Da 'Rassegna Storica Pugliese' del 2006

Una città di 'regio patronato' tra due conventi: frammenti inediti di storia francescana

S. Marco in Lamis. Il convento di Stignano agli inizi del '900
S. Marco in Lamis. Il convento di Stignano agli inizi del '900
Nel dicembre del 1767 apparve in Napoli una allegazione forense destinata a modificare i rapporti tra Chiesa e Regno delle Due Sicilie. Redattore fu l'avvocato viestano Natale Maria Cimagliacimaglia.JPG, allievo di Pietro Giannone. Il 3 novembre del 1782 Ferdinando IV dichiarò, con real dispaccio, la fine della plurisecolare amministrazione degli abati commendatori dei quali, per quanto ci riguarda, fu il cardinale Nicola Colonna, principe di Stigliano, che morì in San Marco in Lamis il 1796. (Nel profilo che noi presentiamo questo cardinale sarebbe morto a Savignano di Romagna, nota del webmaster)
Se non è agevole, anche per uno storico consumato, ricostruire, in una breve nota, alcune delle vicende che caratterizzarono nei secoli scorsi la vita dei Santuari di Stignano e di San Matteo, altrettanto problematica appare la scelta di dati ed elementi documentaristici utili per la stesura di un profilo storico che non intende però ridursi ad una arida elencazione di fatti tipici delle cronistorie locali. Occorre pertanto soffermare l'attenzione su specifici e peculiari aspetti dei due monasteri per ricavarne un quadro d'assieme che dia una idea sufficientemente esaustiva del loro sviluppo dalle origini ai nostri giorni.
Ci pare questo il modo più valido per rivisitare quanto si è già detto sui due conventi francescani con l'apporto di una recente acquisizione, sia pur circoscritta, di materiale archivistico e bibliografico.

'Da due falde del monte Gargano nasce una valle, non meno spaziosa che amena, detta comunemente di Stignano, nella quale fra molte altre chiesette, abitate da esemplari romiti, vedesi innalzato un vago e magnifico tempio dedicato alla madre di Dio ed ivi annesso un ben capace convento di padri minori osservanti di San Francesco'.

