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Indro Montanelli, L'Italia del Risorgimento Dal 1831 al 1861, Milano 1972

Capitolo quindicesimo
Cattaneo e le “Cinque giornate”

A Milano, la notizia della caduta di Metternich giunse contemporaneamente a quella dei moti di Venezia. L'unico che ne fosse già stato informato per corriere segreto era il viceré Ranieri, che alla chetichella aveva lasciato la città per accorrere a Vienna. Lo sviluppo e il trionfo del moto costituzionale nel resto d'Italia e le barricate di Parigi avevano provocato un vivo fermento fra i lombardi, o meglio lo avevano reso più acuto perché nell'ultimo anno non si era mai placato. Animato da Cesare Correnti, da Tenca, da Manara, dai fratelli Dandolo, una specie di consiglio rivoluzionario sedeva in permanenza, deciso a sfruttare ogni occasione. Nella notte fra il 17 e il 18 marzo esso stilò e fece stampare un proclama in cui si chiedeva l'immediata istituzione di una Reggenza, l'abolizione della polizia politica e della censura, la convocazione di un consiglio di governo e la formazione di una Guardia Civica. Tutta la popolazione era chiamata a raccolta per l'indomani fra San Babila e San Carlo:

"Il destino d'Italia è nelle nostre mani: un giorno può decidere la sorte d'un secolo. Offriamo pace, ma non temiamo la guerra"

terminava l'appello.

