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Ernesto Rossi, I poveri non contano in Settimo non rubare, (pp. 104-119), Laterza, Bari 1954

Pietro Nenni - L'Astrolabio n. 3 del 1966.
Pietro Nenni - L'Astrolabio n. 3 del 1966.
Gli articoli di Nenni io li leggo sempre volentieri perché Nenni vale molto, ma molto di più come giornalista che come politico. Se la mia scatola cranica fosse completamente vuota, le idee che egli espone in modo cosi chiaro e ordinato sull'Avanti! vi troverebbero il loro posto, come tanti bicchieri ben puliti dentro una credenza: ma quel po' di materia cerebrale che madre natura mi ci ha messo dentro impedisce una tale comoda sistemazione.
In una lettera aperta, pubblicata il 3 giugno, in cui spiega all'editore del New York Times l'aumento del numero dei voti ottenuto nelle elezioni amministrative dal “blocco del popolo”, il leader del PSI gli domanda cosa farebbe se si trovasse nelle condizioni di estrema miseria in cui si trova oggi la grande maggioranza degli italiani, se fosse un pensionato che non raggiunge una media di 4.000 lire al mese; se fosse uno dei molti impiegati statali che non arrivano alle 30.000 lire al mese; se facesse parte dei 2 milioni e 200 mila disoccupati che percepiscono poco più di 200 lire di sussidio al giorno per un periodo massimo di sei mesi; se fosse compreso nel milione e più di braccianti che lavorano 150 giorni in un anno, per un salario che oscilla, dalla Calabria alla valle padana, fra le 300 e le 1000 lire al giorno.
Pietro Nenni - L'Astrolabio n. 20 del 1966.
Pietro Nenni - L'Astrolabio n. 20 del 1966.
Nenni chiede anche all'editore americano cosa farebbe se si trovasse nelle condizioni di tanti nostri intellettuali, se fosse un medico senza clienti, un ingegnere senza occupazione, un professore senza cattedra, un maestro senza scuola, un dottore in lettere e in altre molte cose, costretto a mendicare un impiego nelle questure.
È un quadro, questo, che non soltanto gli osservatori stranieri, ma anche tutti noi che discutiamo sui problemi economici del nostro paese dovremmo tener sempre presente. È un quadro che non si può certo dire Nenni dipinga a tinte troppo scure.
L'urbanistica e la polizia hanno ormai risolto quasi completamente il problema di mantenere i poveri fuori della vista delle “persone per bene”. I poveri vivono e crcpano per loro conto, senza disturbare. Sarebbe cosa indecente se, con i loro laidi vestiti, urtassero le signore che, preoccupate, entrano nella maison de beauté, per togliersi il grasso e spianarsi le rughe, o tutte allegre escono dalla grande casa di moda, dove si sono tanto, tanto divertite a vedere la sfilata delle mannequins con i nuovi modelli; costituirebbero una stonatura insopportabile se potessero anche loro fermarsi nelle strade più eleganti della città a guardare le orchidee, le pellicce, i profumi, i gioielli, i graziosi bibelots, esposti nelle splendenti vetrine; potrebbero turbare il buon andamento della gara se affacciassero il loro volto sparuto dietro il terso cristallo del club, in cui i migliori “esperti” della nostra haute stanno severamente degustando i cocktails per assegnare il premio nazionale. La paura del poliziotto ormai tiene lontani i poveri anche dall'ingresso delle chiese, dove i fedeli che “godono di una certa posizione sociale” fanno la domenica verso le 12 una capatina mondana sulle loro luccicanti macchine di marca straniera.
Ma gettare il sudicio dietro un divano non significa pulire la stanza. Basta leggere la cronaca dei suicidi per sentire tutto il peso della responsabilità che grava su noi, che abbiamo il privilegio di poter soddisfare quando e come vogliamo il nostro appetito prima che si trasformi in fame, per gli atti disperati ai quali sono condotti dalla miseria tanti nostri simili: nella cronaca della capitale di un solo giorno abbiamo letto di una madre che si è buttata nel Tevere col bambino perché non sapeva come dargli da mangiare; di un tubercolotico che si è sfracellato nella tromba delle scale perché non aveva soldi per le cure; di un vecchio che ha trovata ancora la forza di impiccarsi perché nessuno gli veniva in aiuto. Nenni scrive:

Per noi la gran lotta sociale ha per pernio portare il salario medio familiare alle 50-55 mila lire mensili, considerate da una commissione governativa padronale e operaia come un fabbisogno minimo. E ci siamo lontani, molto lontani.

