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Ernesto Rossi, L'Astrolabio, n. 40, pagg. 33-34, 9 Ottobre 1966
Così ricordo Calamandrei

P.Calamandrei - L'Astrolabio n. 8 del 1967.
P.Calamandrei - L'Astrolabio n. 8 del 1967.
Cari Amici, avrei desiderato venire a Firenze per rendere anch'io onore alla memoria dì Piero. Ma l'uomo propone e Dio dispone. Questa volta il Padreterno ha pensato bene di interessarsi ai miei affari personali, inviandomi un'occlusione intestinale, che mi ha fatto ricoverare in clinica da circa un mese. I medici - “cause seconde” - ora stanno cercando di rimediare all'infìnita saggezza della Divina Provvidenza.
Vi scrivo - stando a letto, in attesa che mi venga un poco di sonno - per essere in qualche modo presente domenica prossima alla vostra riunione.
Conobbi Piero nell'ormai lontano 1921, quando - reduce dalla guerra - feci con lui l'esame di procedura civile all'università di Siena. E ricordo ancora con commozione il viaggio di ritorno a Firenze (dopo la discussione della tesi di laurea) - che Piero volle fare con me, in un vagone di terza classe per stare in mia compagnia - durante il quale avemmo la gioia di riconoscere che tutt'e due facevamo parte della stessa piccola confraternita di “salveminiani”.
Fra i miei amici nessuno più di Piero meritava la qualifica di “umanista”, per la vastità e la molteplicità della cultura (giuridica, letteraria, storica, filosofica, artistica); per l'amore che disinteressatamente dimostrava per tutto quello che si può ancora trovare di bello, di generoso, di giusto in questo porco mondo; per la sua preoccupazione di esporre sempre il suo pensiero nella forma più chiara e letterariamente perfetta; per la sua fiducia nella possibilità di convincere con la ragione gli uomini a “seguir virtude e conoscenza”.
La prima cosa che mi affrettavo a leggere, appena arrivava Il Ponte, erano i suoi articoli e le sue note agli avvenimenti del giorno. Anche quando non condividevo le sue idee, non potevo non ammirare l'impegno, la serietà con la quale affrontava i problemi della nostra vita nazionale; la proprietà, l'armonia e l'eleganza con la quale esprimeva le sue idee; l'umorismo che continuamente ravvivava il suo stile ed il tono scanzonato col quale prendeva per il bavero anche le barbe più venerande.
Piero Calamandrei - L'Astrolabio n. 40 del 1966.
Piero Calamandrei - L'Astrolabio n. 40 del 1966.
Mi capitava spesso di non andare d'accordo con Piero sulle questioni contingenti politiche (specialmente sui rapporti col partito comunista, che era allora un partito di rigida osservanza staliniana); ma mai i nostri rapporti di amicizia furono per questi dissensi minimamente turbati, perché eravamo entrambi sicuri della nostra buona fede, perché sapevamo che nessuno di noi due avrebbe mai sostenuto una tesi per il suo valore strumentale, qual mezzo per raggiungere fini non apertamente dichiarati.
Sull'Italia socialista scrissi un articolo: “Per i bischeri non c'è Paradiso”, in cui criticavo quegli intellettuali che, facendosi abbindolare dalle lusinghe della stampa comunista, troppo facilmente aderivano alle iniziative del PCI. Non facevo il nome di Piero, né certo mi riferivo soltanto a lui, ma era evidente che mi riferivo anche a lui.
Il giorno dopo, mentre ero in ufficio, la centralinista mi avverti che una persona desiderava parlarmi per telefono, ma non voleva dire il suo nome.
- Me lo passi lo stesso. Con chi parlo?
- Con un bischero - mi rispose la voce di Piero con una allegra risata.
Vivissimo Piero aveva il senso dell'umorismo, che per primo rivolgeva verso se stesso, e provava un gusto speciale a raccontare le barzellette e le “maialate”, ma “maialate” che erano tutte quante come purificate dalla bellezza della forma letteraria, come le novelle, anche le più “sconcie”, del Boccaccio e del Sacchetti.
Lionel Robbins nel 1929.
Lionel Robbins nel 1929.
A costo di scandalizzare i benpensanti - che vorrebbero presentarci i nostri grandi uomini defunti solo in atteggiamenti monumentali - per ritrarre Calamandrei vivo, quale l'ho conosciuto, mi soffermerò un momento su un altro episodio, che dimostra con quanta facilità egli sapeva passare dagli argomenti frivoli, divertenti, agli argomenti più gravi e più seri; è questa - direi - una caratteristica fondamentale dello spirito dei fiorentini; dei fiorentini di razza buona.
L'ultima riunione del Comitato Centrale del Partito d'Azione ne decise lo scioglimento. Una tristezza da non dire: era la fine fallimentare di un'esperienza che ci aveva tutti seriamente impegnati per tanti anni, il riconoscimento della vanità di molte illusioni che avevano animato la Resistenza e per le quali molti dei nostri migliori compagni erano stati torturati e assassinati dai nazifascisti. Mentre, dal tavolo della presidenza, un oratore noioso ripeteva le solite tiritere inutili, che tutti già conoscevamo, Piero, seduto accanto a me su una panca in fondo alla fredda, squallida sala, “per ritirarmi un poco su il morale”, mi raccontò sottovoce questa storiella:

