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Ercole Bonacina, L'Astrolabio n. 4, 28 Febbraio 1977, pp. 20-21
A dieci anni dalla morte
Ernesto Rossi parla di sé
A dieci anni dalla morte di Ernesto Rossi, ne ho riletto “L'elogio della galera”: la raccolta, curata e selezionata da Manlio Magini, delle lettere scritte dal carcere fra il 1 novembre 1930 e il 12 novembre 1939, quasi esclusivamente alla madre Elide e alla signora Ada. E ha ragione Ferruccio Parri, in quel che dice nella prefazione:E' Rossi vivo che esce da questa cronistoria autobiografica di una lunga galera”.
Quando la redazione di
Astrolabio m'ha chiesto di scrivere anch'io di Ernesto, mi sono domandato: e perché non far scrivere Lui di se stesso? Per come la pensava, non lo avrebbe mai fatto. Ma l'idea che ce n'è rimasta acconsente a farglielo fare adesso che non c'è più. Magari solo per riprendere talune, pochissime, delle tante riflessioni politiche e morali comunicate amamma carissima” e a “carissima Pig” come chiamava la signora Ada, specie nei primi tempi del carcere: quando l'ancora recente distacco dagli affetti e dalla libertà rendeva più difficile meditare e scrivere serenamente.

“Povera Pig: veramente meritavi d'incontrare un uomo diverso sulla tua strada: l'ho riconosciuto mille volte. Ben scarse sono le soddisfazioni che ho potuto darti, e non credo che potrò dartene in avvenire... D'altra parte, ormai, conosci quello ch'io sono. Vado per la strada che mi sono segnato e non porto riguardo neppure alle persone che mi vogliono bene e cui voglio bene”.
(Alla moglie, 22 novembre 1930)

“Quelli con cui non potrò mai simpatizzare sono i molluschi, gli uomini senza spina dorsale, pronti ad adattarsi a qualsiasi situazione di fatto, pur di trarne un profitto personale. Non credo nel valore assoluto delle mie verità in nessun campo, e quindi ammetto che altri abbia, per suo conto, una verità diversa: quel che importa è che la senta veramente tale, e non la prenda in affitto come una maschera di carnevale da mutarsi ad ogni veglione”.
(Alla madre, 27 marzo 1931

“La forza può aver ragione di noi individualmente, ma mantenerci fedeli a noi stessi vuol dire trasmettere alle generazioni avvenire, con l'esempio che vale più della parola, quella che riteniamo la parte più luminosa del pensiero ereditato dalle generazioni passate, cioè quel che fa sì che l'uomo sia veramente uomo: la libertà”.
(Alla madre, 7 settembre 1931)

“Va benissimo. Mi pare di non avere altri impegni per il giorno 24.
Ad ogni modo farò di tutto per essere a Pallanza e, se ti sei già assicurata che non ci saranno difficoltà da parte della direzione e del podestà, credo che il matrimonio potrà essere celebrato senza tante storie. Sai che sono piuttosto contrario a convezionalismi borghesi: verrò quindi col vestito di tutti i giorni, né poi faremo nessuna festicciola familiare.
Anzi, come reazione alle costumanze dei nostri avi, te ne partirai sola per il viaggo di nozze. Io ti raggiungerò fra 19 anni, o un po' prima, se mi sarà possibile”.
(Alla moglie, dal reclusorio di Pallanza, 7 settembre 1931, in preparazione del matrimonio).

