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Ernesto Rossi, Padroni del vapore e fascismo, pp. 7-15, Laterza 1966
Introduzione
Meminisse juvabit - Virgilio, Eneide (Lib. I).

Ursula Hirschmann
Ursula Hirschmann
La quinta edizione di I padroni del vapore è da tempo esaurita; ho accolto, perciò, con molto piacere, la proposta dell'editore Laterza di preparare una nuova edizione, riveduta ed ampliata, per la sua Universale.
Quando mi son messo al lavoro avevo in mente di fare soltanto poche modifiche, di carattere marginale, per tener conto dei documenti pubblicati negli ultimi anni; ma una attenta revisione mi ha poi indotto a sviluppare alcuni argomenti, che nelle precedenti edizioni avevo appena sfiorato, ed a tagliare diversi paragrafi, che contenevano riferimenti ad altri autori o esposizioni di dati statistici che appesantivano troppo la lettura: la struttura del libro, però, in complesso, è rimasta sostanzialmente immutata, perché non sono cambiati gli obiettivi che mi ero proposti, quando, dodici anni fa, ne iniziai la stesura.
Eugenio Colorni, scheda del Casellario Politico Centrale.
Eugenio Colorni, scheda del Casellario Politico Centrale.
Io non mi proposi di scrivere una storia economica dell'Italia durante il ventennio fascista: altrimenti avrei esposto i fatti nel loro ordine cronologico, per far meglio risultare i rapporti di interdipendenza, invece di raggrupparli per argomenti in distinti capitoli, e mi sarei soffermato su molti aspetti della politica economica del “regime”, secondo me, non meno negativi di quelli che ho preso in esame (i premi e le esenzioni tributarie per stimolare a far figli, la trasformazione dei Consorzi agrari in organi burocratici diretti dalla Federconsorzi, la istituzione delle licenze di commercio per la rivendita al dettaglio, la conversione obbligatoria del debito fluttuante in consolidato ecc.,) ed anche su molti aspetti che considero anch'io di valore positivo (la unificazione degli istituti d'emissione, la nazionalizzazione della Banca d'Italia e la legge bancaria del 1936, l'abolizione delle cinte daziarie comunali, la bonifica dell'Agro Pontino e la esecuzione di altre Opere pubbliche, ecc.).
Altiero Spinelli, scheda del Casellario Politico Centrale.
Altiero Spinelli, scheda del Casellario Politico Centrale.
Finché il pastore si accontenta di tosare le pecore e non le porta al macello, provvede pure a ripararle dalle intemperie, le difende dai lupi e dalle malattie, le conduce a pascolare dove l'erba è migliore; per analoghe ragioni anche i governi tirannici più inefficienti, se reggono per un periodo abbastanza lungo, possono sempre mostrare all'attivo qualche cosa che hanno saputo fare a vantaggio dell'intera collettività sulla quale hanno esercitato il loro dominio.
Ho scritto I padroni del vapore, prima di tutto, con l'intenzione di mettere in rilievo la responsabilità dei Grandi Baroni dell'industria e della finanza per l'avvento e il consolidamento del fascismo al potere.
Nel pubblico contraddittorio che ebbe con me, nel 1955, sul contenuto di questo libro, il dr. Angelo Costa credè di poter difendere la sua categoria dalle accuse che le avevo mosse asserendo che “gli industriali italiani erano uomini come tutti gli altri, con i loro pregi e le loro manchevolezze”; se, dopo la prima guerra mondiale, essi avevano presentate delle deficienze, era solo perché esistevano allora delle condizioni ambientali che rendevano particolarmente difficile svolgere il loro compito. D'altra parte nessuna categoria si era comportata, nei confronti del fascismo, meglio di quella degli industriali.
Ricordo - disse il dr. Costa - quando nel 1935 Mussolini annunciò la costruzione delle grandi “dreadnoughts” (annuncio che fece rabbrividire chi aveva il senso della responsabilità economica del paese) le manifestazioni entusiastiche degli operai in quella Sestri Ponente che oggi è la seconda o la prima Stalingrado d'Italia.
