(Da “Varietas”, Milano, ottobre 1905, pp. 459-463)

Scendevo da Monte Sant'Angelo verso la Selva Umbra che sorge nel cuore del Gargano, in una solitudine corsa unicamente da uno scarso popolo di pastori e di carbonai; m'era compagno di cavalcatura un barocciajo che mi s'era offerto quale guida nell'interno del promontorio, percorso da sentieri rupestri e da poche vie mulattiere; scendevo in silenzio verso la profonda Valle delle Rose,dominata, ad oriente, dall’erta cresta su la quale si eleva Monte Sant'Angelo, la bianca città sorta, nei secoli, intorno alla caverna sacra all’arcangelo San Michele.
Rompeva l'aurora negli estremi cieli; innanzi a noi alcuni carbonai cavalcavano verso la selva non lontana.
Ci fermammo ad una fonte al principio dell’aspra valle animata da qualche vigneto e da poche case, le ultime che si incontrano sul cammino; un pastore s'era fermo a dissetare il suo gregge. Aveva un gregge di pecore tutte nere, dagli occhi gialli; erano agili come cerbiatti. Quando mi vide tolse un suo secchiello che teneva appeso alla cintura, lo appressò alla fonte e mi offerse da bere, sorridendo. L'atto di squisita cortesia ci rese amici in un battibaleno. Appresi così gli antichi insegnamenti che i popoli pastori si tramandano da immemorabili età. Il mio vecchio parlava volontieri, senza diffidenza, quasi dicesse ad un figlio le cose imprescindibili alla vita errabonda di chi non è signore se non della via sterminata.

- E vedi, signoria, diceva fissandomi negli occhi, ora che la rugiada è ancora sul serpillo e su la menta, non le faccio pascolare le pecore mie, ché ne morrebbero, e cammino sempre col sole alle spalle, perchè il sole acceca le pecore e le fa morire di consumamento.

Stretto in una massa compatta stava il gregge immobilmente attendendo una voce di avvio del suo signore per riprendere qualche sentiero verso le lontane macchie. Osservai come qualche pecora dondolasse il capo senza posa, quasi volesse sbarazzarsene.

- Le ho segnate, disse il pastore notando la mia attenzione, domani forse salirò a Monte Sant'Angelo per venderle. Sono vittime del Laùro.

E mi descrisse poi il nano maligno che si compiaceva di simili scherzi.

- E' alto così, due palmi, non più; veste sempre di velluto nero e porta un gran cappello alla calabrese, coi fiocchi. E' capriccioso, vano e cattivo. Se fosse un gigante avremmo a temerlo! Se tu gli chiedi quattrini ti regala dei cocci, e se gli chiedi sabbia t’empie le mani di belle monete d'oro. Ho veduto gente che il Laùro ha arricchita, gente che non possedeva un grano di sabbia e che mangiava la farinella (Nota). E io lo conosco il piccolo mostro; una volta prese ad odiare la mia cugina e le era sempre attorno e non le lasciava pace mai, né giorno, né notte. Passava presso una macchia? e il Laùro l'afferrava per le gonne e la faceva cadere; tentava dormire? non aveva appena chiuso gli occhi che il nano maligno le si sedeva su lo stomaco e le dava l'incubo. Una persecuzione, un malanno! Un giorno Cajèla viene ad incontrarmi e mi dice: "Vecchio, io non posso reggere, io me ne vado". Non potevo dirle: "No!" Risposi: "Fa ciò che credi", ed ella decise cambiar casa. Quando fu per andarsene, aveva già posto tutte le masserizie sue sul traino, ricordò di aver dimenticato una scopa e tornò in casa per prenderla; ma non era appena apparsa nella stanza vuota, che eccoti sbuca fuori il Laùro, le si pianta innanzi e le dice: "Questa la porto io. Andiamo alla casa nuova!" Tu non lo crederai, signoria, fu tale la guerra del nano che la povera figlia ne morì.
"E i suoi dispetti? Molte volte entra nelle stalle e toglie l'avena ad un cavallo per darla ad un altro; oppure li lega insieme per la coda o per la criniera o li tosa in un modo strano che fanno ridere. Perchè è anche buffo e vuol ridere ed ha una bocca larga come un otre.
Però ha paura; ha paura dei morti. La notte del 2 novembre, quando tutte le povere anime dei morti appajono vestite in bianco recando grandi torcie accese e si aggirano in fila come un serpente sterminato, il Laùro piange e trema e corre a nascondersi sotto le sottane delle donne. Chi vuol chiedergli un favore conviene attenda quella notte; allora fa tutto ciò che gli si domanda.