In assenza del governatore Spaur, partito anche lui per Vienna, il suo vice O' Donnel cercò di neutralizzare quel bando con un altro bando in cui si annunziava la decisione presa dall'Imperatore, dopo l'allontanamento del Cancelliere, di dare a tutte le varie nazionalità dell'Impero, comprese quelle italiane, una maggiore autonomia. "Troppo tardi!" urlò la folla che si stava minacciosamente ammassando nel luogo convenuto. O' Donnel informò il podestà Casati che in quelle circostanze non gli restava che ordinare a Radetzky la proclamazione dello stato d'assedio e l'occupazione militare della città. Casati rispose che quello era il modo più sicuro di precipitare una rivolta che si poteva ancora evitare, e O' Donnel se ne lasciò persuadere, ma ebbe subito di che rimpiangerlo. Un gruppo di dimostranti assaltò la sua residenza disarmandone e immobilizzandone le guardie, e prese prigioniero l'austriaco che si era rintanato in un gabinetto. Per sua fortuna Casati e l'arcivescovo Romilli sopraggiunsero a sottrarlo a quell'incomoda situazione, ma poco altro poterono perché di fatto erano anch'essi prigionieri della folla che li aveva seguiti fin lì. Essa reclamava l'accoglimento immediato delle richieste avanzate nel proclama, e siccome O' Donnel esitava, un giovanotto vestito in frack, Cernuschi, reduce evidentemente da qualche festa, lo prese per il collo e lo trascinò alla finestra perché si rendesse conto di cosa c'era sotto. C'era una mareggiata di gente che urlava minacciosa: "Abbasso la polizia, vogliamo la Guardia Civica!" Pallido e tremante, O' Donnei intonò la sua voce al coro, e lì sul davanzale firmò il decreto che Casati aveva buttato giù seduta stante. All'assessore Bollati fu affidata la direzione della nuova polizia col mandato di prelevare dall'odiato Torresani tutto l'armamento di quella vecchia, e a Belgioioso fu dato l'incarico di arruolare la Guardia Civica.
Quando Radetzky seppe che O' Donnel era prigioniero, trasse un respiro di sollievo. Era furente contro di lui per il divieto che gli aveva fatto di occupare la città. Ora che non aveva più da aspettarne e rispettarne gli ordini, poteva agire di sua testa, ch'era la testa d'un soldato. Dalla sua casa di Via Brera si trasferì con tutto lo Stato Maggiore nel Castello Sforzesco e fece sparare col cannone la salva d'allarme alle guarnigioni. Ma era in ritardo sugli eventi perché i combattimenti erano già cominciati dovunque i dimostranti avessero incontrato soldati austriaci. Nessuno saprà mai se ad aprire il fuoco furono i primi o secondi, e del resto la cosa ha poca importanza. Stavolta non era un tumulto; era una rivoluzione che rendeva inevitabile il sangue.
Composta di nobili e di borghesi nei quali il patriottismo conviveva con una buona dose di conservatorismo, la Congregazione, cioè il Consiglio Municipale, fece un ultimo sforzo per stornare una tempesta popolare da cui si sentiva essa stessa minacciata. Lanciò un bando agl'insorti invitandoli ad astenersi dai disordini "che ad altro non potrebbero condurre se non a una inevitabile strage", e inviò un messaggio a Radetzky appellandosi ai suoi sentimenti di umanità. Il Maresciallo rispose che se i milanesi non deponevano immediatamente le armi, egli avrebbe lanciato sulla città i suoi centomila uomini e l'avrebbe bombardata coi suoi duecento cannoni. Quanto ai milanesi, non risposero nemmeno: si diedero a costruire barricate.
Sul far della sera un distaccamento austriaco assalì ed espugnò il Municipio prendendo prigionieri tutti coloro che vi si trovavano e trasferendoli in un sotterraneo del Castello. C'erano alcuni assessori, il vecchio generale Lechi, un figlio di Manzoni e alcuni altri. Ma non c'erano né Casati, che Radetzky considerava - a torto - l'ispiratore della rivolta, né O'Donnel che aveva sperato di liberare. Tuttavia egli credette di aver reciso "il nervo capitale dell'insurrezione", e questo fu l'annunzio che diede a Vienna.