“Per mio conto, l'essenziale è che contro i dogmi di ogni Chiesa si mantengano vive le eresie, cioè la coscienza dell'inferiorità morale dell'accettazione servile d'ogni ordinamento autoritario, e la necessità - per chi non vuol rinunciare a se stesso - di far corrispondere la vita pratica al proprio pensiero. E quindi ho simpatia per tutti quelli che trovo su tale strada, qualunque sia l'interpretazone del mondo che danno ed i precetti che ne derivano. Non sono tanto le persone colte che mancano nel nostro paese: sono gl'individui che hanno una spina dorsale, ed è molto più facile aumentar la cultura che formare i caratteri”.
(Alla madre, 4 marzo 1932)

“Come già dissi all'Ada, noi (prigionieri politici: n.d.r.) non speriamo né desideriamo provvedimenti di clemenza. Finché continua l'affluenza nelle galere ed al confino, finché funziona il Tribunale Speciale, si può ancora aver fiducia nel nostro popolo”.
“Rifate, tentate, tentate sempre fino al giorno in cui vincerete. Solo così, e non con gli elogi funebri ed i monumenti, si rende onore a chi si è sacrificato per un'idea”.
(Alla madre, 9 dicembre 1932)

“Il primo fondamento della dignità umana credo stia nella convinzione che si ha da render conto a noi stessi, e a nessun altro, delle nostre azioni. Altrimenti, si resta quasi sempre sotto tutela, anche se si gode di tutte le libertà esterne”.
(Alla madre, 20 gennaio 1933)

“Ferruccio (Parri, n.d.r.) come sta? Se lo vedrai, digli che gli voglio tanto bene che l'averlo conosciuto è stato per me uno dei motivi principali per non disperare, malgrado tutto”.
(Alla moglie, 10 febbraio 1933)

“Ci vuol pazienza, mia cara Pig. Come ti ho detto spesso, devi considerare la moa condanna come una condanna a tempo indeterminato. Non devi più sperare in altro che in un completo mutamento della situazione politica”.
(Alla moglie, 3 marzo 1933)

“Anche se la giustizia non è nel mondo, è nei nostri cuori. Si deve fare quel che si reputa giusto, non perché la giustizia avrà successo, ma perché l'ingiustizia è per noi ripugnante: consentire a quel che si reputa ingiusto è degradarci ai nostri propri occhi!.
(Alla madre, 1 settembre 1933)

“Noi siamo dei privilegiati perché siamo degli intellettuali: e per non sentire la vergogna di questo privilegio in confronto alle masse occorre che ci meritiamo la nostra posizione, occorre che ognuno di noi affermi in ogni momento la sua qualità d'intellettuale, ricercando disinteressatamente la verità e proclamandola qualunque essa sia”.
(Alla moglie, 27 ottobre 1933)

“I mali maggiori della civiltà moderna credo derivino da questa paurosa rinuncia degli uomini alla loro personalità, che si manifesta nell'obbedienza cieca agli ordini che vengono dalle autorità costituite e nel riferire sempre le proprie azioni ai tribunali esterni, piuttosto che al tribunale della propria coscienza”.
Alla madre, 17 gennaio 1935)

“Tanto nei regimi democratici come in quelli antidemocratici, la realtà politica è sempre una risultante provvisoria, instabile, delle tendenze in contrasto. Ma è stato bene osservato che nei primi si arriva ai diversi equilibri “contando le teste” e nel secondo “rompendo le teste”, sicché il primo metodo sembra un progresso sul secondo”.
(Alla madre, 17 gennaio 1936)

“Come è necessario salvaguardarsi con speciali leggi e istituti contro l'uso dannoso che può esser fatto della scrittura con le lettere ricattatorie e le cambiali false, così è necessario salvaguardarsi dall'uso dannoso che le maggioranze possono fare del metodo democratico, imponendo loro un certo rispetto delle minoranze, in modo che queste riescano ad affermare il loro pensiero per divenire alla loro volta maggioranze”.
(Alla madre, ibidem)

“Guardando agl'interessi generali dell'Europa dal nostro punto di vista, io non riesco a desiderar la guerra, anche se è prevedibile che aprirebbe per noi (prigionieri politici, n.d.r.) nuove possibilità. La disperazione è una cattiva consigliera. Non bisogna darle ascolto... Nonostante tutto, non sono disposto a far mio il giudizio; tanto peggio, tanto meglio”.
(Alla madre, 14 maggio 1939)