Il brano è tratto da Paolo Malanima, L'economia italiana nell'età moderna, Editori Riuniti, 1982. Per vedere come si viveva in un paese del Meridione nel '500, puoi leggere anche la trascrizione, curata da Tommaso Nardella, della lapide sugli usi civici agli abitanti di San Marco in Lamis. Tale lapide, risalente al 1559, si trova al primo piano della sede municipale di San Marco in Lamis.
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Gli usi civici.
Gli usi civici.
Anche nei secoli dell'età moderna (come del resto ancor oggi), quando i viaggiatori che provenivano dal Settentrione s'inoltravano nella Maremma senese diretti verso il Sud della penisola si trovavano di fronte ad una realtà agricola con caratteri ben diversi da quella del Nord. Il paesaggio agrario delle pianure non presentava quella varietà tipica dell'agricoltura promiscua settentrionale; prevaleva di gran lunga l'insediamento accentrato in villaggi; la coltura cerealicola risultava dominante; la pastorizia aveva un peso sconosciuto nell'agricoltura del Nord. I caratteri del paesaggio indicavano, insomma, che qualcosa era cambiato nella sostanza stessa dell'economia agricola.
Se nel Nord possiamo considerare la struttura poderale come la cellula del mondo rurale, nel Mezzogiorno è necessario spostare l'attenzione sull'azienda feudale. È il feudo l'elemento ricorrente nell'organizzazione produttiva delle campagne meridionali. Le differenze che esistono nella realtà agricola del Mezzogiorno non possono oscurare l'esistenza di una forma di organizzazione ricorrente.
Innanzitutto, l'azienda signorile è un complesso fondia­rio. Essa comprende le terre di uno o più comuni ed è di soli­to, almeno nel Quattrocento, la sede del signore. Le terre che compongono il feudo sono distribuite in piccoli appezzamenti, assegnati a numerosi coloni. Questi possono coltivarle: a) sulla base di rapporti di tipo consuetudinario, secondo cui l'occupazione viene tacitamente riconsacrata ogni anno in seguito al pagamento di un censo o di un canone in natura; b) in base a contratti agrari che prevedono il pagamento annuo ai un fìtto o un 'terraggio' (un canone in natura proporzionale all'estensione delle terre coltivate e non al raccolto). Di solito, anche se non sempre, una parte più o meno grande del feudo viene coltivata in economia diretta dal signore, oppure viene dotata di qualche struttura edilizia centrale, e cosi trasformata in una sorta di azienda autonoma ('masseria' nel continente; 'gabella" in Sicilia) e affittata a coltivatori relativamente agiati: i 'massari' del Mezzogiorno continentale, i 'gabelloti' siciliani, i 'mercanti di campagna' romani. In qualche caso questa azienda può essere nuovamente divisa in piccoli appezzamenti ai contadini. Spesso essa viene coltivata dall'affittuario in parte con salariati stabili e in parte facendo ampio ricorso al lavoro di braccianti, soprattutto nei periodi di più intenso lavoro. La masseria e la gabella tendono a diffondersi nel Cinquecento particolarmente nelle aree più fertili.
Paesaggio agrario meridionale.
Paesaggio agrario meridionale.
Le entrate del feudo non provenivano soltanto dai canoni e dagli affitti. In alcuni casi, come per esempio nei feudi abruzzesi, erano considerevoli i redditi procurati dall'allevamento, gestito direttamente dal barone. Notevoli erano le entrate (rendita giurisdizionale) derivanti dai diritti che il signore esercitava sui sudditi: l'esercizio della giustizia, il monopolio di determinate attività (forni, frantoi, mulini, ecc.), i censi sui prodotti della pesca, dell'allevamento, della caccia e delle manifatture. L'entità di questo prelievo di tipo feudale variava da zona a zona, e corrispondeva, in molti casi, a circa la metà delle entrate complessive del feudo.