Foto di gruppo a Monte Oriolo, 1943. Da sinistra: Aida Ferrero, Lorenzo Ferrero, Eugenio Colorni, Ada Rossi, Mario Alberto Rollier, Bruno Pucci, Clara Pucci, Guglielmo Ferrero, Carlo Pucci, Enrico Giussani, Ernesto Rossi, Elide Rossi.
Foto di gruppo a Monte Oriolo, 1943. Da sinistra: Aida Ferrero, Lorenzo Ferrero, Eugenio Colorni, Ada Rossi, Mario Alberto Rollier, Bruno Pucci, Clara Pucci, Guglielmo Ferrero, Carlo Pucci, Enrico Giussani, Ernesto Rossi, Elide Rossi.
A ragionare come io avevo ragionato nel mio libro si poteva anche concludere che il fascismo era stato fatto dagli operai.
Ogni categoria sociale - replicai - ha tanto maggiore responsabilità per tutto quello che avviene nella vita pubblica del proprio paese quanto maggiore è il suo potere.
La volontà dei grandi industriali era stata un fattore determinante dell'ordinamento politico e giuridico, e, in generale, delle condizioni ambientali dalle quali avevano tratto tanti vantaggi, perché i grandi industriali potevano disporre di molti quattrini.
Sul palcoscenico della vita pubblica, illuminati in pieno da tutti i riflettori, sgambettano e declamano gli uomini politici; ma i grandi industriali tirano i fili da dietro le quinte.
Molte delle responsabilità che solitamente vengono attribuite alla classe politica vanno, perciò, fatte risalire all'oligarchia industriale, “così come la responsabilità delle ingiurie e delle bestemmie gridate da un pappagallo ricade sul proprietario che lo ha ammaestrato”.
Io mi posi questo primo obiettivo di denuncia, non per una esigenza moralistica, ma per un fine eminentemente politico: per far meglio intendere la necessità di frenare la concentrazione in poche mani del potere economico e di contenere entro più saldi argini giuridici quelle forze plutocratiche che - finanziando giornali e partiti, corrompendo uomini politici e alti burocrati ministeriali, facendo leva sui sentimenti nazionalistici diffusi in larghi strati della nostra popolazione - continuamente minacciano di rovesciare, in difesa dei loro particolari interessi, le garanzie costituzionali dei diritti di libertà di tutti i cittadini.
Ernesto Rossi a Ginevra, 1944.
Ernesto Rossi a Ginevra, 1944.
Secondo mio obiettivo è stato quello di offrire alcuni elementi per fare un bilancio della eredità che abbiamo dovuto accettare, senza beneficio d'inventario, dal “ regime”: - la impreparazione alla gestione della cosa pubblica di tutti i leaders dei partiti antifascisti, che si sono dovuti assumere le responsabilità di governo anche senza aver avuto la possibilità di fare alcuna esperienza politica durante il ventennio fascista; - un aumento eccezionale della influenza, sulla vita politica ed economica, dei Grandi Baroni, che hanno conservato intatti i patrimoni accumulati come “profitti del regime” ed hanno continuato a tenere i loro uomini di fiducia nei gangli più vitali della pubblica amministrazione; - lo strapotere politico ed economico delle gerarchie ecclesiastiche, in conseguenza dei Patti Lateranensi e del fatto che - per ottenere l'appoggio della Santa Sede - il “regime”, mentre distrusse tutte le organizzazioni non fasciste, salvò l'Azione Cattolica e fu generosissimo di quattrini e di privilegi verso le gerarchie ecclesiastiche; - lo sfasciamento completo della pubblica amministrazione per la presenza, nei più alti gradi della burocrazia ministeriale, di funzionari incapaci e corrotti che hanno fatto carriera soltanto come fascisti “di sicura fede”; per l'immissione nei ruoli della burocrazia di grandi masse di avventizi, assunti per raccomandazioni senza essere selezionati da alcun concorso; per la sopravvivenza al crollo del regime di alcuni dei maggiori “bubboni” della politica autarchica e corporativa; per l'ampliamento delle zone di arbitrio, in cui i pubblici funzionari ministeriali hanno la possibilità di vendere licenze, permessi, autorizzazioni; per la diffusione del “cumulo delle cariche” e dei “controllori controllati”; per la proliferazione dei “diritti casuali”, delle “gestioni fuori bilancio” e delle società a partecipazioni miste; per l'affidamento di funzioni pubbliche a organizzazioni private di categorie e per la partecipazione dei rappresentanti di tali organizzazioni nei comitati tecnici ministeriali.
