Convento di S. Matteo presso San Marco in Lamis
Convento di S. Matteo presso San Marco in Lamis
I grani sono mietuti in gran parte; benché si aggirino ancora nella sterminata aridità del Tavoliere gruppi di mietitori, la grande opera è compiuta; sotto la violenza canicolare gli strami gialli, risecchiti, rigidi nella loro morte, pongono un bagliore uguale che dilaga da orizzonte a orizzonte accecando. Ogni senso si smarrisce in questa terra di desolazione affocata, maledetta dal sole; gli occhi socchiusi intravvedono a pena un tragico incendio, a traverso al quale, a grandi distanze, passano creature dal viso quasi ebete. L'aria non è corsa da un alito di brezza; non si ode un suono; non un'ombra scorre sotto tutto questo sole; il lieve tremito di un'ombra che dia un momentaneo riposo.
Le tre brenne che trascinano faticosamente la corriera vanno travagando per la interminabile via che arde. Il cielo è opaco, bianchiccio, opprimente; si stende, acceso da una strana incandescenza, a soffocare questa povera terra desolata.
Le lande, le nostre lande romagnole, sono ancora verdi di cespi di ginestre, di macchie di tamerici; il mare, col quale confinano, dona loro la dolcezza del suo respiro. Allorché il sole passa il segno del leone, nelle ore più calde del meriggio, v'è chi le scorre senza sentire la morte alle terga, senza sentire il sangue tumultuare al capo in uno spasimo di agonia; esse hanno, benché aride e immense, qualche dolcezza di refrigerio o non affocano e non uccidono. Il Tavoliere delle Puglie è, nella grande estate, un piano di morte. Su lo squallore degli strami, che pare attendano una scintilla per alimentare l'incendio formidabile di cui il sole li nutre, l'occhio non può reggere aperto; è il regno del fuoco e dell'arsura. La terra sitibonda sprigiona un alito caldo; sono buffi di fiamme che salgono dal grembo della terra riarsa che il fremito di un ruscello non anima, non allontana, non allevia. Non uno specchio, benché minimo, d'acque: polvere, sole, aridità, altro non vede occhio, Tutt’al più alla domanda che sale alle labbra col desiderio veemente della sete, una mano stanca farà un cenno verso due punti dell'orizzonte, verso due punti lontani ed opposti dove è l'acqua e la febbre; da un lato Lesina, dall'altro lo stagno salso. Fra questi due punti, a quando a quando, piccolissimi argini e qualche ponte segnalano il luogo ove, ai tempi delle pioggie torrenziali, il Candelaro conduce al mare le sue acque torbide e putride. Ora, durante la stagione estiva, nel suo letto asciutto dorme la febbre.
Verso ovest, in fondo all'abbagliante luminosità, riposa la città canicolare: Foggia; La città che non conosce i lievi azzurri dell'ombra, che non sa il palpito primaverile, che mai fu recinta delle lievi ghirlande che aprile reca col suo sogno giocondo. Foggia che è come una vestale in mezzo al suo fuoco; nido di stanchezza temprato ai più alti rigori invernali e alle grandi violenze estive, sorto come un'oasi desiderata, benché non benefica, nel cuore del Tavoliere, si vede a quando a quando come un punto più vivo nel sole, quasi più ardesse di ogni cosa intorno. Pochi alberi tisici sorgono qua e là sopra le sue case basse, simili a torri monche e il sole l'abbraccia, l'inonda, la stringe tutta nella sua raggiera di fuoco. Non so, mi pare, vedendola da lontano, ch'ella non debba aver voce, ch'ella debba essere rovente come una fucina, che tutto in lei debba giacere nell'inconscio torpore della canicola. Riposa fra le stoppie in questa desolata immensità e rompe la ininterrotta gamma dei gialli ponendo nell'aria l'accecante bianchezza delle calci di cui gran parte delle sue case è rivestita. L’occhio se ne distoglie infastidito, offeso. Conviene avere i sensi temprati a questo enorme stridere di colori e di luci per resistere imperturbati.
Innanzi, sul fondo, simile ad un immenso velario leggermente azzurro, si eleva il promontorio del Gargano. A levante, biancheggia sopra una cima dispoglia che scende a picco sul piano, un paesello che mi dicono essere Rignano, il belvedere delle Puglie. Di lassù si deve scoprire compiuta l’immensità di questi piani.
La corriera (forse non fu mai più ironico il termine per questa vecchia carcassa che tre buscalfane trascinano) procede fra nembi di polvere; ne siamo avvolti: fra l'afa e la polvere si respira a stento; la gola è irritata e inaridita. I miei compagni di viaggio: una vecchia donna e un prete, sonnecchiano: le grosse mani, sudice, abbandonate sul grembo; il capo sobbalzante ad ogni sobbalzo di questa scatola infernale che, ruzzolando, ci conduce chi sa verso quale nuovo martirio. Da tre ore si cammina e ne avremo per più del doppio prima di giungere a S. Marco in Lamis. Non protesto; abbandonando la piccola stazione alla quale il diretto mi ha depositato. Sapevo già di andare a ritroso nei secoli e ciò dopo tutto non mi dispiaceva: i musei archeologici e i paesi abbandonati hanno sempre grandi attrattive per l'occhio dell'osservatore. Sobbarchiamoci adunque alla dura prova, tanto più che la gioia, la felicita, il bene non esistono se non per legge di contrasto.