Molte altre cose avrebbe dette il buon vecchio loquace se avessimo voluto ascoltarlo; ma la via era lunga e difficile. Quando si allontanò pe' suoi sentieri remoti, udii la sua voce cantare, quasi sul ritmo dei campanacci delle guidajuole, una dolce nenia antica:         

"Di te sonn ‘ammurate
l'acqua di ‘sta fonte
ch'ogne malate sane..."

E ci avviammo verso l'antichissima selva.
***
Se v'è un paese prediletto dalla varietà, questo è il Gargano, il promontorio rossigno che si lan­cia nell’Adriatico per settanta chilometri, formando lo sperone d'Italia. Dalle campagne di Manfredonia corse dai grandi trattùri(che son le vie degli armenti) fiorite dalle selvagge macchie dei fichi d’India, squallide in parte, nella loro desolata vastità, alle altitudini di Monte Sant’Angelo, la città che, a 890 metri sul livello del mare, domina l'intatta compagine dì tutto il promontorio; dagli incanti della Selva Umbra alle miserie del Lago di Lesina e del Lago di Varano, nei quali la febbre fa strage; dalla Riviera di Rodi, che supera incomparabilmente le bellezze della Riviera Ligure, ai bianchi scogli di Vieste, la bella abbandonata che si trova a sedici ore dalla ferrovia in una zona in cui fa capo una sola strada carreggiabile; da Santa Maria di Merino, a Porto Greco, a Mattinata è un panorama continuamente diverso che si presenta al viaggiatore il quale voglia avventurarsi in un paese civile che non possiede ferrovie ed alberghi; che ha poche strade e pessime diligenze; che è isolato dal mondo ed è caro quanto Genova! Il viaggiatore che voglia chiuder gli occhi su gli inconvenienti su citati, sarà compensato ad usura dalle sensazioni che potrà raccogliere. Io non dimenticherò mai il Gargano, per quanto v’abbia conosciuto insetti nemici, osti imbroglioni e cibi indigeribili. Ciò non è poco, ma, si sa, tanto più si apprezza un bene, quanto maggior sacrificio vi è costato. Il problema più grande è quello del dormire. Su per giù, nel resto d'Italia, ogni persona che viaggi è abituata ad aver la sua piccola tana col suo giaciglio più o meno comodo, nel quale può riposare da sola o, se vuole, in compagnia di un amico o di una amata; al Gargano, no: vige laggiù la legge patriarcale, la legge di fratellanza universa e conviene farle buon viso.
A Vico Garganico, un ameno paese che sorge fra selve di aranceti, fra boschi di olivi e domina una corona di colli ridenti che muojono sul mare di zaffiro, a Vico Garganico poi che chiesi di una locanda, mi dissero di rivolgermi a Baldassarre, il quale, a quel che mi parve, era un personaggio famoso in tutta la regione. Quando gli comparvi innanzi in un'innominabile tana che serviva ad un tempo da cucina, da negozio di generi diversi, da trattoria e da porcile (v'erano alcuni audaci suini che si ficcavano fra le gambe di tutti), mi squadrò con quel fare sdegnoso che hanno un po' tutti nella regione, e mi chiese che domandavo: «Da dormire!» risposi. Egli mi fece un cenno di assentimento, accese una lucerna arcaica e si avviò per una scaletta di legno, così stretta e così scivolosa, per il sacro sudiciume che la ricopriva, che mi convenne reggermi al muro per non ritornare ruzzoloni al punto dal quale ero partito. Salimmo e, per un labirinto di anditi bui, sbucammo in una grande soffitta. Un insopportabile fetore mi tolse quasi il respiro; ma non ero giunto fin laggiù senza aver provati già tutti gli agguati di madonna loja!
Quando alla scarsa luce della lucerna potei scorgere tutt’intero l'ambiente nel quale mi trovavo, poca non fu la mia meraviglia nel vedere otto o dieci letti messi tutti in bell'ordine, uno vicino all’altro come in un dormitorio pubblico, e nel vederne più della metà occupati da persone, delle quali, allo scarso barlume, non potei ben definire il sesso. Come mi incamminavo per andar oltre, Baldassarre mi guardò levando la lucerna e mi chiese con quel suo tono confidenziale che avrei tanto volontieri contraccambiato con un onesto scapaccione:

