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Mauro Macchi, Almanacco istorico d'Italia, Milano, 1870
Note Commemorative di alcuni italiani distinti nelle lettere, nelle arti, e nella politica, che sono morti nel corso dell'anno
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Mauro Macchi
Mauro Macchi
La morte di Carlo Cattaneo fu una sventura nazionale.
Nato in Milano il 15 giugno 1801, egli non aveva ancora compiuti i 68 anni; ma era così robusto e
prestante della persona, che ben si poteva nutrire fiducia dovesse raggiungere egli pure quell'età ottuagenaria cui pervenne, con tutta la serenità della mente, Gian Domenico Romagnosi, che gli fu maestro, e che lo amò più della pupilla de' suoi occhi, come lasciò scritto egli stesso il venerando patriarca della patria giurisprudenza.
Dire qual vasta e perspicacissima mente avesse il Cattaneo è assolutamente impossibile. Più volte abbiamo visto noi stessi anche zotici contadini, parlando con lui, sentire come per intuizione che erano in presenza di un uomo superiore.
Scriveva con attica venustà, con affascinante splendore, e con profondità degna di Tacito. Per forma, era il più ammirato fra li scrittori italiani.
Copertina del Cosmorama pittorico N.4 del 1848.
Copertina del Cosmorama pittorico N.4 del 1848.
E quanto al pensiero, basti dire ch'egli toccò maestrevolmente, anzi inarrivabilmente, tutte le questioni letterarie, economiche e filosofiche che furono agitate nei primi sessant'anni del secolo.
Scrisse fino dal 1836, per combattere le Interdizioni israelitiche. Scrisse per promovere nel Lombardo-Veneto e nelle Provincie liguri-piemontesi, quelle linee ferroviarie, che allora parevano un sogno, e che più tardi furono compiute, appunto com'egli le aveva raccommandate. Scrisse del romanzo, della istoria, delle lingue indo-europee, e persino di belle arti, di musica, e di certa riforma ortografica, che in parte venne seguita. Scrisse sulle fluttuazioni dell'oro, sul riordinamento carcerario, sulla carità legale, sulla deportazione e sulla pena di morte, sulle condizioni della Tunisia, della Sardegna, e, per invito del governo inglese, anche su quelle dell'Irlanda. Scrisse di chimica e di geologìa, di irrigazione e di agricultura; e sempre in modo da far meravigliare anco li uomini più competenti, quando pure fossero di contraria opinione. Scrisse anche dei bellissimi versi, sia nel giocondo vernacolo, sia nello splendido sciolto pariniano; ma le poesie e qualche comedia non consentì mai fossero publicate; si rinvennero però tra le opere postume, insieme al trattato di filosofia civile, cui attendeva con assiduo studio in questi ultimi anni, e di cui già ci diede qualche saggio per la lettura fattane al nostro scientifico Instituto, di cui era membro.
Meraviglioso è quel compendio d'istoria patria, che egli dettò per introduzione al volume di Notizie naturali e civili publicate, per sua cura, in occasione del congresso delli scienziati, tenutosi a Milano nel 1844.
Dal Cosmorama pittorico N.1 del 1839.
Dal Cosmorama pittorico N.1 del 1839.
A vent'anni, egli era già professore, prima di gramatica, e poi di retorica, nel ginnasio civico di Milano; e si può dire che sia uscita dalla sua scola tutta quella generazione di giovani che fecero le barricate nel marzo del 1848.
Nel 1839 fondò il Politecnico, rivista destinata all'incremento della prosperità e della cultura sociale; e la diresse per quasi un decennio. Nelle famose cinque giornate, egli fu alla testa del popolo; ne capitanò l'eroico combattimento; e lo condusse a vittoria.
Però ei non avrebbe voluto che si fosse dato subito di piglio alle armi; perché nell'ebrezza dell'universale entusiasmo, egli solo vedeva che la nazione non era per anco preparata alla guerra, onde prevedeva che essa sarebbe rimasta tradita e sconfitta. In questo senso dettò quella memorabile Storia dell'insurrezione del 1848, in cui non mancò di additare le magagne ond'erano tuttavia infetti li ordini amministrativi e militari del Piemonte; senza tralasciare, per altro, di suggerirne, in pari tempo, i rimedj. Ma i cortigiani ed i servi che lo odiavano a morte per la sdegnosa indipendenza del carattere, e per la sterminata superiorità dell'ingegno, lo denunciarono come nemico del Piemonte: e la calunnia, per quanto stolta, fu creduta anche quando li ordini amministrativi e militari di quella provincia furono rimodernati; ed, appunto per ciò, si videro dal Cattaneo favoriti, e dalla gente nata a servire, insidiati.
Dal Cosmorama pittorico N. 1 del 1839.
Dal Cosmorama pittorico N. 1 del 1839.
Quando trionfò in Francia il colpo di stato, vedendo che li amici se ne disperavano, egli scrisse a un di essi una lettera, in cui era predetto il matrimonio dello spergiuro, il secondo impero, e persino la guerra ed il regno d'Italia che dovevano necessariamente susseguirne. Anche questa lettera, quando verrà publicata, sarà prova dell' immensa perspicacia politica di Carlo Cattaneo.
Dopo il 1859, eletto deputato di Milano e di Cremona, egli optò per Milano; lasciando il collegio di Cremona a me, che ebbi la fortuna di essere il prediletto fra i suoi scolari ed amici; e che lo ricambiava con deferenza di discepolo, con affetto di amico, con devozione di figlio.