La struttura delle entrate signorili appariva dunque composta da molti elementi diversi. Altrettanto composito risultava il reddito della famiglia contadina. Quest'ultima, infatti, non otteneva i mezzi indispensabili per la propria sussistenza nella forma concentrata e organica caratteristica della realtà poderale (Giorgetti, p. 83). Il contadino meridionale poteva, nello stesso tempo, coltivare qualche appezzamento in qualità di 'terraticante' (sulla base cioè di un contratto di terraggio); poteva essere bracciante in alcuni periodi dell'anno; poteva possedere un fazzoletto di terra o un orto che integrasse le magre risorse familiari; si dedicava talora alla pastorizia. Non a caso i braccianti meridionali venivano descritti nei documenti dell'epoca come contadini «li quali viveno non sulo come bracciali, ma seminano chi sei tomola de grano et orgio chi più chi meno lo anno, fanno hortalicii et vendeno, tagliano ligne a li boschi et le vendeno, et fanno viaticarie con le bestie» (cit. in Galasso, p. 179). La distanza delle varie fonti di reddito colonico tendeva a favorire l'insediamento accentrato in villaggi anziché l'abitato rurale sparso, caratteristico di tanta parte dell'agricoltura settentrionale.
Coltura di cereali e pastorizia
Coltura del grano.
Coltura del grano.
Altri elementi fanno dell'agricoltura del Mezzogiorno una realtà ben distinta da quella del Settentrione.
La cerealicoltura estensiva appare come uno dei caratteri salienti del latifondo meridionale e risulta ampiamente diffusa sia nelle aree della Sicilia occidentale, sia nelle zone pianeggianti della Calabria, sia in gran parte della Puglia. In questo caso, una vasta estensione di terra (latifondo) viene sottoposta a metodi di coltivazione e a rotazioni elementari. Prevale, per esempio, la rotazione biennale delle colture, contrariamente a quanto accade nel Nord. Ancora nel Seicento, nelle più avanzate masserie pugliesi, per la concimazione viene molto usato l'antico metodo di spargere sul terreno le ceneri dei cespugli bruciati (debbio). Soltanto vicino alle città maggiori, come nelle pianure intorno a Napoli, la coltivazione diventa più intensiva: lo sfruttamento del terreno è più razionale e il paesaggio risulta così più vario, più simile a quello delle aree settentrionali. Sono una caratteristica di queste zone i 'giardini', ricoperti di alberi da frutto, e le 'starze', in cui la coltura cerealicola si alterna con quella della vite. Più stretto appare qui il rapporto fra coltura e allevamento, mentre esso risulta del tutto inesistente nelle zone del latifondo.
Attività agricole.
Attività agricole.
Molto diffusa, in tutto il Mezzogiorno, è la pastorizia. Su vaste distese (non solo montuose o collinose) dell'Abruzzo, della Campania, della Puglia, l'agricoltura estensiva basata sul grano convive con l'allevamento ovino, che spesso sottrae risorse alla cerealicoltura. La pratica della 'transumanza' (cioè il trasferimento stagionale degli armenti dalle montagne alle pianure e viceversa) si afferma sempre più nell'economia meridionale dell'età moderna. All'inizio del Cinquecento, per esempio, le pecore condotte, verso la fine di novembre, dall'Abruzzo, dalle Puglie, dalla Basilicata e anche dal Lazio a svernare nei pascoli pianeggianti della Capitanata e della Terra d'Otranto erano più di 1.300.000 e più di 20.000 le vacche. In seguito il loro numero aumentò.
Come si è visto, elementi di carattere feudale sono ben più evidenti nell'agricoltura del Mezzogiorno che in quella del Nord. Sarebbe tuttavia un errore sottovalutare le trasformazioni intervenute nella realtà economica del Meridione durante la fase di espansione tardo-medievale. Vi è la tendenza a orientare sempre più verso il mercato i prodotti dell'agricoltura; le fonti di sussistenza della popolazione derivanti dai beni comunali cominciano a essere in parte espropriate; appaiono classi intermedie; scompaiono le prestazioni d'opera sulle terre condotte in economia dal signore. Non c'è da stupirsi di queste trasformazioni, a volte assai importanti. Le crescenti relazioni di mercato in cui si era trovata inserita la penisola durante la fase di crescita del tardo Medioevo, infatti, non avevano mancato di esercitare la loro influenza anche nel Mezzogiorno. La realtà economica del Sud si era venuta strettamente collegando con quella settentrionale in forme tali da risultare sempre più subordinata.