- Dove vai?
- Nella camera che ti ho chiesto.
- Tu mi hai chiesto da dormire.
- Ebbene?
- Se vuoi dormire, dormi qui: c'è un letto laggiù.

E tese un braccio ad indicarmi un lurido giaciglio che scompariva quasi sotto le travi. Stanco com'ero, non pensai a protestare; d'altra parte sarebbe stata opera perfettamente inutile. Seguii il mio giudice che s'era avviato innanzi. Durante la traversata ebbi ad incontrare, proprio in mezzo alla soffitta, una terracotta, che non era precisamente un'opera d’arte, posta là pel disbrigo degli affari comuni. Ah dolcezze dei sognati falansterî, io vi ho conosciuto troppo da vicino per potervi amare! Mi gettai, vestito com'ero, nel miserabile giaciglio, e fra il russare degli ignoti masnadieri che mi dormivano a lato ero quasi per prender sonno, allorché una salva di fucilate mi fece balzar su le coltri, con gli occhi sbarrati.
Qualcuno, che era vicino a me, si rivoltava nel suo giaciglio grugnendo. Accesi un fiammifero.

- Che cosa fai? mi chiese un vecchio ceffo che sbucò dal letto vicino al mio
- Non hai udito?
- Ho udito, e con questo?
- Ma a chi sparano?
- Sparano alle civette, che Iddio ti consumi! Lasciaci dormire.

