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Carlo Cattaneo, Scritti politici, Vol. 4, Firenze 1965, a cura di Mario Boneschi, pp. 423-42822 Giugno 1864
LETTERA SECONDA

Dal Cosmorama pittorico N. 23 del 1839.
Dal Cosmorama pittorico N. 23 del 1839.
Nella legge francese e nelle due o tre riproduzioni che se ne fecero in Piemonte, il concetto del comune venne capovolto e negato, perché non si considerò che il comune era un fatto spontaneo di natura come la famiglia; e si suppose che non esistesse alcun diritto naturale dei comuni, né alcun limite giuridico al beneplacito dei legislatori. E parve doversi rimodellare ogni comune in certi modi uniformi, come quelli che spianavano il terreno al più rapido esercizio d'una intelligenza superiore.
Vediamo all'opera codesta sapienza ordinatrice.
Delle città e delle ville ve ne ha di grandi e di piccole. Ciò avviene per molte ragioni che sono ovvie a tutti; e anche per alcune altre. Intanto ministri e legislatori, preoccupati dalla dottrina francese, hanno pensato che fosse un disordine. Hanno pensato che i comuni minori o si dovessero dare per aggiunta alle città vicine, o si dovessero affastellare l'uno sull'altro, fino ad una certa misura di popolazione, che fosse la più maneggevole a chi ha pro tempore i piaceri dell'onnipotenza; poco importando poi se fosse la più giovevole a chi ha i pesi della sudditanza passiva. Un piccolo comune è poca gente e dappoco, per chi non si avvede che, a comune a comune, per questa via si vilipende la pluralità della nazione. Né, invero, si rispettano maggiormente i diritti delle grandi popolazioni urbane.
Dal Cosmorama pittorico N.23 del 1839
Dal Cosmorama pittorico N.23 del 1839
Nei comuni minori si fece conto che la più opportuna dose di popolazione fosse dai 2.500 abitanti ai 3.000. I più preferiscono la seconda misura, o come amano dire, la seconda stregua. Intanto, questo appare un punto inconcusso oramai di dottrina amministrativa, che i comuni piccoli sono un principio d‘impotenza, un disordine, un male.
I piccoli comuni un male? Come? La Lombardia, che fra tutte le regioni d’Italia si trovò primamente e più largamente delle altre dotata di strade, di scuole, di medici condotti e d’ogni altra comunale provvidenza, è appunto quella che fra tutte quante ha il massimo numero di comuni piccoli e piccolissimi. Più di un quarto di essi (607) non giungono a cinquecento anime; per un altro quarto e più (746) non giungono a mille anime. E sopra 2.242 comuni questa è già la maggioranza. Quelli poi che oltrepassano la magica cifra delle tremila anime, sono in tutto 151. Sopra quindici comuni si tratta dunque di rimodellarne quattordici.
Comprese le forzose agglutinazioni dei grandi comuni suburbani alle città, sarebbe per la Lombardia una sovversione dello stato di fatto e di diritto, letteralmente generale.
Beata la Sicilia, che non ha ancora le strade né le condotte mediche, né le scuole!
Ma essa raggiunge la stregua e largamente la oltrepassa.
Dal Cosmorama pittorico N. 25 del 1839
Dal Cosmorama pittorico N. 25 del 1839
Mentre i comuni lombardi ragguagliano, l’uno per l’altro, solamente 358 abitanti, quelli di Sicilia ne ragguagliano un numero dieciotto volte maggiore (6.681). E mentre in Lombardia la superficie, divisa per comuni, dà solamente otto chilometri quadri per ciascuno, in Sicilia ne dà settantatré.
Questo è ciò che si chiama plesso robusto. Il plesso comunale della Sicilia sarebbe dunque dieciotto volte più robusto ed efficace che il comune lombardo?
No, signori; la mole non è la vita.
È vero che i comuni toscani sono ancora più grandi che in Sicilia. Ma questa certamente non è l'ultima delle cause per le quali la popolazione toscana, che dà solamente 90 abitanti per chilometro superficiale, è tanto minore di quella di Lombardia che ne dà 160.
Non per questo io direi doversi correre all'estremo opposto e “rimaneggiare” in piccoli comuni la Sicilia, e la Toscana e tutta l'Italia. Cotale uniformità tra le regioni non è affatto necessaria, come non fu necessaria tra i comuni aperti dalla Lombardia, dacché taluno di essi non tocca duecento abitanti, mentre il maggiore oltrepassa i cinquanta mila. Ma quando fossimo costretti a scegliere tra violenza e violenza, sarebbe a preferirsi quella che moltiplicasse i consorzi e li spargesse più largamente sulla superficie delle provincie.