Pietro Nennie e Aldo Moro - L'Astrolabio n. 37 del 1966.
Pietro Nennie e Aldo Moro - L'Astrolabio n. 37 del 1966.
Se questo fosse vero, se l'obbiettivo dei comunisti e dei loro “compagni di viaggio”, invece di essere quello di secondare in tutti i modi la politica estera dell' URSS, fosse veramente l'abolizione della miseria, io e molti che la pensano come me avremmo finalmente trovato il partito in cui iscriverci, o almeno la lista per cui votare durante le elezioni.
Ma non mi sono mai accorto che il PC e il PSI si proponessero tale mèta. Li ho sempre visti, invece, procedere nella direzione opposta: nella dirczione che necessariamente conduce a un peggioramento delle condizioni delle classi più povere.
Quando è stata discussa in Parlamento la nuova tariffa doganale mai si è levata la voce di un comunista o di un socialfusionista per impedire che i dazi riducessero il mercato interno a una riserva di sfruttamento degli industriali protetti. Anzi i comunisti e i socialfusionisti sono sempre stati e sono ancora i più convinti sostenitori di tutti i divieti di importazione, dei contingenti, dei controlli sui cambi, “per difendere il lavoro nazionale” contro la concorrenza straniera.
Comunisti e socialfusionisti non hanno mai detto una parola per impedire che la Fiat, la Edison, la Montecatini, la Falck, la Eridania, la Pirelli, la Piaggio, la Snia Viscosa e gli altri grandi complessi monopolistici continuassero a pompare nelle casse dello Stato e nelle tasche dei consumatori, attraverso le forniture a prezzi maggiorati alle pubbliche amministrazioni, le assegnazioni di favore di materie prime, le concessioni prioritarie delle valute e delle licenze di importazione, le gestioni a mezzadria con le aziende statali e parastatali, lo sfruttamento gratuito delle risorse di proprietà collettiva, i sussidi e il credito di favore, i premi di produzione e di esportazione, i cartelli e i consorzi obbligatori, le tariffe e i prezzi dei prodotti imposti da commissioni interministeriali con la collaborazione dei rappresentanti delle categorie.
I “grandi capitani” di questi giganteschi complessi monopolistici sanno di poter sempre contare sul PC e sul PSI per vincere la resistenza di quei pochi ministri che vorrebbero difendere l'interesse collettivo. Il contrasto, se mai, scoppia al momento della spartizione del bottino, ma tutte e due le parti - capitalisti e maestranze - sono egualmente interessate a che il bottino da dividere sia il più abbondante possibile.
Pietro Nenni - L'Astrolabio n. 43 del 1966.
Pietro Nenni - L'Astrolabio n. 43 del 1966.
Comunisti e socialfusionisti hanno assunta la “difesa delle fabbriche”, cioè hanno sempre cercato di impedire, con minacce, violenze, scioperi, occupazioni degli stabilimenti, la riduzione delle maestranze occupate nelle fabbriche di guerra in cui sono concentrati i loro più fedeli seguaci. Anche le aziende “decotte”, come la Caproni, la Breda, le Reggiane, la Ducati, hanno ottenuto tutto il loro appoggio per continuare a inghiottire i miliardi del FIM e delle banche statali, e per far finanziare, con la garanzia del Tesoro, esportazioni a prezzi di gran lunga inferiori ai costi o esportazioni che non sarebbero mai state pagate.
Nessuno riuscirà mai a convincermi che si può combattere la miseria favorendo le grandi industrie parassitarie, che occupano gli operai iscritti nella CGIL a spese delle altre industrie, e, specialmente, a scapito dei “cafoni” della campagna e dell'unterproletariat della città, che non hanno modo di rivalersi.