L'esemplare essenzialità descrittiva del luogo, dovuta a Serafino da Montoriozodiaco-di-maria.jpg, un religioso del XVIII secolo, ha già in sé tutti gli elementi per comprendere come nell'immaginario collettivo, per usare un'espressione di moda, la valle di Stignano, unico accesso al Gargano meridionale fino a Montesantangelo, si è indissolubilmente associata a quella del Santuario che trae le sue origini in epoca medievale.
Il suo nome lo si trova, per la prima volta, in un 'instrumentum' della chiesa di San Claudio presso 'Casale Novum' nell'archivio di Stato di Napoli proveniente dal fondo di San Leonardo di Siponto, costituito da ben 474 pergamene. In esso si fa esplicito riferimento ad un "olivetum iuxta olivetum Sancti Nicolaj de Bantia et iuxta olivetum Sanctae Marie in Valle Stiniana".
L'"instrumentum", redatto dal notaio Nicola di San Severo il 21 settembre 1231, fu sottoscritto dai giudici Rainaldo e Ruggero, dal vescovo Roberto di Volturara e dai testimoni Nicola de Berardo, Rainardo, Goffido e dal milite Filippo Longarello (Nota 1).
Il culto della Vergine nella valle doveva dunque preesistere alla leggendaria apparizione del 1350 al cieco di Castelpagano, un ventoso casale garganico, di recente parzialmente restaurato, di ben 119 anni. Il mito cede il passo alla storia rimanendo solo come segno di un ulteriore e più vasto incremento della venerazione mariana oltre gli angusti limiti della provincia. Né giovano altre ipotesi basate su inquietanti letture 'litiche' per pescare le radici di Stignano in epoca addirittura bizantina.
Ma per rinvenire un altro dato utile alla conoscenza del Santuario occorre risalire ai primi anni del XVI secolo. Signore di Castelpagano era Ettore Pappacodastemma-pappacoda.jpg, un nobile napoletano, al cui mecenatismo si deve se, sul finir del 1515, al posto del modesto oratorio, si costruì una chiesa di severa compostezza rinascimentale.
Nel 1560 chiesa e locali passarono, per volere di Pio IV nelle mani dei francescani che diedero un impulso di vita nuova al Santuario migliorandone le precedenti strutture. Risalgono infatti al 1576 la costruzione di un artistico pozzale attribuito a Giovanni da Troia, in uno dei chiostri della stupenda facciata della chiesa calda colore frumento, del sagrato ad opus incertum cinto da un muretto recentemente distrutto unitamente ad un coro seicentesco in noce composto da 49 stalli adornati da 160 teste di putti finemente intagliati.
Nel 1628 il barone Troiano Corigliano, feudatario di Rignano, proprietario di vasti territori nella valle, fece costruire, a fianco della chiesa, un ampio fornice che gli consentiva di accedere in essa direttamente nel cui interno venne creato una specie di minuscolo matroneo onde assistere tranquillamente ai riti religiosi. Ma in un afoso pomeriggio estivo una terribile scossa sismica arrecava morte e rovina lasciando i frati superstiti nella più cupa desolazione (Nota 2).
Anni difficili per una esigua comunità di frati cui pose parziale rimedio, nel settembre del 1634, la Congregazione dei Religiosi con un suo placet per l'istituzione del noviziato nei due conventi.
Si deve al mecenatismo di un cittadino romano, Alessandro Mancini, se il primo marzo del 1645 stabilì di donare argentei oggetti sacri e una 'polizza di cambi' di 1500 ducati al convento di Stignano che riaprì le porte per continuare a svolgere la sua missione e per dare asilo anche ai romei abruzzesi che nel mese di maggio, a piedi, salivano sul Gargano per rendere omaggio a S. Michele nel sacro speco di Monte Sant'Angelo.
Nella biblioteca del convento francescano di San Matteo si conserva una copia cinquecentesca della 'Summae totius theologiae D. Thomae Aquinatis Doctoris Angelici Ordinis Fratrum Praedicatorum cum commentariis R.D.D. Thomae De Vio Cajetani, Cardinalis' S. Sisti. Venetiis, apud Haeredem Hieronymi Scoti, MDLXXX, sul cui retro del frontespizio viene dettagliatamente elencato tutto ciò che viene donato. Un atto di donazione che investe il controllo della Sacra Congregazione romana e il Vescovo di San Severo per la parte spettante agli addetti all'infermeria della sopracitata città.