Vita carceraria: disegno di Ernesto Rossi, autoritratto. Lettera alla moglie Ada, 17 agosto 1935.
Vita carceraria: disegno di Ernesto Rossi, autoritratto. Lettera alla moglie Ada, 17 agosto 1935.
“Due fidanzati stavano ogni sera a fare all'amore sul divano del “salotto buono”. Quando la madre non poteva fermarsi a sorvegliare, lasciava a “reggere il moccolo” il fratellino di lei, un ragazzino di una diecina di anni. Per sottrarsi alla sua importuna sorveglianza, il fidanzato aveva trovato questo espediente.
Pierino - gli aveva detto - tu stai a guardare dalla finestra la gente che passa per la strada (era una strada di periferia, poco frequentata), e conta forte le donne che passano. Alla fine, se non ti sarai mai voltato indietro ti darò tante lire quante donne hai contate”.
Pierino aveva accettato il patto con entusiasmo e per parecchie sere il gioco era andato avanti liscio come l'olio. Ma una sera, mentre Pierino, come il solito, era in vedetta, dietro i vetri, si mise a sghignazzare fregandosi le mani.
- Cos'hai Pierino? - chiese il fidanzato - Cosa c'è?
- C'è che questa volta la sega la ti costa cara. Sta avvicinandosi una processione di “figlie di Maria”...

Vita carceraria: disegno di Ernesto Rossi raffigurante Rossi, Calace e Roberto. Lettera al nipote Mario Ferrero, 23 agosto 1935.
Vita carceraria: disegno di Ernesto Rossi raffigurante Rossi, Calace e Roberto. Lettera al nipote Mario Ferrero, 23 agosto 1935.
Aveva appena terminato questo racconto quando il presidente dell'assemblea diede a Piero la parola. E Piero disse quello che solamente lui sapeva dire. Spiegò le ragioni - di cui nessuno di noi doveva certo vergognarsi - per le quali il PdA, così carico di motivi ideali, aveva fatto fallimento; trasse realisticamente le conseguenze dalle circostanze politiche esistenti nel nostro paese, tanto diverse da quelle nelle quali avevamo tutti quanti sperato; indicò la direzione in cui ognuno di noi, su strade diverse, si sarebbe potuto muovere per continuare l'azione che avevamo svolto fin'allora insieme, per rimanere in pace con la nostra coscienza. Fu uno dei discorsi più elevati, più appassionati di Piero; un discorso che credo nessuno di coloro che ebbero la fortuna di ascoltarlo abbia più dimenticato. E, confrontandolo con la storiella “sconcia” che Piero mi aveva poco prima narrato, mi viene oggi alla mente la famosa lettera di Machiavelli a Francesco Vettori:

“Venuta la sera, mi ritorno in casa, ed entro nel mio scrittoio; ed in sull'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, panni reali e curiali; e rivestito conde-piena di fango e di loto, e mi metto centemente entro nelle antique corti degli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quc cibo, che solum è mio, e ch'io nacqui per lui”.

Progetti per il futuro: disegno di Ernesto Rossi raffigurante se stesso e Ada. Lettera alla moglie Ada, 29 agosto 1935.
Progetti per il futuro: disegno di Ernesto Rossi raffigurante se stesso e Ada. Lettera alla moglie Ada, 29 agosto 1935.
Il cibo per il quale Piero era nato era l'eloquenza: la grande eloquenza. Quando parlava in pubblico sempre io ne rimanevo incantato. Nessuno dei tanti oratori che ho conosciuto sapeva fare più efficacemente appello al sentimento e alla ragione; nessuno sapeva passare con maggior sicurezza dalla battuta scherzosa al colpo d'ala che innalza alle più alte cime del pensiero.
Oggi che quasi tutti i dirigenti socialisti e comunisti, hanno vergognosamente abbandonato la tradizione laica del nostro Risorgimento e della sinistra democratica, e si sono messi in gara fra loro per dimostrare di essere i più zelanti sacrestani del papa - vorrei che, per meglio ricordare chi era Pieri, i giovani leggessero o rileggessero (se già la conoscono) le pagine che Piero - il quale amava definirsi uomo “non politico” per distinguersi dalla massa dei “politicanti” - ha dedicato sul Ponte alla nostra “repubblica papalina”, e specialmente vorrei meditassero il discorso ch'egli pronunciò all'Assemblea Costituente il 4 marzo 1947, in cui contrappose alle solenni affermazioni liberali progressive della nostra Carta costituzionale, le affermazioni codine e clericali che - disse - guardando contro luce si sarebbero lette tra le righe per l'approvazione di quello che divenne poi l'art. 7. Piero raccontò allora che, tornato una volta in licenza, durante la prima guerra mondiale, durante i mesi in cui “non c'erano grandi vittorie; c'era soltanto la consunzione del logoramento che durò quattro anni”, una sera, mentre stava andando a letto, sentì passare uno strillone che, nel silenzio della strada deserta, gridava a voce altissima: “Terza edizione! La grande vittoria degli italiani!”, ma poi aggiungeva, in tono più basso, “nn'è vero niente!”.

“Bisogna evitare - disse Piero - “che domani agli italiani, nel leggere questa nostra Costituzione, dicano anche loro: “nn'è vero niente!”.

Vita carceraria: disegno di Ernesto Rossi raffigurante Rossi, Roberto e Calace. Lettera alla moglie Ada, 13 settembre 1935.
Vita carceraria: disegno di Ernesto Rossi raffigurante Rossi, Roberto e Calace. Lettera alla moglie Ada, 13 settembre 1935.
Per merito dei nostri abilissimi tattici realistici della sinistra, purtroppo, questo non è stato evitato: dobbiamo oggi riconoscere che le preoccupazioni pessimistiche di Piero erano più che fondate.
Il nostro profondo cordoglio per la prematura scomparsa di Piero non è motivato soltanto dall'affetto che noi suoi amici, avevamo per lui, ma anche dalla consapevolezza che uomini come Piero ne nasce pochini, pochini, in tutto il mondo, ad ogni generazione, e soltanto loro ci aiutano veramente a vivere.