'Critica Liberale' Marzo 2002
Paolo Sylos Labini
Finora l’Unione europea ha assunto iniziative che in prevalenza riguardano gli Stati membri o altri potenziali partner: le iniziative esterne sono state rare e non adeguate al ruolo che l’Europa può svolgere nel mondo, a cominciare dai paesi arretrati e in particolare dai paesi africani ai quali i paesi europei sono geograficamente vicini. I paesi in via di sviluppo rappresentano una grande sfida per il secolo appena cominciato e certo l’Africa - specialmente l’Africa sub-Sahariana - rappresenta la priorità numero uno. Non è soltanto e neppure principalmente una questione di solidarietà umana; né, per i paesi europei, è principalmente un problema originato dalle responsabilità storiche dell’epoca coloniale.
Se adottiamo un punto di vista di medio o di lungo periodo ci rendiamo conto che sono in gioco interessi vitali per tutti, da collegare con la diffusione di gravi malattie, con la difesa dell’ambiente e, indirettamente, con la diffusione di certe varietà di terrorismo, spesso alimentato da condizioni di vita atroci.
Su quest’ordine di problemi prima il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, in Sud Africa, poi il Presidente dell’Unione europea, Romano Prodi, hanno preso posizione, con esplicito riferimento al ruolo dell’Europa. Occorre andare oltre le pur importanti dichiarazioni d’intenti e preparare accordi che impegnino l’Unione europea sul piano dell’azione.
Il Presidente Prodi ha proposto che gli Stati membri facciano crescere gli stanziamenti, oggi destinati ai paesi in via di sviluppo, dall’attuale 0,33% del Pil allo 0,70%. Considerata la prova negativa fornita in un recente passato dagli aiuti puramente finanziari, converrebbe puntare sugli aiuti “reali” e organizzativi, riservando i finanziamenti a programmi d’infrastrutture d’interesse nazionale che tuttavia andrebbero promosse, non da singoli paesi, ma dalle Nazioni Unite o, in Africa, dall’Unione europea. Gli aiuti puramente finanziari vanno male perché, come l’esperienza ha dimostrato, in parte non trascurabile si traducono in corruzione e sprechi: la corruzione riguarda i governi delle due parti, gli sprechi dipendono dal fatto che in diversi casi si dà la priorità, non alle opere pubbliche più urgenti, ma a quelle per le quali il paese donatore dispone d’imprese attrezzate o, peggio, dove le imprese politicamente più influenti possono ottenere appalti di favore. Se la decisione di avviare e poi di costruire le infrastrutture non dipende da un singolo paese, sia pure d’intesa col paese che riceve, ma da un’associazione di paesi - Nazioni Unite o Unione europea - i rischi di corruzione e di sprechi diventano minimi giacché opera automaticamente un controllo reciproco e cresce l’efficienza con l’aumento delle imprese che concorrono agli appalti.
Tutto ciò riguarda le infrastrutture d’interesse nazionale. Per altri interventi, invece, è bene che gli aiuti europei siano di carattere reale e organizzativo. In particolare, è da raccomandare la creazione, in Europa, di Centri in grado di promuovere o di coordinare unità operative localizzate in Africa per tre settori: istruzione, sanità, formazione di esperti rurali e industriali. I Centri di coordinamento vanno creati in Europa poiché è qui che oggi sussistono le condizioni organizzative adatte.
Ogni Centro dovrebbe essere composto da poche persone col solo compito di coordinare l’attività delle unità dislocate in Africa.
Il primo Centro dovrebbe avere un obiettivo, al tempo stesso, molto ambizioso e molto importante: lanciare un programma organico volto a sradicare in tempi brevi l’analfabetismo in Africa, cominciando dall’analfabetismo femminile, non solo perché la quota delle donne analfabete è spesso nettamente maggiore di quella relativa agli uomini e non solo perché le donne possono contribuire alla crescita economica se hanno un minimo d’istruzione, ma anche e soprattutto perché l’analfabetismo femminile costituisce, per motivi facilmente comprensibili, uno dei principali fattori che regolano il saggio di natalità: riducendo tale analfabetismo si dà un robusto contributo alla riduzione della natalità e per di più si evita di entrare in contrasto con le prescrizioni di alcune religioni - non solo di quella cattolica - che avversano i metodi di controllo delle nascite; ciò non toglie che i laici possano e, io dico, debbano, battersi per la diffusione di tali metodi, posto che un’alta pressione demografica, come oramai quasi tutti gli studiosi riconoscono, ostacola il miglioramento delle condizioni di vita dei paesi arretrati.
Il secondo Centro dovrebbe riguardare le condizioni di salute e dovrebbe rafforzare e moltiplicare le unità dell’Organizzazione mondiale della sanità puntando su tre direzioni: prima di tutto sulla prevenzione dei tre grandi flagelli - Aids, malaria cerebrale, tubercolosi -, poi sulla cura e infine sui farmaci, un problema posto di recente dal Presidente Mandela con riferimento all’Aids. Il problema dei farmaci, a sua volta, ha due aspetti: la loro capacità curativa e il loro costo. La capacità curativa dipende, fra l’altro, dalle forme che assume la malattia; se è così, appare raccomandabile impiantare in Africa, nelle aree più colpite dai tre flagelli, i laboratori per sperimentare e gli stabilimenti per produrre i farmaci adatti. A favore di una tale decisione troviamo anche i risparmi ottenibili nei costi di produzione e di distribuzione.