'In Roma a dì di primo di marzo 1645 Don Alessandro Mancini ha donato per amore di Dio, alla Chiesa, e monasterio di Santa Maria di Stignano nella provincia di S. Angelo, nel Regno di Napoli, l'infrascritte robbe, e ho pagate le spese, che se faranno percondurle al detto luoco, dove dimorano i frati di San Francesco dell'osservanza.
La presente somma di San Tomaso, intera in 4 tomi: cioè parte prima, parte seconda; seconda secondae, et terza parte. Ricardo di Media Villa nel 4 delle Sententie un tomo Viola anime di Raimundo Sabbani; con le concordanzie di San Thomas tomo I Croce d'argento con il Christo di rilievo indorato, e con il piede della Croce anco indorato.
Una corona per l'immagine della Madonna d'argento con pietre incastrate.
Due pianete di damasco fino bianco, con l'arme della Madonna, di san Bernardino e de .... (Don Alessandro) Et con custodie, et due manipoli dell'istesso, e due borse per li corporali. (...) le sopradette cose sono valute di 200 ducati in circa.
E vuole il detto Don Alessandro che le sopradette cose servino, per amor di Dio, ad honore di questa casa e per uso dei Frati di quel cenobio. E che di là non debian essere amosse, e caso che fussero amosse... ... s'intende la detta donatione, e seguenti cose, con tutti gli altri beni che detto don Alessandro ha fatto alla detta chiesa, e monastero di Stignano, s'intendano donati alla chiesa et monastero di Santa Maria della Grazia, de Padri Riformati di ........ li quali li possano ricuperare da qualsivoglia persone, e luogo, ove si ritroveranno, o fossero stati occupati. Et di più, oltre li ducati 200 per prima donati alla detta Chiesa di Santa Maria di Stignano, dal detto Don Alessandro per amor di Dio, anche ha donati altri ducati 300. Per fare una scala, che scenda dal dormitorio del detto monastero alla cucina, per la necessità dei frati, e per la decente comodità dell'osservanza regolare:
Et del restante far altri ... Alla detta chiesa e monastero et anco per la necessità dei frati dell'infcrmeria di Sansevero come appare nella polizza di Cambio del signor Aloisio Greppo di Roma dirette al signor Francesco di Rinaldi e Fabio Spartano in Napoli pagabili al sindaco apostolico di San Severo alle quali si rimette come appare nel libro delle ricevute, d'altre opere pie fatte da don Alessandro alla chiesa di Stignano, e con ..... .. ...da Monsignor Vescovo di San Severo in ordine della Sacra Congregazione a 5 aprile 1638 f. 32, ... ... l'ha firmata. Don Alessandro Mancini, manu propria'.

Ma le torbide onde politiche degli umani avvenimenti non tardarono a raggiungere anche questa tranquilla valle.
Cupe figure di sanfedisti e malfattori di vario genere si aggirarono minacciosi tra i chiostri all'epoca della Repubblica Partenopea e all'indomani dell'unità nazionale.
Memoranda la domenica pasquale del 1861 per la presenza in chiesa di 60 briganti guidati da Angelo Maria del Sambro, alias Lu Zambro, Nicandro Polignone, alias Nicandrone, Angelo Raffaele Villani, alias Orecchiomozzo e Agostino Nardella alias Potecaro, tutti liberati dalle carceri di Bovino dalle autorità borboniche ormai in fuga.
Si intonò il Te Deum laudamus in onore di Francesco II e Maria Sofia e, nello stesso tempo, si imprecò contro Garibaldi e Vittorio Emanuele II.
A proposito di Polignone occorre dire che fin dal settembre del 1860 terrorizzava la valle di Stignano creando scompiglio e paura anche tra i soldati del genio, diretti dal capitano Annibale Valentino, ucciso a tradimento dal fratello di Orecchiomozzo, e addetti all'apertura della rotabile San Severo - San Marco.
Ben nascosto tra una fitta e intricata boscaglia si nascondeva in una piccola grotta, quasi un guscio d'uovo, nota solo ai suoi familiari. Il 10 aprile 1863 a firma del prefetto di Foggia apparve in provincia un manifesto a stampa nel quale il De Ferrari prometteva un lauto compenso a chi catturava vivo o morto 'Nicandrone'. All'alba del 15 aprile due suoi cugini gli vibrarono a tradimento due colpi di scure in testa. Trasportato al convento  spirò sotto l'arco di Stignano. Venne trasportato a San Marco per essere esposto, a mo' di pubblico esempio, nella Noce del Passo, ai piedi di una seicentesca croce di recente distrutta per un malinteso senso di civiltà.
Questi i nomi della comunità religiosa di Stignano rinvenuti fortunosamente tra le superstiti carte dell'archivio comunale agli albori dell'unità nazionale (Nota 3).