Copertina di L. Einaudi, Miti e paradossi della giustizia tributaria, 1940.
Copertina di L. Einaudi, Miti e paradossi della giustizia tributaria, 1940.
Queste ed altre analoghe partite passive dello stesso bilancio hanno pesato e pesano contro la ripresa della vita democratica del nostro paese molto più di tutti gli sperperi e le ruberie compiute da gerarchi fascisti, ed anche più delle distruzioni materiali causate dalla guerra. Gli uomini politici di tendenze progressiste, che non ne tengono conto nei loro programmi, bluffano o vivono sulla luna.

Infine, quale terzo obiettivo, mi sono proposto di dare un campionario, che potesse servire come propedeutica alla conoscenza dei sistemi con i quali - senza mai violare apertamente le leggi, anzi adoperando le leggi a guisa di grimaldelli - i Grandi Baroni riescono ad alleggerire con destrezza il portafoglio dei contribuenti e dei consumatori loro connazionali; non avendo più da temere le critiche e le denunce sulla stampa e in Parlamento, durante il ventennio fascista, essi si diedero molto minor cura di mascherare le loro operazioni predatorie, sicché l'esame ne risulta facilitato e molto più fruttuoso d'insegnamenti, di un analogo esame che sarebbe possibile fare nei paesi capitalistici a regime democratico.
In generale, i nostri economisti - quasi tutti asserviti alla Confindustria - preferiscono parlare delle variazioni ipotetiche della curva della domanda, dei movimenti dell'oro nel mondo, dei tassi di sviluppo del reddito nazionale e di altri temi non compromettenti dello stesso genere, piuttosto che affrontare gli argomenti scottanti, il cui esame potrebbe meglio servire alla educazione civica degli italiani.
Ernesto Rossi con Altiero Spinelli e Luigi Einaudi all’Osteria del matematico a Velletri, aprile 1948.
Ernesto Rossi con Altiero Spinelli e Luigi Einaudi all’Osteria del matematico a Velletri, aprile 1948.
È questo un altro motivo che mi ha indotto a scrivere I padroni del vapore, così com'è.
Dopo queste avvertenze, sarei veramente un ingrato se non riconoscessi subito il mio debito di riconoscenza verso Felice Guarneri, già dirigente della Confindustria e poi sottosegretario e ministro agli Scambi e Valute, per i due volumi da lui pubblicati nel 1953 sulla politica economica fascista.
Da parecchie parti si muovono ai Grandi Baroni della nostra industria e della nostra finanza pesanti accuse: nessun senso di solidarietà nei confronti dei loro connazionali, per cui sfruttano sempre più che possono il mercato interno con pratiche monopolistiche, riversano sui contribuenti le perdite dei loro affari sballati, e sottraggono, con mille sotterfugi, la parte maggiore dei loro redditi agli accertamenti fiscali; mentalità affaristica, che spesso li conduce a tenere le industrie come predellino di lancio per le loro acrobatiche speculazioni sui castelli di carta delle società a catena, invece di gestirle per produrre, ai minori costi possibili, i beni richiesti dai consumatori; assenza completa di scrupoli, quando concludono i loro affari migliori in Parlamento, nei gabinetti dei ministri o negli uffici dei direttori generali dei ministeri; atteggiamenti da “padrone sono me” nei rapporti con i dipendenti; visione angusta, provinciale, dei fenomeni economici internazionali; nepotismo nella scelta dei collaboratori e dei successori alle direzioni delle aziende; insufficiente preparazione tecnica e scarse capacità organizzative.