Ma si sbagliava di grosso. Il "nervo capitale" non poteva essere reciso perché, per il momento, non c'era. La rivoluzione si propagava per contagio di quartiere in quartiere, obbedendo solo a se stessa. Invano il "Comitato Centrale" che quella notte si costituì, in una casa di Via Bigli, intorno al podestà Casati, lanciava appelli agl'insorti per riprenderne il controllo. Gl'insorti non davano retta a nessuno. Entravano nei palazzi e li svuotavano di tutto per costruire le loro barricate. Svaligiarono perfino la più bella galleria di armi antiche, quella di Uboldo, e fra i gridi di "Morte agli austriaci!" si traudiva anche quello di " Morte ai sciuri ! " morte ai signori, che atterriva i membri del Comitato.
Fu, tra quegli uomini, un febbrile e concitato susseguirsi d'iniziative e di proposte, sotto gli occhi attoniti di due ostaggi di lusso: il solito O' Donnel ormai rassegnato alla sua parte di preda bellica, e Giuditta Meregalli, l'amante di Radetzky specialista in gnocchi di patate, che gl'insorti avevano arrestato. E alla fine un'idea uscì: un messaggio a Carlo Alberto, che accorresse col suo esercito a sgombrare la città non solo dagli austriaci, ma anche dalle barricate. Il conte Martini aveva già, di sua testa, preso contatto con Torino. Di rincalzo a lui, si decise di mandare il conte Arese, che riuscì a lasciare Milano poche ore prima che Radetzky ne bloccasse tutte le porte. Ma non tutti erano d'accordo su queste manovre. Il gruppo più risoluto, quello dei Manara, dei Dandolo, dei Cernuschi, dei Terzaghi, dei Clerici che, volendo veramente la rivoluzione, erano pronti a sfidarne anche i rischi e le incognite, istituirono un "Consiglio di guerra" che, sia pure concepito come braccio militare del Comitato, di fatto ne diventò l'antagonista. E ad emergervi fu un uomo che fin allora era rimasto piuttosto sulle sue: Carlo Cattaneo.
Era un oriundo della Val Brembana, dove cattano vuol dire "Capitano": evidentemente nelle sue ascendenze ci dovevano essere degli uomini d'arme. Ma suo padre, ch'era un orefice, sperava di far di lui un prete. Il ragazzo studiò benissimo, ma in seminario non volle entrarci, nemmeno dopo che il governo gli ebbe rifiutato un posto gratuito nel collegio Ghislieri di Pavia. S'iscrisse ugualmente all'Università, per mantenercisi assunse un posto d'insegnante nelle scuole municipali, e prese una brillante laurea in Legge, ma si rifiutò di far l'avvocato. "Non ho il genio della lite" diceva. Del Diritto, gli restava soltanto il culto di chi gliel'aveva insegnato: Domenico Romagnosi, il formatore di tante coscienze italiane, cui rimase per sempre devoto.
Come lui, preferì seguitare a insegnare, sia pure in disagiatissime condizioni. Lo stipendio era di fame, nelle aule prive di riscaldamento il termometro segnava anche 12 sotto zero, e fu qui infatti ch'egli contrasse la malattia reumatica che doveva tribolarlo per tutta la vita. Ma la scuola era la sua passione, il suo sacerdozio, e anche la sua palestra rivoluzionaria. Fra gl'intellettuali del suo tempo, Cattaneo faceva infatti razza a sé. Non si era mai iscritto né a una loggia massonica, né a una vendita Carbonara, e non condivideva nessuna delle grandi illusioni dei suoi coetanei: né quella di Mazzini in un moto popolare, né quella di Gioberti in una Chiesa rigeneratrice, né quella di Balbo e di D'Azeglio in una iniziativa sabauda. Secondo lui, l'Italia non si poteva fare, se prima non si facevano gl'italiani, elevando il loro livello morale e culturale. Scacciare dall'Italia l'Austria per darla in appalto a un Piemonte più retrivo dell'Austria, per lui non aveva senso. L'indipendenza non era un traguardo. Essa sarebbe venuta come inevitabile corollario di un progresso civile che desse agl'italiani la coscienza di essere italiani e la ferma volontà di affermarsi come tali. Tutto questo poteva succedere anche sotto il dominio dell'Austria, se l'Austria si fosse decisa a concedere alle sue province italiane, come a quelle slave e tedesche che facevano parte del suo Impero, adeguati diritti di autodecisione e autogoverno, cioè se si fosse trasformata in un commonwealth. Secondo Cattaneo, l'Austria ne era capace molto più di quanto non lo fossero la Francia, fossilizzata nel suo centralismo ("Si chiami Repubblica o Regno - diceva -, è composta da 86 monarchie che hanno un unico re a Parigi") e della Germania, questa "sacerdotessa della servitù".