Il giorno dopo seppi che è consuetudine degli abitanti di un'intera contrada uscire nel bel mezzo della notte e sparare tutti insieme agli uccelli notturni per tenerli lontani dalle case.
***
Di simili consuetudini molte ne potrei raccontare se lo spazio me lo permettesse, come potrei raccontare le delizie di una notte trascorsa alla cella Diana su gli scogli di Vieste (e ciò per mia elezione, ché preferii la libera aria del mare all'ospitalità di una lurida cameraccia); ma inoltriamoci un poco nella selva selvaggia che fra monti e vallate si estende solitaria per un’estensione che supera i tremila ettari. Io non ho visto mai bellezza maggiore. Come ci internammo per i difficili sgarugli che percorrono la selva e si perdono a volte fra i rovi, e serpeggiano e scendon le valli scoscese per lanciarsi ripidissimi su per i monti opposti, provai ciò che sia la compiuta sensazione dell'isolamento. Il sole penetrava a pena fra il fitto intrichìo delle chiome arboree; eran qua e là barlumi d'oro fra le rame, tremolii di luce, scintillanti penombre, piccole trame ed aghi di sole che passavan rapidi nell'azzurra oscurità per punteggiare tratti del suolo come il dorso di un leopardo; e quanto più il sottobosco s’infittiva, quanto più annose e spesse di frondame eran le alte piante, tanto meno la luce trovava facile via al cammino; in certi punti si era in una perfetta penombra corsa solo dai suoni speciali che si odono nelle selve, suoni che dettero già origine ai mille numi abitatori delle foreste. Ora è un fruscìo che giunge di lontano, passa, è sopra ai nostri capi, si disperde; era uno scricchiolìo lieve come di foglie secche rotolanti al vento di autunno; ora un rimbombo lontano come di un'acqua che si incaverni muggendo; ora un fremito, un grido, un rapido trascorrer di peste, uno schianto di rame nell'impeto di una corsa; i nostri sensi, come nella notte, percepiscono con tale intensità, nell'isolamento della selva, ogni suono, da trasformarlo, da ingigantirlo e renderlo pauroso a volte. Il non poter vedere, il non poter rendersi esatto conto di nulla, lascia libero il campo alla fantasia e alla paura. Ebbi a persuadermi poi come i carbonaî che praticano la selva siano supersti­ziosi fino all'esagerazione. Ne incontrammo un gruppo in una radura: lavoravano in silenzio intorno alle loro buche; vestivano il costume del Gargano; erano giovani belli e forti. Ci soffermammo a conversare con loro per qualche tempo. Come chiesi al più vecchio della compagnia se avesse conosciuti i fratelli Fraccaroli (gli ultimi briganti del Gargano), mi guardò aggrottando le ciglia e rispose: «Erano cugini miei!» Poi, dopo una pausa: «Li hanno presi perchè abbandonarono il bosco. Qua dentro non avrebbero perduta la loro libertà!». Ed è vero. Più di mille uomini furono sguinzagliati alla caccia dei feroci banditi e per varî mesi non riuscirono a catturarli; solo quando sentirono il bisogno di riaccostarsi a Monte Sant'Angelo, quando vollero rivedere i loro luoghi, caddero nell'agguato e furon condotti prigioni. Chi non sia nato nel luogo, difficilmente può conoscere tutti i sentieri, i meandri, i rifugi della selva che si estende per chilometri e chilometri sopra un terreno montuoso e difficile; i nativi vi son padroni, i forestieri prigioni.
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Molti non penseranno che in Italia vi possano essere ancora interi villaggi di capanne intessute unicamente di cannuccie palustri; eppure al lago di Varano ne esistono ancora e completano l'aspetto strano del paese. Su la diga che divide il lago dal mare e che i nativi chiamano Isola, si elevano caratteristiche capanne divise l'una dall’altra da una cannicciata: sono abitate dai pescatori. Tali capanne comprendono un solo ambiente. Alle pareti sono appesi reti, fiocine e varî arnesi da pesca; in un angolo è il giaciglio; in mezzo alla stanza un focolare, e nel soffitto un'apertura praticata per dar libera via al fumo; una tavola e qualche sedia: questo l'arredamento. Vidi in quel singolare paese che sia mai il malanno della febbre; vidi creature macilenti, gialle, inebetite; vidi fanciulli seminudi, dai ventri enormi sì che parevano piccoli otri più che esseri umani; vidi l'abbrutimento del male, l’incoscienza dell’orrore, la dolorosa rassegnazione alla morte. E la terra è bella, è ricca, florida, ubertosa e pare nasconda incomparabili tesori; ma fra i lenti canali, nell'inavvertito impaludarsi delle acque, fra i biodi e la stipa, sui fondi grigiastri dove si snodano, tremano, si allungano le viscide alghe, è lo scarno viso della febbre, il viso dagli occhi terribilmente lucenti, dalle avide labbra che si schiudono in un delirio di insaziata concupiscenza.
Tanta miseria è fra tante bellezze. Il Gargano, la terra sperduta che pochi sentono nominare, la terra delle selve, dei giardini, degli aranceti, alla quale un intero popolo volge il suo pellegrinaggio annuale per la fede nell'Arcangelo che vi apparve, si domanda ancora se la civiltà, della quale sente favoleggiare talvolta, non sia il più lontano fra i miti od il più inverosimile fra i sogni.
E non ha torto.
Antonio Beltramelli