Superiore - Padre Matteo di Foggia
Padre Ferdinando di S. Nicandro, Vicario
Padre Francescantonio di Castel vecchio
Padre Giuseppe di Manfredonia
Padre Raffaele di San Nicandro
Padre Alfonso di San Nicandro
Laici
Fra Bonaventura di San Marco in Lamis
Fra Angelo di San Marco in Lamis
Fra Giuseppe di Volturino
Fra Gaetano di Lucera
Fra Gabriele di San Marco in Lamis
Fra Domenico di San Marco in Lamis
Fra Giuseppe di San Giovanni Rotondo
Fra Raffaele di Montesantangelo
Fra Ermenegildo di Casalvecchio
Fra Gustavo di Roccaraso

Un lungo, travagliato e drammatico periodo di storia finirà col travolgere nel suo vortice la comunità francescana espulsa dal convento dalle nuove autorità politiche e successivamente dispersa nei vari comuni della provincia. Per la legge Vacca del 1866 il convento di Stignano con annesso giardino venne incamerato dal demanio per essere venduto alla famiglia Centola di San Marco in Lamis che, a sua volta, superata la fase più acuta di contrasto tra Chiesa e Stato, stipulò con il padre provinciale Ludovico Barbaro un contratto, detto impropriamente di enfiteusi, che consentirà ai monaci il ritorno a Stignano (Nota 4).
Gradualmente, pur tra mille difficoltà di vario genere, i nuovi superiori tentarono di rimarginare le ferite che la chiusura e l'alienazione avevano arrecato al Santuario. Nel breve volgere del tempo il convento, per circostanze di vario genere, venne chiuso.
Durante la prima guerra mondiale ebbe cura della chiesa di Stignano Tommaso Ianzano, un anziano sacerdote locale non in grado di reggere il peso di un simile impegno. Chiesa e convento divennero così ricettacoli di capre e pecore. Nell'ottobre del 1953 l'ultimo erede dei Centola donò ai padri francescani il convento con annesso ampio giardino cinto da una seicentesca muraglia, dono di Pardo Pappacodacappella-pappacoda.jpg, figlio di Ettore.

S. Marco in Lamis. Interno della chiesa del Convento di San Matteo in una vecchia foto
S. Marco in Lamis. Interno della chiesa del Convento di San Matteo in una vecchia foto
Diverse e complesse nel tempo le vicende del convento di San Matteo, in parte già note alla storiografia, cui ora si aggiungono inediti frammenti di vita monastica agli albori del decennio francese.
Il 31 maggio 1806 a Giuseppe Poerio, primo intendente di Capitanata e contado di Molise, pervenne dal duca Cassano Serra, direttore della segreteria di Stato per gli affari ecclesiastici, una riservata dal seguente tenore: 'E' mestiere che il governo sia con verità ed esattezza informato del carattere e condotta dei vescovi, vicari capitolari delle chiese e dei frati che son compresi nella provincia affidata alla sua vigilanza. Per ottenere tal desiata e veridica informazione mi dirigo a V.S. Ill. affinchè mi ragguagli riservatamente dei costumi e delle opinioni che godono tutti i prelati, vicari e monaci, del modo e dello zelo con cui governano le rispettive diocesi e conventi e se la loro condotta sia conforme ai doveri del loro ministero' (Nota 5).
S. Marco in Lamis. Una veduta del convento di San Matteo in una vecchia foto
S. Marco in Lamis. Una veduta del convento di San Matteo in una vecchia foto
Nel rapporto settimanale del 19 agosto 1806 così, tra l'altro, il Poerio scrive ad Andrea Francesco Miot, ministro dell'Interno e a Cristofaro Saliceti, ministro di Polizia:

'La generalità dei religiosi scrive con molta circospezione: ma le lettere dei frati sono gravide di malumore circa il presente e di speranze per l'avvenire'.