L'impegno degl'intellettuali, secondo lui, non era dunque la cospirazione, ma un apostolato educativo, del quale forniva egli stesso il più luminoso esempio sia come insegnante che come giornalista. Per propagare le sue idee e sollecitarne la realizzazione, aveva fondato un periodico il cui programma era già sottinteso nel titolo, Il Politecnico. Per disarmare la censura, si auto-definiva "Repertorio mensile di studi applicati alla prosperità e cultura sociale", e non vi trasgrediva. Gentile dice che negli studi economici e scientifici Cattaneo stampò orme profonde, ma "fu un dilettante di filosofia, non un filosofo". In realtà non si vede perché avrebbe dovuto esserlo, visto che non se lo proponeva: "Tutta la filosofìa - diceva - sta in due parole: Sii un uomo" che, tutto sommato, ci sembra ancora la definizione migliore. E nessuno può negargli di aver anticipato il positivismo, che sarà magari cattiva filosofia, ma è anch'esso filosofia, e svolse una sua salutare funzione come antidoto a certi cattivi vezzi del pensiero italiano. Era proprio quest'orientamento positivista a far di lui un formidabile divulgatore. Della letteratura contemporanea italiana, rifiutava tutto, o quasi tutto: la trovava bolsa e retorica (qual era) ad eccezione di Galileo, di cui ammirava l'asciuttezza e concretezza. L'efficacia del suo stile stava proprio nel fatto che non si poneva problemi di stile. Mirava solo a dire con la massima semplicità e chiarezza ciò che voleva dire in fatto di agricoltura, finanza, industrializzazione, canalizzazione, strade, ferrovie, perché i suoi temi erano soprattutto questi.
Dell'Italia non parlava mai, e non soltanto per sottrarsi agli artigli della censura. Checché ne dicano i suoi apologeti a posteriori, io credo che l'Italia per lui fosse soprattutto, se non esclusivamente, la Lombardia; e mi pare che lo confermi il programma federalistico, che poi sviluppò. Del resto, l'Italia non la conosceva, e ne mostrava poca curiosità. Conosceva molto meglio la Svizzera, di cui ammirava le autonomie locali, ed era imbevuto di cultura inglese, di cui lo seduceva lo spirito sperimentale e pragmatico. Prima che a formare una nazione, secondo lui, bisognava badare a riformare la società, cioè a darle delle strutture civili. E fu la difesa di queste tesi a fare di lui il vero padre della sociologia italiana.
Ma, oltre che in queste idee, la sua singolarità stava nel suo carattere di "italiano antico" come dice giustamente Gentile: semplice, integro, frugale, nemico di ogni ostentazione e esibizionismo. Esso si rispecchiava anche nel fisico di biondo atleta, che fece girar la testa a una ragazza inglese di nobili lombi, discendente per parte di madre da Milton. Nonostante l'opposizione della famiglia, essa lo sposò, condivise con orgoglio la modestia della sua condizione economica e sociale, e fu il suo sostegno nei momenti difficili.
Quando scoppiò la rivolta, Cattaneo ci vide soltanto l'occasione per dare avvìo a un quotidiano che con maggiore efficacia e continuità diffondesse le sue idee, e che nelle sue intenzioni doveva chiamarsi non L'Italiano, come qualcuno proponeva, ma Il Cisalpino, e la scelta di questo titolo è significativa. All'insurrezione attribuiva un carattere soltanto lombardo, voleva che lo conservasse, ma non credeva affatto nei suoi metodi. Buttò giù il primo articolo in cui sosteneva la sua vecchia tesi che cacciar l'Austria con le barricate era impossibile: al suo esercito bisognava contrapporre un altro esercito, cioè una milizia cittadina. E andò a portarlo in tipografia. Per strada incontrò un amico che gli chiese cosa intendeva fare.