Nell'impossibilità di intervenire personalmente alle sedute della Camera, egli sentì, non pertanto, il dovere di prender parte attiva alle sue più importanti discussioni; e scrisse, per ciò, parecchie acclamate Memorie sulla cessione di Nizza e Savoia, sull'armamento della nazione, e sul riordinamento delli studj; rispondendo, per quest' ultimo tema, all'onorevole invito che gliene andava facendo il povero Matteucci.
Dal Cosmorama pittorico N. 3 del 1839.
Dal Cosmorama pittorico N. 3 del 1839.
Anche Peruzzi e Jacini, quand'erano ministri dei lavori publici, ebbero più volte ad interrogarlo sull'arduo tema dei valichi alpini: tra i quali, come è noto, egli propugnò sempre quello del Gottardo, contro l'opinione universale, che appena da qualche tempo si è convertita in suo favore.
Rieletto deputato di Milano, anche nell'ultima legislatura, egli sentiva una ripugnanza invincibile, a subire la legge di una maggioranza cotanto ostile; ed avrebbe voluto dare le dimissioni. Ma ne fu dissuaso dalle insistenti preghiere dei più riguardevoli tra i suoi elettori. Ad essi mandò, pertanto, una serie di lettere, colle quali vivamente criticò il sistema finanziario inaugurato, e tuttora seguito in Italia. L'ultimo suo scritto contiene una mesta previsione dei disordini e dei guaj che avrebbe tirato sul paese il corso forzoso della carta moneta e la tassa del macinato.
Morì la notte dal 5 al 6 febrajo, nel piccolo paesello di Castagnola, poco lungi da Lugano, dov'erasi ritirato a vivere solingo colla moglie dopo i patrii disastri dell'agosto 1848.
Il Cattaneo aveva così splendide virtù, che il facevano di leggieri amato e stimato da tutti. Però, oh quanto ei fu diverso da quel che il mondo il conobbe!
Fermo nell'ossequio a' suoi principi, a taluno ei parve troppo tenace nello sue idee ed insofferente di contradizioni. Ma quelli che ebbero la fortuna di conoscerlo davvero, sanno eh'egli fu, invece, oltremodo buono, e tolerante, e indulgente: come, d'altronde, sogliono essere li uomini di vasti e generosi pensieri.
E tanta era la dignità ch'ei metteva in ogni atto della sua vita, che riuscì a celare anche alli amici più intimi le domestiche sue ristrettezze. Fu solo la morte che con mano indiscreta squarciò il velo ond'egli aveva saputo così decorosamente nascondere la non meritata ed ammiranda sua povertà. Così, nelle amichevoli conversazioni, egli metteva tanta esubeberanza di spirito che l'avresti detto l'umore più giocondo e felice. Invece, la sua vita fu tormentata, pur troppo, da aspri e profondi dolori.
Dal Cosmorama pittorico N. 3 del 1841.
Dal Cosmorama pittorico N. 3 del 1841.
Le qualità letterarie ed artistiche del Cattaneo tutti a prima vista possono conoscere ed apprezzare; ma v'è ne' suoi scritti, editi ed inediti, tale un tesoro di sapienza e di virtù, che solo si può ravvisare dopo più maturi e longanimi studj. Da questi scritti apprenderanno i nepoti a prestare un culto indefettibile alla scienza, alla verità, ed alla libertà, che furono l'idolo di Carlo Cattaneo, e che saranno la sola religione dei tempi avvenire.
Sì, la morte di Carlo Cattaneo fu, per la causa della Italia e della libertà, una sventura immensa, irreparabile. È doloroso pensare che tanta vita siasi spenta proprio alla vigilia di veder trionfante, almeno altrove, e nella mente dei saggi, quel principio della federazione republicana che con invitta costanza ei propugnò, ad onta di tutte le inconscie od interessate ostilità, e quando cominciava ad essere proclamata dalla democrazia universale quel programma delli Stati Uniti d'Europa, eh'egli profetò sin dai giorni più calamitosi del 1848.
È inutile aggiungere che Carlo Cattaneo morì, qual visse, nel culto del libero pensiero. Per il che, la sua agonia non fu conturbata da alcuna cerimonia religiosa, e li onori funebri, resi cotanto solenni per immenso concorso di amici e di popolo, non vennero profanati col venale intervento di alcun sacerdote.
Dal Cosmorama pittorico N. 3 del 1842.
Dal Cosmorama pittorico N. 3 del 1842.
Se v'era conforto possibile in sì profondo cordoglio, poteva aversi soltanto nel vedere tanta unanimità di riverenti giudizj e di affettuoso compianto sulla tomba di lui, che poco prima, all'epoca delle ultime elezioni politiche, li opposti partiti avevano fatto argomento di acre ed appassionata polemica.
Morì, è vero, lungi, dalla terra natia. Ma, per essere giusti, bisogna avvertire ch'egli non erasi doluto mai di trovarsi in paese così bello e così libero; in paese povero, e senza debiti, forte, e senza milizie assoldate; in paese dove, anche senza la troppo vantata unità di amministrazione, di lingua e di credenze religiose, i cittadini si sentono talmente uniti e solidarii nell'amore della patria e della libertà, che, alla prova dei fatti, mostrarono sempre non essere menzognera la sentenza scritta sul loro vessillo che sono tutti per uno, ed uno per tutti. Onde è che il miglior modo di onorare la memoria di Carlo Cattaneo sarà di adoperarci instancabilmente per dare anche all'Italia le libere leggi e le virtuose consuetudini della Svizzera vicina.