Lettera di Ernesto Rossi alla moglie Ada con ritratoi di Altiero Spinelli, 28 settembre 1940.
Lettera di Ernesto Rossi alla moglie Ada con ritratoi di Altiero Spinelli, 28 settembre 1940.
Anche chi è d'accordo, come io sono d'accordo, sulla sostanziale validità di queste accuse, deve, però, riconoscere che i nostri Grandi Baroni hanno una grande virtù, oggi, purtroppo, poco di moda: la modestia; non sono esibizionisti; niente riflettori, niente conferenze-stampa, niente memorie e rivelazioni. Si preoccupano, direi, di non insinuare neppure il più piccolo dubbio nella coscienza di quei “benpensanti” che continuano a ritenere che il “potere occulto” del denaro, sia, nel nostro paese, una storia di fantasmi; che le leggi sono preparate e approvate dai deputati e dai senatori senza tener conto delle pressioni dei gruppi interessati; che la pubblica amministrazione è diretta da ministri liberamente scelti dal Parlamento; che la grande stampa difende, solo per motivi patriottici, l'industria nazionale e la libera impresa; che le società anonime sono gestite da persone di fiducia degli azionisti e seriamente controllate dai collegi sindacali.
L'uomo della strada, che conosce luoghi e date di nascita, carriera, gusti, abitudini, avventure coniugali ed extraconiugali di tutte le stelle del cinema, dei campioni di calcio e dei canzonettisti più in voga, non sa neppure che faccia abbiano, anzi neppure conosce i nomi delle poche decine di persone dalle cui decisioni molto spesso dipende, in Italia, l'occupazione o il licenziamento di decine di migliaia di lavoratori, i prezzi dei generi di più largo consumo, lo sviluppo o il ristagno dell'economia di intere regioni, la formazione dell'opinione pubblica attraverso i giornali, la Rai e la TV, i nostri rapporti con l'estero ed anche la nomina dei ministri; niente sa, insomma, su quelli che sono i veri “ padroni del vapore”.
Lettera di Ernesto Rossi alla moglie Ada con ritratto di Altiero Spinelli, 28 settembre 1940.
Lettera di Ernesto Rossi alla moglie Ada con ritratto di Altiero Spinelli, 28 settembre 1940.
Il delicato pudore, la estrema riservatezza di questi signori risulta evidente anche dalla scarsità della loro letteratura autobiografica: a differenza dei loro colleghi di altri paesi, retti pure con regimi plutocratici, non hanno alcuna ambizione di lasciare ai posteri un ricordo delle loro gesta terrene. Nei rari casi in cui si sono decisi a prendere la penna in mano, per stendere le loro memorie, hanno diffusamente narrato i viaggi fatti intorno al mondo in compagnia delle loro gentili signore; hanno parlato a lungo delle onorificenze di cui sono stati insigniti, dei Personaggi Molto Importanti che sono stati loro intimi amici, della loro passione per lo sport o le belle arti, delle opere di assistenza sociale da essi create in favore degli operai; ma nei loro scritti non si trova mai il più lontano ccenno agli argomenti che maggiormente ci interessano: quanto era stimata la loro fortuna e di quali beni era effettivamente costituita; come hanno fatto a mettere insieme tanti miliardi in un paese in cui, anche dopo il “miracolo economico” degli ultimi anni, almeno un quinto della popolazione vive sommerso al disotto della linea della miseria; in quali forme si manifestava la loro influenza sul Parlamento, sul governo, sui ministeri, sulle direzioni dei partiti e dei sindacati operai, sui consigli di amministrazione delle grandi società; quali intese monopolistiche hanno concluse fra loro e con i gruppi capitalistici stranieri, e quali convenzioni per le forniture con le aziende dello Stato; quale atteggiamento hanno tenuto nei momenti più critici della vita pubblica nazionale; quanto hanno pagato e a chi hanno pagato per ottenere la creazione dei consorzi, la “difesa del prodotto nazionale”, i crediti di favore, i sussidi alla produzione, i prestiti garantiti dal Tesoro, la esenzione dalle imposte, i divieti di nuovi impianti industriali, le assegnazioni di materie prime sottocosto, i salvataggi delle imprese dissestate, le commesse a prezzi maggiorati, e tutti gli altri interventi statali, attraverso i quali hanno potuto levar taglie e balzelli nei punti di passaggio obbligato, o sono stati esentati dagli obblighi che erano imposti a tutti gli altri cittadini.