"Nulla - rispose -. Quando i ragazzi scendono in piazza, gli uomini vanno a casa”.

Ma a casa lo raggiunsero Cernuschi, Dandolo, Bertani e molti altri a sollecitare la sua collaborazione. Cattaneo esitò. Si sentiva vocato più ad una parte di suggeritore che di attore, e non credeva nel successo.

"Con che forze - rispose - volete assalire una massa di ventimila uomini, che non desidera altro che di fare un macello?"

Eppoi diffidava di Casati che - disse -

"vuol far la rivoluzione d'accordo con l'Imperatore", ma il giorno in cui si accorgerà ch'è impossibile, "vi farà mitragliare tutti".

A fargli cambiare idea furono i fatti. Una volta scesi in piazza, "i ragazzi" si comportavano da uomini, e che uomini! Sebbene non avessero in tutto che quattrocento fucili da caccia, alcune pistole e le vecchie spade e alabarde saccheggiate nel museo Uboldo, stavano snidando i ventimila austriaci - che poi erano quattordicimila - dalle case in cui si erano asserragliati e respingendoli verso la periferia.

"I gioven di Milan - han comincia' la guerra - col fazzoletto in man"

cantavano a squarciagola sotto la pioggia battente e le pallottole che battevano ancora più della pioggia.
Tutto questo dovette farlo riflettere. Non si era forse sbagliato nel sostenere che una rivoluzione non si poteva fare senza un esercito e che un esercito non si poteva fare senza una società in grado di organizzarlo a presidio delle proprie civili istituzioni? I milanesi stavano dimostrando che questa logica andava invertita: solo con le barricate si potevano conquistare delle libere e civili istituzioni, che avrebbero consentito anche la formazione di un esercito. E ora avevano bisogno di capi che li guidassero appunto su questa strada.
Non sappiamo se i suoi pensieri erano questi, ma egli agì come se lo fossero. Del tutto dimentico del Cisalpino, che non vide mai la luce, il 20 egli si trasferì nel quartier generale di Via Bigli, e subito la sua parola pesò come quella di un capo. Si stava discutendo se fosse il caso di costituire un governo provvisorio, i pareri erano discordi, Casati esitava. Cattaneo riassunse i termini del problema senza tanti complimenti. Se in questo governo - disse - includiamo le personalità più in vista, che sono poi i cortigiani che fin qui hanno servito l'Austria (l'allusione a Casati era chiara), i combattenti se ne sentirebbero offesi. Se le escludiamo, si da l'impressione ch'esse parteggino col nemico: il che forse è vero, ma non deve trapelare. Contentiamoci di un Consiglio di Guerra, composto di pochi uomini, ma i più risoluti. E il più risoluto di tutti ormai era lui.
I combattenti sentirono subito che la rivolta aveva trovato un cervello, e ne accettarono le direttive. Esse venivano diramate d'ora in ora sotto forma di comunicati e portate sulle barricate dai martinitt, i ragazzi dell'orfanotrofio, che poi tornavano con le notizie. Fra queste notizie, la mattina del 20, ci fu anche quella della cattura del conte Bolza, il più esecrato aguzzino della polizia austriaca. A coloro che lo tenevano in consegna, Cattaneo mandò a dire:

"Se lo ammazzate, fate cosa giusta. Se lo risparmiate, fate cosa santa".

Lo risparmiarono.
A mezzogiorno si presentò un Maggiore croato. Veniva da parte di Radetzky a proporre un armistizio di quindici giorni. Casati rispose subito di sì. Cattaneo rispose subito di no. Perché, disse - dare agli austriaci il tempo di diventare centomila, di sorprenderci nei nostri letti e d'impiccarci? Il Maggiore rispose indignato che il Maresciallo era un uomo d'onore. Lui sì – ribattè Cattaneo -, ma la sua polizia no. Accigliato e con "volto tetro", Casati chiese la convocazione del Comitato, dove la discussione diventò alterco, ma Cattaneo mantenne e riuscì a imporre il suo rifiuto. Nel darne notizia al Maggiore che aspettava, Casati gli fece capire la sua contrarietà, ma il Maggiore non dimostrò di apprezzare il suo gesto. Disse, congedandosi: "Addio, brava e valorosa gente!"
La notizia del respinto armistizio venne immediatamente portata sulle millesettecento barricate che intasavano la città, a rianimarvi la fiducia e l'entusiasmo. Lungi dal difendersi, gl'insorti passavano all'offensiva per aprire una delle porte presidiate dal nemico e consentirne il varco alle colonne di volontari che stavano accorrendo dalla Valtellina e dalla Brianza. Con l'acqua alla gola, Radetzky annunziò il bombardamento, e i Consoli stranieri si precipitarono da lui per farlo recedere da quel proposito che in realtà era soltanto una minaccia. Il Maresciallo accondiscese a una tregua di tre giorni, e i Consoli vennero a riferire la proposta al Comitato. Ancora una volta Casati disse di sì, ancora una volta Cattaneo disse di no, e vinse. Fu, tra i due, la seconda rottura. Ma ora stava per sopraggiungerne una terza, molto più profonda, anzi irreparabile.
Il conte Martini era in arrivo da Torino. Aveva visto Carlo Alberto che non aveva voluto prendere precisi impegni, ma recava una lettera di uno dei suoi più intimi confidenti, Castagnetto, il quale diceva che il Re era pronto ad accorrere a Milano per dare man forte agli insorti, ma a condizione che costoro gliene facessero formale invito.
Era proprio quello che volevano Casati e gli altri moderati del Comitato per trarsi dalle peste. C'è chi dice che avevano più paura della rivoluzione che dell'Austria. Forse avevano paura di entrambe. Per mentalità, educazione, tradizione, con le barricate non potevano simpatizzare. Ma forse erano anche convinti che senza l'esercito piemontese nulla si potesse fare. Il loro fui entusiastico, e uno di loro si mise subito a stilare un appello a Carlo Alberto, da far firmare ai cittadini più autorevoli.
Ma ancora una volta Cattaneo gli fermò la mano, e questo terzo no gli valse animosità condite di sarcasmi. Dissero che lo faceva per esibizionismo, per passare alla Storia a braccetto di Leonida e Pier Capponi, autori anch'essi di due celebri no. Ma lui non se ne dette per inteso. In questo momento, disse con la sua solita stringente logica, siamo padroni del nostro destino. Perché alienarlo, affidandolo senza nessuna garanzia nelle mani di un Principe che già una volta tradì il popolo milanese e lo abbandonò alla vendetta austriaca? Prima finiamola col nemico, poi vedremo come e con chi ci si deve intendere. Gli obbiettarono che Milano aveva iniziato la sua rivoluzione appellandosi all'Italia perché corresse in suo aiuto e ne seguisse l'esempio. E il Piemonte non era forse Italia? Benissimo, rispose Cattaneo, non ci resta che ribadire questa nostra posizione. E stilò di suo pugno questo schema di appello:

"La città è dei combattenti che l'hanno conquistata. Non possiamo richiamarli dalle barricate per deliberare. Noi battiamo notte e giorno le campane per chiamare aiuto. Se il Piemonte accorre generosamente, avrà la gratitudine dei generosi d'ogni opinione. La parola gratitudine è la sola che possa far tacere la parola repubblica, e riunirci in un solo volere".
Dal canto suo, Cernuschi aveva redatto un altro proclama pressappoco nello stesso stile e con le medesime riserve:

"La città di Milano, per compiere la sua vittoria e cacciare al di là delle Alpi il comune nemico, domanda il soccorso di tutti i popoli e Principi italiani, e specialmente del vicino e bellicoso Piemonte".

Anche se Cattaneo e i suoi erano in minoranza, smontare la loro opposizione era difficile. Proprio quella sera - ed era la quarta che si combatteva - l'intrepido Manara dava la spallata all'ultimo bastione della resistenza austriaca, Porta Tosa, e fra gli altri trofei di vittoria gl'insorti s'impadronirono anche, dopo averne espugnato l'abitazione privata, della spada di Radetzky, di cui fu fatto dono a Cattaneo, e fu il suo solo profitto di guerra. La resistenza austriaca era allo stremo, e il Maresciallo scriveva nel suo diario:

"Questa è la più terribile decisione della mia vita: ma non posso tener più a lungo Milano. Tutto il Paese è in rivolta".

Lo diceva in base ai rapporti che gli giungevano dall'interno, e specialmente da Venezia. Qui, Manin aveva fatto tutto da sé. Alle prime notizie delle barricate di Milano, aveva convocato l'embrione di Guardia Civica che si stava organizzando, e con essa aveva occupato l'Arsenale, deposito delle armi austriache, al grido di:

"Viva la la Repubblica di San Marco!"