Dal Cosmorama pittorico N. 32 del 1839.
Dal Cosmorama pittorico N. 32 del 1839.
L'aumento continuo della prosperità, dopo il 1755, in quel perpetuo campo di guerra che si chiama Lombardia, fra le tante irruzioni straniere da cui furono immuni la Sardegna e la Sicilia, si deve principalmente a questo. Si deve alla moltiplicità dei comuni, alla mutua loro indipendenza, a una più larga padronanza delle cose proprie, a un più libero uso della ragione e della volontà nei propri affari. Questo è il secreto; e questo vuolsi divulgare per tutta Italia.
È un errore che l'efficacia della vita comunale debba farsi maggiore colla incorporazione di più comuni in un solo, vale a dire, con una larga soppressione di codesti plessi nervei della vita vicinale.
Nelle riviere dei mari e dei laghi e in molte e molte altre parti d'Italia, vediamo floridi comuni di qualche centinajo di famiglie dedicate all'industria, alle arti belle, alle lontane navigazioni, attendere con egual cura ad ingentilire il luogo nativo.
Ma se il piccolo comune venisse incatenato a una maggioranza di rustici villaggi, dispersa per valli e selve, o popolata di braccianti vagabondi, quel geniale fermento rimarrebbe soprafatto e oppresso.
Il piccolo comune ha diritto di continuare, nel libero suo seno, quel modo d'essere che gli è proprio, benché non sia quello in cui possano consentire i suoi vicini. E anche a questi il vicino e libero esempio potrà giovare.
Se un comune, provveduto già di strade e d'acque, venga per volontà non sua congiunto ad altro comune cui la natura e il caso non abbia egualmente favorito, poco si curerà di contribuire col suo danaro ad opere dalle quali non avrebbe giovamento suo proprio. Quindi, fra i male assortiti consorzi impotenza e discordia.
Quindi unico rimedio il consiglio d'Abramo a Lot:

“Di grazia, non facciamo contesa tra me e te, fra i miei pastori e i tuoi, perocché siamo fratelli. Ecco, ti sta innanzi l'ampia terra. Se tu andrai a sinistra, io terrò la destra, se tu eleggerai la destra, io mi volgerò a sinistra”.

Dal Cosmorama pittorico N. 35 del 1842.
Dal Cosmorama pittorico N. 35 del 1842.
Meglio vivere amici in dieci case, che vivere discordi in una sola. Dieci famiglie ben potrebbero farsi il brodo a un solo focolare; ma v'è nell'animo umano e negli affetti domestici qualche cosa che non si appaga colla nuda aritmetica e col brodo.
Né si dica che col sodalizio forzato dei comuni le istituzioni dei più culti e prosperi si propaghino agli altri. No, nei corpi deliberanti le maggioranze sono anzi tutto sollecite di se stesse. Quando nel 1816 il suburbio di Milano fu sciolto dalle leggi francesi e dalla sudditanza urbana, aveva una sola scuola; e ora ne ha quarantasei! La sua popolazione, che nella clientela della città era discesa da 24 mila abitanti a 17 mila, ora oltrepassa 50 mila; e se ora lo s’invita ad aggregarsi novamente, non si dissimula ch’è per fargli sostenere una parte di debito non suo, benché ciò sia riprovato da quelle medesime legislazioni che introdussero fra noi le aggregazioni forzate. E poiché quelle leggi che trattano con sì poco rispetto il diritto comunale, ci arrivarono di Francia, ricordiamo ciò che gli ammiratori di esse confessano; ed è che i piccoli comuni francesi, per naturale buon senso di popolo, si opposero alle incorporazioni, benché desiderate e agevolate dai legislatori. Che se colà i comuni sono quasi trentasette mila, e la popolazione fa poco più di trentasette milioni, è facile calcolare che la media della loro popolazione sarà di mille anime incirca (1.015). E adunque assai minore di quella medesima della Lombardia (1.384); non giunge alla metà della cifra media di tutti i comuni d’Italia (2.821); non giunge al sesto di quella dei comuni di Sicilia (6.681); e nemmeno al settimo di quelli dei comuni di Romagna (7.651) e Toscana (7.824). Qui dunque possiamo citare la Francia; possiamo citare i suoi comuni veri e vivi contro il comune dottrinario e contemplativo.
Dal Cosmorama pittorico N. 35 del 1848.
Dal Cosmorama pittorico N. 35 del 1848.