Per l’Africa l’Unione europea può chiedere la collaborazione tecnica e una robusta partecipazione finanziaria alle grandi multinazionali che operano nelle produzioni farmaceutiche. Non è, come può apparire a prima vista, una proposta ingenua o utopistica: nel lungo periodo le multinazionali hanno un bisogno vitale di rendere gradevole la loro immagine, per ragioni politiche e perfino per ragioni commerciali; per di più, con gl’investimenti in Africa possono portare avanti nuove sperimentazioni.
Il terzo Centro dovrebbe occuparsi della formazione di esperti per promuovere distretti rurali-industriali, prendendo l’ispirazione - ma solo l’ispirazione - dai distretti che esistono in diverse regioni europee e, da noi, nell’Italia centrale. Naturalmente, le produzioni da avviare o estendere in tali distretti dovrebbero avere le caratteristiche di grande semplicità per adattarsi alle comunità di villaggio, tuttora diffuse in varie parti dell’Africa: in tal modo tali comunità sarebbero spinte a crescere e ad ammodernarsi. I singoli progetti d’innesto possono però aver successo solo se vengono preparati da studi sul campo condotti per diversi mesi da esperti - le visite brevi come quelle fatte da esperti della Banca mondiale sono sconsigliabili.
A sostegno di queste tre grandi iniziative converrebbe creare una rete Internet per un programma mondiale di ricerche - un Politecnico per la Terra. Già esistono interessanti connessioni fra accademie, università e istituzioni internazionali che lavorano nei campi direttamente rilevanti per i paesi del Terzo mondo: occorre tuttavia un’organizzazione unitaria come quella prospettata in una mia relazione presentata nel 1992 in un convegno promosso dall’Accademia dei Lincei (“Reflections on the constitution of an international research center connected with the United Nations”, V Conferenza internazionale Amaldi).
Probabilmente, per preparare le iniziative qui indicate le Nazioni Unite e l’Unione europea dovrebbero promuovere una conferenza internazionale e creare un comitato consultivo permanente.
Le iniziative qui ricordate dovrebbero essere promosse dall’Italia in seno all’Unione europea ed avrebbero così l’importante funzione di restituire un ruolo attivo al nostro paese in Europa,dopo un periodo, sia pure non lungo, d’incertezza e, diciamolo pure, di sbandamento.
Avrebbero pure un’altra funzione, non meno importante; quella d’incanalare verso fini costruttivi e concreti la spinta, non di rado caotica e velleitaria, dei giovani “no global”: se è vero che una tale spinta, riscontrabile nei giovani dei paesi più diversi, è motivata da una reazione alla povertà di tanti paesi del Terzo mondo, ebbene, le iniziative prima ricordate, che l’Europa potrebbe assumere, rappresenterebbero una prima rilevante risposta, concreta e non velleitaria, a quella giusta aspirazione, che può diventare l’ideale unificante del secolo appena cominciato. I giovani che intendono impegnarsi sul serio potrebbero trovare nelle unità dislocate nei settori prima indicati il modo di svolgere attività socialmente utili secondo le loro qualifiche.
Dicevo al principio che questa aspirazione tutto sommato è legata all’interesse dei paesi sviluppati di non vedere peggiorare le loro condizioni di vita ed anzi di vederle migliorare: è infatti loro interesse bloccare terribili malattie, come l’Aids, che tendono a diffondersi con la rapida crescita del turismo e con le migrazioni. Queste sono in aumento, come sappiamo, nonostante le resistenze e gli ostacoli, e sono incentivate anche da forti interessi economici; dobbiamo perciò fare in modo che le persone che cercano di entrare nei paesi avanzati siano per quanto possibile in buona salute. C’è poi la questione ambientale, un problema che ha cause molteplici; non ultime, fra queste cause, troviamo la deforestazione e la desertificazione che nascono - ma non è questo il luogo per chiarire i meccanismi - anche dalla miseria atroce e dall’ignoranza di certe popolazioni.
C’è poi la questione del terrorismo; qui i nessi con la miseria e la disperazione di certe popolazioni sono indiretti; ma i nessi ci sono, anche se la questione è terribilmente vasta ed i problemi da affrontare sono numerosi.
In ogni modo, anche in questo caso il ruolo dell’Europa può essere molto rilevante, purchè sia fondato sullo studio critico e spregiudicato dei problemi, visti nella loro complessità e nelle loro dimensioni mondiali. Un tale studio è fondamentale se si vuole pervenire in tempi lunghi ma non lunghissimi a conclusioni costruttive, diverse dal riconoscimento che le uniche vie di uscita sono quelle costituite dalle guerre e dalle repressioni su scala internazionale.