Nel rapporto del 13 dicembre del medesimo anno il Poerio, confermando l'opinione del generale Bron 'pensa che i religiosi agiscono subdolamente perché hanno presentimento di una vicina riforma'.
Insomma avverte la sensazione di piccole cose 'che danno la convinzione più morale che giuridica'.
Nel medesimo mese il vicario generale di San Marco in Lamis Carlo De Carolis chiede per iscritto a padre Giancrisostomo da Manfredonia, guardiano del convento di San Matteo, notizie e ragguagli sul numero dei frati e sulle rendite catastali percepite nell'anno in corso.
Questa la dettagliata risposta del guardiano (Nota 6):

Reverendissimo Signore padre colentissimo don Carlo De Carolis, vicario generale.
In adempimento di ciò che desidera sapere il Re N.S. sulle rendite del Convento di San Matteo sono a dirle che detto Convento niente ha di certo, per non avere stabili né possessioni e né contanti ma il tutto dipende dalla pietà dei fedeli ed in conseguenza non può fissarsi una determinata somma.
Vero è che la provvidenza vi entra giornalmente, ma non può negarsi l'esito strabocchevole che si fa in dies pel continuo accesso dei poveri mendichi i quali ascendono quasi in ogni giorno al numero di venti, trenta e altre volte più; oltre i benefattori che ricapitano ai quali dejure è tenuto anzitutto conto per complimentarli. Questo stesso convento di San Matteo è tenuto a tutte le spese che occorrono in provincia, come sarebbe nelle congregazioni e capitoli e finalmente nel somministrare il dippiù del vestiario a tutti i religiosi della medesima provincia; e ciò per dovere, perché siccome il sopracitato convento di San Matteo questuando in questi luoghi ove sono altri nostri conventi, toglie ad essi in parte la sussistenza, con ragione vuole che supplisca a tutte le spese della provincia, come di sopra dissi e che non siano gravati tutti gli altri conventi della provincia medesima al di più del vestiario ed altra spesa che potrebbe occorrere. Tanto mi occorre dirle in esecuzione del suo venerato comando.
E con pienezza di stima le bacio la sacra destra.
San Matteo 2 novembre 1806.
Fra Giancrisostomo da Manfredonia

Questi i nomi dei frati:
Padre Giovanni Battista di San Paolo - Lettore Filosofo
Chierici
Fra Giuseppe Nicola di Celenza
Fra Francesco di Bisceglie
Laici
Fra Felice di Vico, Fra Matteo di Celenza, Fra Tommaso di Celenza, Fra Francesco di San Marco, Fra Raffaele di Cagnano, Fra Raffaele di Ischitella, Fra Luigi di Monte, Fra Luigi di Foggia, Fra Domenico di San Severo, Fra Michele di Ischitella, Fra Antonio di San Giovanni, Fra Giosafatto di Manfredonia. Impotente.
Terziari
Fra Michelangelo di Santa Agata - Professo, Fra Biagio di San Marco, Fra Matteo di San Marco, Fra Francesco di Ischitella, Fra Francesco di Celenza, Fra Nicola di Cagnano, Fra Matteo di Manfredonia.
Tutti gli alunni per ordine reale si sono ritirati nelle loro case".

Se il decennio francese segnò il tramonto del medioevo (Nota 7) occorre anche osservare che sia Giuseppe Napoleone che Gioacchino Murat condizionarono, e non poco, nel regno la vita dei religiosi con una serie di decreti, per cui i frati furono affidati al controllo dei vescovi e non più a quello dei ministri provinciali.
La rigorosa applicazione della politica giurisdizionalista obbligò i monaci a 'concentrarsi' in pochi conventi dei quali occorreva redigere, da parte dei padri guardiani, un esatto inventario di beni posseduti. Comprensibile la preoccupazione del Poerio, primo intendente di Capitanata, sul diffuso malessere dei religiosi.
In Capitanata su 29 conventi appartenenti a diversi ordini religiosi quali minori osservanti, cappuccini, agostiniani, benedettini, carmelitani, scolopi, teatini e conventuali ne furono soppressi 19 in base ai decreti del 7 novembre 1806, 13 febbraio 1807 e 7 agosto 1809. Furono venduti beni ecclesiastici con una annuale rendita di 74.210 ducati a 93 acquirenti per un importo pari a 3.339 (Nota 8).