Nell’Alta Italia, la suddivisione dei comuni è un fatto naturale e spontaneo, che si continua da secoli, in quanto la forza non si frammise a contrariarlo.
Abbiamo memoria certa che ampie valli e pianure, intieri distretti, erano un solo popolo, il quale possedeva in comune pascoli e selve. Il possesso privato cominciò qua e là colla legge romana, ma negli intimi recessi alpini fu sino a questi ultimi secoli un’eccezione.
Anche dove era assentita la semina dei campi, non appena compiute le messi, la trasa dei bestiami l’invadeva per diritto di tempi immemorabili. Sembra un paradosso, ma il fatto è che i comuni grandi furono prima dei piccoli. L’Europa antica viveva in vaste comunanze. I capi delle tribù abitavano fin d’allora in seno ad esse nell’aperta campagna; il nome di città fu poi dato al vico, al pago, al luogo di comizio o di mercato al ricovero fortificato per i disastri di guerra: Mediolanum pagus olim; nam per pagos habitabant ( Strab.). (Strabone, Geografica, V, 1,6)
D’età in età le centine, le degagne, le faggie, le squadre divennero pievi e cure, le quali si suddivisero come sogliono fare le famiglie. Molti comuni non hanno finito ancora di spartire le reliquie del patrimonio avito. La costante suddivisione delle comunanze primitive è il filo giuridico che condusse le tribù dalla vaga cultura alle piantagioni perenni e al possesso intero e privato. Non faremo dissertazioni; ma l’istoria vera è questa.
La rimanente Italia offre un altro paradosso. Ivi furono prima le città, e poscia i villaggi, Dirò peggio: fu prima la città e poi la campagna. Genti venute dal mare, o da colonie venute già dal mare, si fanno un nido sulla cresta d‘un monte; lo cerchiano d‘un muro; poi si mirano intorno e scendono a conquistare le donne e la terra. Ecco la leggenda d’Alba e di Roma.
Dal Cosmorama pittorico N. 36 del 1841.
Dal Cosmorama pittorico N. 36 del 1841.
Fondata la città, fondano dunque la famiglia; e sotto gli occhi degli esuli si dividono i campi: e li consacrano coi termini. Ma non osano abitare in casali aperti, al cospetto di coloro che hanno spogliato; epperò tornano la notte a chiudersi in città per tornare il mattino al solitario campo.
Sui monti vicini stanno altre città, or consanguinee, or nemiche. Ve n’era più di cinquanta nel Lazio delle quali’ ai tempi di Plinio non restava vestigio. Gli Etruschi avevano vinto trecento città degli Umbri.
Prendiamo l’Annuario dell’amico Maestri; facciamo la somma dei comuni delle due Umbrie; dal Tevere a Ravenna, ne troveremo oggidi 313. Alcuni di questi sono ancora città: intorno si sono sparsi i villaggi; l’agricultore può vivere tra’ suoi campi. Intanto l’oppido italico si è sciolto come il comune alpino. L'oppido aveva le mura sacre e il dio Termine, e il possesso privato; e i signori della terra non vivevano all'aperto ma coi loro clienti entro le mura. Questa tradizione non è ancora cancellata.
Dal Cosmorama pittorico N. 37 del 1841.
Dal Cosmorama pittorico N. 37 del 1841.
Ecco perché i nostri prefetti e generali rimasero tanto stupiti di vedere all'alba gli agricultori uscire a cavallo dalle città di Sicilia per recarsi a lavorare i campi e ritornar la sera. E negli spazii ove qualche città fu distrutta dai Romani, o dai Goti, o dai Vandali o dagli Arabi o dai crociati Normanni, giace coltivato, ma deserto, un intiero territorio. E il comune siciliano sta isolato, in superficie che tra le più e le meno vaste si ragguagliarono a 73 chilometri (73 mila partiche metriche), dove in Lombardia sarebbero sparsi otto comuni. Le popolazioni non sono poche, ma sono addensate in brevi spazii. Anche qui si tratta dunque di spargere, di suddividere. Non si tratta di confiscare la libertà dei comuni piccoli per farne i grossi. Si tratta di allettare e abilitare l'agricoltore a vivere in piccoli comuni. Questo non è solamente il secreto della Sicilia, ma della Maremma, dell'Umbria, della Lucania, del Tavoliere d'Apulia, dell'Ademprivi di Sardegna.
La legge comunale deve fare appunto l'inverso di ciò che si è pensato.
Nel dubbio la legge rispetti il diritto e la libertà.