Dormire è proprio delle creature che mi siedono a lato, è qualità, discutibile forse, ma appartenente anche al postiglione, il quale ha abbandonato le redini (sono tre, una per cavallo, con economia tutta propria a questi paesi) e sonnecchia bellamente al sole come una bestia soddisfatta; ma non è qualità mia in questo frangente: unico fra i quattro, veglio e mi difendo da uno sciame di mosche che vuole assaporare in me una vivanda rara.
Il promontorio, che azzurreggia sempre più nei cieli bianchicci, non accenna ad avvicinarsi; andiamo con tale lentezza che si possono contare comodamente i ciottoli della strada.
S. Marco in Lamis - Vecchie al sole.
S. Marco in Lamis - Vecchie al sole.
Guardo, su la mia destra, un gruppo di mietitori che ha abbandonato il lavoro e si affanna, si scompone, grida non so bene ancora per quale causa. Le spigolatrici (sono vestite di bianco in gran parte ed hanno piccole gonne corte e una pezzuola annodata con certa grazia su la nuca) si avvicinano correndo: una ne vedo che si porta le mani ed volto e si dibatte; le compagne le sono attorno, l'accerchiano, la rattengono. Il tumulto delle voci si avvicina. Vedo distaccarsi dal gruppo due uomini, vengono verso la strada trascinando fra loro un giovane che grida, si contorce, tenta sfuggire alla loro stretta. Poco dopo apprendo che è improvvisamente impazzito sotto la violenza solare. L'ho innanzi agli occhi ancora, più non potrò dimenticarlo: è giovane. Ha ventun anni appena; è esile come un giunco e bello. Ha i capelli irti come in uno spasimo di tutto il corpo, gli occhi sbarrati innanzi a sé, attratti da non so quale visione di orrore; tutto il volto congestionato, immobile in contrazione di angoscia; grida a denti stretti, grida reiteratamente, fra pause uguali, non so quali parole che non intendo; pare lanci una maledizione terribile a quel suo Dio che lo ha fatto umile e schiavo: pare bestemmi sua madre e la terra. Si divincola guazzando fra la poderosa stretta dei compagni che lo conducono a pena: ora rattrappito a terra, ora balzando in un irrigidimento di tutta la persona. Lo seguo con penosa attenzione finché la polvere lo vela.
Solo il reverendo si è sporto un attimo a guardare; ad una mia domanda risponde con un suo eloquio semi-pugliese di intesa difficile:
- Sono abruzzesi; scendono quaggiù per mietere; è affare comune!
Pare un principotto offeso. Lo guardo maravigliando.
Più innanzi mi indica una donna che viene verso noi e piange forte.
- Chilla crisciu, sia la soa mamma (Nota) - dice - poi si arrovescia su una parvenza di guanciale, ripone le sucide mani sul grembo e riprende sonno.
Che sia affare comune me ne persuado perché ho occasione di imbattermi in altri disgraziati che la violenza del sole ha tolto di senno.
S. Marco in Lamis - Via Carducci detta anche del 'Purgatorio'.
S. Marco in Lamis - Via Carducci detta anche  del 'Purgatorio'.
Questa maledetta aridità di morte vuole perennemente le sue vittime.
Abbiamo passato una masseria (per masseria s'intende quaggiù anche il caseggiato dove abitano i coloni). E’ una costruzione appiattita, bislunga, intonacata a bianco, sì che, con questo sole, per osservarla occorrerebbero lenti affumicate. È deserta. A grande distanza ne osservo qualche altra. Paiono piccole vele che scendano all'approdo, piccole vele disperse che hanno alcunché di soave nella lontananza. Nonostante la lentezza della corriera buon tratto di via è compiuto. La terra che attraversiamo ora, ricorda la campagna romana corsa così da lievi ondulazioni le quali si susseguono per buon tratto fino ai primi dorsi del promontorio Garganico che osservo vicino, con le sue poche strade inerpicantisi fra forre e macigni fino alle vette estreme.
Il versante che guarda il Tavoliere è brullo; su la roccia scoperta cresce qualche raro cespuglio; nelle strette e ripide valli che si infoscano in burroni non scorre un filo d'acqua. L'aridità continua. A poco a poco la scena varia, il piano dilegua; fra le rapide svolte si intravvede qualche attimo ancora, sperduto laggiù, affocato sotto la grande afa meridiana; un senso di sollievo mi avvolge: siamo nel pieno dominio della montagna. La vegetazione compare: piccole selve di roveri, siepi fiorite, prati verzicanti si susseguono su per le coste ininterrottamente; è la pace del verde, la pace che culla l'anima sognante.
Qualche villetta sperduta, qualche capanna di pastore, qualche convento solitario sorgono ad animare la solitudine.
Osservo una chiesuola cinta d'archi che riposa sotto una rupe squarciata, di color rossigno; riposa nell'ombra e accanto a lei stormisce un gruppo di querci centenarie.
Non so quale dolcezza infantile mi avvolga; qualcosa di simile fu nella mia vita, molto lontanamente, quando mia madre viveva, quando le sue parole bastavano alla mia fede e l'anima, su la traccia di quelle parole, sapeva un mondo che ora non conosce più.