S. Marco in Lamis.
S. Marco in Lamis.
Più oltre la strada sale verso gli alti pascoli, poi ridiscende; biancheggiante nel sole, appare, adagiata nel seno di una breve valle, S. Marco in Lamis.
La città si distende sotto l'antico convento di S. Matteo che sorge nella parte più elevata della valle; è ampia, sudicia e caratteristica come la maggior parte delle città del Gargano.
Stante l'ora in cui vi giungo, la vita vi appare torpida e lenta. Pochi sono i passanti: qualche monello in camicia (una camiciuola che si sforza di giungere alle latitudini necessarie e che si arresta a mezzo cammino, lembo inutile al pudore, conservato chi sa per quale tradizione ignota!); qualche donna che torna dalla fonte o meglio dalla cisterna, ché fonti quassù non ne esistono; qualche pastore dall'incedere stanco che, in grazia alle sue cioce (Immagine)Ciocie_reali.jpg, passa silenziosamente senza farsi avvertire. Poca cosa, in complesso la città dorme. Tutte le bottegucce sono chiuse, non posso rifornirmi di tabacco e a tale scopo torna inutile ogni promessa di lucro al mio postiglione se riesca a svegliare qualche proprietario di una rivendita governativa; egli risponde negativamente crollando le spalle; conosce bene i compaesani: quando un pugliese dorme non cura guadagno; è più ricco di un Carnegie o di un Rothschild.
La città si distende e si agglomera lungo una via abbastanza vasta che la percorre in tutta la sua ampiezza dall'est all'ovest. È leggermente in salita, pessimamente selciata, con frequenti tracce di spazzatura abbandonata alla delizia di alcune galline che vi razzolano crogiolandosi al sole. Le case hanno un aspetto uguale, piuttosto misero; si accalcano l'una su l'altra quasi per tema che lo spazio venga loro a mancare; molte finestre sono adorne di fiori, i quali pongono, su tutto questo sfolgorio di muri soverchiamente bianchi, una nota varia che ne addolcisce un poco l'asprezza.
San Marco in Lamis pare abbia avuto origine fra il settimo e l'ottavo secolo per opera dei pellegrini Longobardi che venivano a visitare il santuario di San Michele sul Gargano.
Secondo il Troyli i Longobardi, risiedenti a Benevento in quel tempo, per opera del vescovo Barbato (che reggeva allora, oltre quella di Benevento, la chiesa di Siponto rimasta senza pastore in causa delle invasioni barbariche) abbandonarono l'idolatria per seguire la fede cristiana. Ebbero in grande venerazione l'Arcangelo Michele, convinti ch'esso fosse stato duce della loro conversione.
Data tale credenza, si stabilì una continua corrente di pellegrini che salivano reverenti alla sacra grotta di Monte Sant'Angelo. Allora fu che molti presero stabile dimora in quei dintorni, formando dieci eremitaggi, fra i quali è da annoverarsi San Marco in Lamis.
I pellegrini eressero le loro prime capanne in quel luogo per raccorsi intorno al convento di San Matteo (allora era di San Giovanni, prese poi il nome di San Matteo per la reliquia del Santo portatavi dai minori osservanti ai quali era stato concesso) sorto, come afferma il De Leonardis, sopra un antico tempio di Giano.
S. Marco in Lamis.
S. Marco in Lamis.
Il paese, che viene lentamente modernizzandosi, sì che, toltone i pastori i quali scendono raramente dalle loro solitudini, non altri indossa il pittoresco costume della regione, era popolosissimo. Ora, stante la grande corrente di emigrazione verso l'America, si spopola lentamente. Se alcuni lati esteriori e pittorici vengono scomparendo sotto l'influsso pareggiante della civiltà, rimangono vive tradizioni e costumanze originalissime, le quali caratterizzano l'indole di questa fiera popolazione.
Un tempo era in grande onore il così detto fidanzamento violento che ora viene praticato su piccola scala e quasi più non si usa stante la particolare prepotenza di poco simpatica applicazione. Detto fidanzamento consiste in ciò: allorché un giovane prende a benvolere una ragazza e non si vede corrisposto e teme che, seguendo le comuni formule in uso, ad una domanda di lui ella debba rispondere con un diniego, ricorre agli estremi: attende, per lo più di sera, la ragazza designata e, quand'ella non se ne avveda, con rapido gesto le strappa il fazzoletto e parte con l'agognata preda.
Per tale perdita la ragazza è inesorabilmente compromessa, ella appartiene ormai anima e corpo al piccolo ladro.
Non si intende sempre con facilità la ragione dei vari domicili scelti dall'onore, bizzarro sentimento che ha le instabilità e le adattabilità degli elementi; comunque sia, la cosa non era troppo comoda per le fanciulle di San Marco in Lamis e, nel secolo scorso, vi fu chi ne mosse giuste lagnanze al vescovo di Foggia, il quale, partitosi in pompa magna dalla sua residenza, giunse alla città dei monti e vi tenne un corso di prediche per combattere il suddetto costume; delle quali prediche sono rimasti celebri due versi che si citano tuttavia:
..... Maledetto maledetto
Colui che strappa il fazzoletto!
Altra usanza caratteristica a San Marco in Lamis è la cosidetta Processione delle fracchie, in più chiaro eloquio: processione delle fascine. Si compie la sera del giovedì santo. I sacerdoti, recanti i simboli della religione, sono seguiti da una lunga teoria di popolani disposti in due file. Detti popolani indossano una lunga veste e recano, alla cima di una stanga, una fascina imbevuta di sostanze resinose. Ad un dato punto, ognuno accende la sua fracchia ed è allora un immenso rogo, una fiumana di fuoco che si muove lentamente per le vie della città. La scena è di un bello orrido insuperabile. In questa esaltazione del fuoco rivive l'antica anima pagana, il culto alla forza dell'elemento, che è per noi come il fulcro fra i due termini estremi: la vita e la morte.