane lampare attorno alle Tremiti, senza distinzione di confine fra luci di cielo e di mare, l'esaltazione fu completa e inebriante il capogiro.
Fu Berenson insomma, mi pare, viaggiatore a piedi dalla Svizzera a Firenze, mezzo secolo fa, a notare che le poche gioie di questa vita derivano dalla privazione e dalla alacrità nel procurarsele. E la poca gioia dei nativi di questa terra nasce appunto dalla privazione e dalla povertà.
Francescana felicità di piccole cose buone, ritrovate, riscoperte, recuperate come dopo un naufragio o una deriva.
Non novità dunque, storielle o archeologiche, e specialità turistiche ti condurranno in questo luogo segreto, ma la considerazione che ogni paesaggio è sempre uno stato d'animo. Gli stati d'animo si svolgono nel tempo, ma ci sono davanti nello spazio e sono il riflesso concreto del carattere di un uomo, di una gente. Qualsiasi luogo della terra è sempre uno specchio pronto a riflettere la nostra immagine. A noi saperla riconoscere, a consenso e a conforto della vita di ogni giorno; specie qui, sul Gargano, dove, nell'immoto silenzio dei giorni, la trasparenza fisica e spirituale ha qualcosa di allucinante ed eccitante.