Bernardino (Dino) Roberto, scheda del Casellario Politico Centrale.
Bernardino (Dino) Roberto, scheda del Casellario Politico Centrale.
Dobbiamo, perciò, essere particolarmente grati a Felice Guarneri per aver pubblicato la sue Battaglie economiche: se non fossero usciti quei due volumi di ricordi mi sarebbe mancata la principale fonte di informazione per scrivere questo libro.
Guarneri non poteva essere considerato un Grande Barone: in confronto ai Perrone, Volpi, Agnelli, Donegani, Gualino, Pirelli, Falck, Conti, Marinotti, Pesenti e compagni, era un piccolo valvassore; ma aveva seguito lo svolgersi della vita economica italiana dagli osservatorii meglio situati, partecipando personalmente alle più importanti trattative col partito e coi sindacati fascisti, alla costituzione dei cartelli, alla realizzazione della politica autarchica, alla conclusione dei trattati commerciali, al controllo sui cambi ed alla preparazione di molti altri importanti provvedimenti economici del regime.
Battaglie economiche non è un libro che eccella sugli altri libri di memorie di ex gerarchi, comparsi dopo la fine dell'ultima guerra mondiale. Anzi, tutt'altro. Ma la mediocre intelligenza e la meno che mediocre preparazione del Guarneri nella scienza economica gli hanno consentito molte imprudenti ammissioni, che altrimenti non avrebbe fatto, sull'operato dei suoi ammirati padroni. Così, ad esempio, a p. 31 del primo volume, si legge:

Che la borghesia terriera e industriale della Valle padana sia stata larga di aiuti al fascismo è risaputo, come è risaputo che atteggiamenti consimili non erano nuovi e non dovevano finire col fascismo.

È vero, si sapeva; ma una così autorevole conferma fa egualmente piacere.
E, parlando dei servizi economici della Confindustria, da lui diretti per quindici anni, Guarneri ha anche ricordato (I, 9):

Divenimmo centro di informazione e di cultura economica, cui attingevano molti, ma specialmente i parlamentari di ogni settore, le cui relazioni a disegni di legge o a bilanci ministeriali, sottoposti all'esame delle due Camere, ci avevano collaboratori, e spesso autori provetti e discreti, tanto che solevo scherzando chiamare i miei uffici il “relazionificio”: una vera e propria fabbrica a getto continuo di relazioni per conto terzi, cui eravamo lieti di procurare onori e prestigio.

"Vassoio di Ventotene" dipinto da Ernesto Rossi.
"Vassoio di Ventotene" dipinto da Ernesto Rossi.
Sono queste funzioni che i medesimi uffici hanno continuato a svolgere anche dopo che Guarneri ebbe lasciato la Confindustria, per assumere incarichi governativi di maggiore importanza, e che non hanno mai cessato di svolgere neppure dopo il malaugurato incidente che ha trasformato il glorioso Impero Fascista nella lagrimevole nostra repubblichetta democratica. Il “relazionificio” funziona ancora a pieno regime, cucinando statistiche, rapporti, promemoria, bozze di discorsi, progetti di legge, per i ministri, i relatori delle commissioni parlamentari, gli esperti dei consigli superiori e dei comitati tecnici ministeriali, i rappresentanti dell'Italia nelle conferenze economiche internazionali. E sempre lavora silenziosamente, senza avanzare alcuna pretesa di pubblici riconoscimenti.
Roma, settembre 1965.