I dirigenti del PC e del PSI si fan vanto di aver preparato un piano nazionale per la piena utilizzazione degli impianti e per dar lavoro a tutti i disoccupati. Far piani costa poco : anche Enrico IV aveva il suo, per consentire a tutti i sudditi di mettere un pollo in pentola ogni giorno; in pratica, poi, i polli continuarono a papparseli Enrico IV ed i suoi cortigiani.
Comunisti e socialfusionisti niente fanno per attuare quella riforma della burocrazia che sarebbe la condizione preliminare indispensabile per il successo del loro piano e, in generale, per l'attuazione di qualsiasi programma di massicci interventi dello Stato nella vita economica. Anzi, pur di guadagnare simpatie nelle file della burocrazia, sono completamente d'accordo con i burocrati contro tutti i propositi che i ministri ogni tanto fanno di rinnovare l'organizzazione dei servizi pubblici, i controlli ed i metodi di lavoro, e contro ogni loro velleità di spezzare le collusioni esistenti fra funzionari, politicanti e affaristi.
Pietro Nenni - Foto colorizzata dall'Astrolabio n. 43 del 1966.
Pietro Nenni - Foto colorizzata dall'Astrolabio n. 43 del 1966.
Nella letteratura di sinistra il burocrate, una volta, era rappresentato come il tipico “piccolo borghese”. Ma oggi, per far numero, “tutto fa brodo”, ed il rond de cuire meriterebbe di essere disegnato nell'emblema del PC e del PSI, insieme alla falce e al martello, come la ruota dentata insieme alla stella nell'emblema della Repubblica. Sulla stampa, nei sindacati, in Parlamento, gli esponenti di questi due partiti non perdono mai l'occasione per spingere ad accrescere la spesa per la burocrazia e per aumentare il caos nell'amministrazione, facendo proprie tutte le “rivendicazioni” degli impiegati: aumento di stipendi, estensione dei “diritti casuali” a nuove categorie, immissione senza concorsi degli avventizi nei ruoli definitivi, mantenimento dell'orario unico.
Finché questo continua ad essere l'atteggiamento del PC e del PSI nei confronti della pubblica amministrazione, come potrebbero le persone di buon senso prendere sul serio il grandioso piano della CGIL, di cui la burocrazia statale dovrebbe necessariamente essere lo strumento di esecuzione?
D'altra parte comunisti e socialfusionisti, per non mettersi contro i lavoratori che vogliono il privilegio esclusivo di soddisfare la domanda di mano d'opera nelle zone in cui si trova la loro abitazione e nelle aziende in cui sono occupati, non solo non hanno mai chiesto l'abrogazione delle odiose leggi fasciste che vietano il movimento dei lavoratori da provincia a provincia, ma sono in favore di tutti i vincoli, le licenze, i controlli che diminuiscono la fluidità del mercato del lavoro e, in conseguenza, rendono sempre più penosa la condizione dei disoccupati, dei lavoratori occasionali e dei giovani che devon cominciare a guadagnarsi da vivere. La loro politica sindacale è tutta quanta diretta a irrigidire le strutture economiche esistenti, riconoscendo in ogni campo agli “abituali operatori” il diritto di continuare a svolgere, nel presente e in tutto l'avvenire, le attività professionali che hanno svolto in passato, al riparo dalla concorrenza degli uomini nuovi e delle nuove iniziative, qualunque variazione si verifichi nella tecnica, nei gusti e nei redditi dei consumatori. Quando la domanda di certi beni aumenta, dovrebbero trame vantaggio il più possibile soltanto gli operai che li hanno sempre prodotti, impedendo l'aumento delle maestranze; quando la domanda diminuisce dovrebbe intervenire il governo a sostenerla con le commesse di Stato, per impedire i licenziamenti e le riduzioni dei salari.
Pasquale Iannaccone
Pasquale Iannaccone
Non occorre aver studiato la scienza economica per intendere che non si accresce l'occupazione, né si diminuisce la miseria aggravando il peso del parassitismo burocratico e spingendo a quella divisione della società in caste che ancora caratterizza le più miserabili società orientali.
Per timore di diventare impopolari i comunisti e i socialfusionisti mai si oppongono, anzi sempre incoraggiano lo sperpero del pubblico denaro in divertimenti e in spettacoli. Né Togliatti, né Nenni, né alcuno dei loro compagni si è mai sognato di far pubblicamente rilevare che i 3 miliardi e mezzo che ogni anno lo Stato dà ai produttori di film, i 3 miliardi e 200 miiloni agli enti teatrali, e i 3 miliardi e 400 milioni agli enti sportivi, sono sottratti alla costruzione di case per i senza tetto, alle mense popolari, agli ospedali, e a tutte le altre opere di assistenza che dovrebbero alleviare la sofferenza dei poveri. Il Mondo della scorsa settimana ha già ricordati i calorosi interventi dei deputati del PC e del PSI per fare approvare dalla Costituente i premi ai produttori dei film nazionali; ed a quel ricordo ora noi aggiungiamo il nostro della Piazza del Popolo, a Roma, gremita di folla, che applaudiva, insieme agli oratori di quei due partiti, le stelle più splendenti e meglio pagate del regno della celluloide, uniti nella protesta contro il governo per la insufficienza degli aiuti all'industria del cinema.
Quasi la stessa cosa potremmo dire per gli sperperi nella costruzione di linee ferroviarie antieconomiche e in lavori pubblici inutili. Le medesime ragioni elettorali che inducono il governo a queste spese spingono l'opposizione comunista e socialfusionista a criticare il governo non perché getta dalla finestra i denari dei contribuenti, ma perché ne getta troppo pochi, e a promettere di aumentare la pioggia benefica per il giorno in cui arrivasse al potere.
Nessuno di questi diversi modi di distruggere la ricchezza può essere ragionevolmente considerato una strada per l'abolizione della miseria.
Sempre per mettere in difficoltà il governo con le loro demagogiche richieste, comunisti e socialfusionisti, in completo accordo con gli speculatori (che vorrebbero annullare i loro debiti con la svalutazione della lira conservando la proprietà dei beni reali nei quali hanno investite le somme prese a prestito), hanno reclamato e reclamano una molto più ardita politica di investimenti statali, che, nella situazione attuale del bilancio, nessun governo potrebbe fare senza stampare biglietti.
Dopo le esperienze degli ultimi trent'anni può esserci ancora chi si illude che l'inflazione monetaria migliorerebbe le condizioni dei pensionati, dei disoccupati, dei braccianti, dei piccoli impiegati con redditi fissi, degli intellettuali che prestano servizi, la cui richiesta immediatamente si contrae quando aumenta il costo della vita?
Gioele Solari
Gioele Solari
La verità è che né PC, né PSI si preoccupano minimamente di combattere la miseria. La peggiore disgrazia per loro sarebbe che una politica di ridistribuzione dei redditi e di sicurezza sociale, corrispondente a quella attuata dal governo laborista in Inghilterra, “imborghesisse” anche il proletariato italiano, distraendolo dall'attesa messianica della palingenesi comunista. Per spianare la strada alla bolscevizzazione del nostro paese, e per preparare la massa d'urto da impiegare durante la crisi rivoluzionaria, comunisti e socialfusionisti danno tutto il loro appoggio a chiunque lo chieda - operaio, bancario, burocrate, magistrato, sia poco o sia troppo remunerato in confronto al lavoro che compie, sia che svolga una attività produttiva o parassitaria - purché abbia una sufficiente influenza nella vita politica; assumono la guida di tutti i malcontenti, giustificati o ingiustificati, che possono organizzare contro il governo; vogliono a tutti i costi conservare, nel campo industriale, alcune roccaforti di importanza strategica, nelle quali gli “attivisti” sanno di poter continuare a godere i privilegi, ai quali si sono abituati, soltanto finché il PC e il PSI conservano la loro forza.
I poveri, i veramente poveri, non leggono i giornali, non hanno alcuna influenza, non sono organizzabili; quindi non contano.
Il Mondo, 16 giugno 1951.