II podestà Correr, - il Casati di Venezia - lo aveva accusato di avventatezza, e Tommaseo addirittura di storditaggine. Essi propendevano per soluzioni più prudenti : proclamare Re costituzionale il viceré Ranieri per tranquillizzare Vienna, o mettersi sotto la protezione di Carlo Alberto appellandosi a lui. Ma Manin travolse queste obbiezioni a furor di piazza, aiutato anche dall'arrendevolezza del governatore Palffy e del comandante militare Zichy, che non era intagliato nel legno di Radetzky. Essi finirono per accettare tutto e cedettero i loro poteri a un governo provvisorio, di cui Manin fu il Presidente e l'anima. Esso si proclamó senza perifrasi repubblicano e innalzò il vessilo tricolore accoppiato con l'emblema di San Marco. Tutto era avvenuto quasi senza sangue. L'unico morto era stato un colonnello dalmata che aveva cercato di opporsi all'occupazione dell'Arsenale.
Queste notizie non arrivavano solo a Radetsky. Arrivavano anche agl'insorti milanesi esaltandone lo slancio, e al Consiglio di Guerra rafforzandone la decisione e l'autorità. Per aggirarne l'opposizione a Carlo Alberto, non c'era che un modo: istituire anche a Milano un governo provvisorio, cui il Consiglio di Guerra fosse tenuto a sottomettersi. Gli amici di Cattaneo lo sollecitarono a avanzare la sua candidatura ; ma Cattaneo rifiutò in favore di Litta. Lo fece per ritrosia, per refrattarietà alla parte di protagonista, per fedeltà alla sua vocazione di suggeritore. Ma commise un grosso sbaglio. Litta non aveva il suo prestigio, e nella corsa alla Presidenza fu battuto da Casati, che oltre tutto vi era più qualificato dalla sua carica di Podestà.
La vittoria di Casati fu un fatto decisivo per allora e per l'avvenire. Voleva dire che la rivoluzione rinunziava a "fare da sé" e affidava i propri destini al Re del Piemonte, al suo esercito, alla sua diplomazia. Forse non c'era altro da fare. Se Radetzky si ritirava, era solo per raccogliere i suoi centomila uomini e seicento cannoni, cui le barricate non potevano far fronte. Ma Cattaneo guardava più in là. Era convinto che se fare l'Italia con le barricate era difficile, farla con l'esercito di Carlo Alberto era inutile perché era un mastice che non reggeva. Casati diceva di Cattaneo ch'era una "canaglia" pronta a sacrificare l'idea di Patria a quella di parte. Cattaneo diceva di Casati ch'era "un ciambellano pronto a farsi in due per servire contemporaneamente la Corte di Vienna e quella di Torino". Avevano torto entrambi. Ma il loro conflitto era fatale.
Il governo provvisorio si guardò bene dal rivelare subito le sue intenzioni. Nel suo primo proclama (del 22) diceva:

"Finché dura la lotta, non è opportuno di mettere in campo opinioni sui futuri destini politici di questa nostra carissima patria. Noi siamo chiamati, per ora, a conquistarne l'indipendenza, e i buoni cittadini di null'altro devono adesso occuparsi che di combattere: a causa vinta, i nostri destini saranno discussi e fissati dalla Nazione".

Di Piemonte e di Monarchia, nemmeno una parola. Casati sapeva benissimo che il nome di Carlo Alberto, sulle barricate, era tutt'altro che popolare. Un messaggio per lui fu affidato sotto banco a Martini, che per due volte tentò di uscire da Milano, per due volte fu arrestato dagl'insorti come spia, ma finalmente riuscì a recapitarlo. In quel momento il Consiglio di Guerra, diventato Comitato alle dipendenze del governo, stendeva il consuntivo delle Cinque Giornate: quattromila morti gli austriaci, poco più di quattrocento gl'insorti. Ma erano cifre di pura fantasia. Gli austriaci avevano perso seicento uomini, degl'insorti non si è mai più saputo, ma pare che fossero circa altrettanti. Con certezza si è saputo soltanto ch'erano in stragrande maggioranza popolani.
Era la prima volta che succedeva. Purtroppo, fu anche l'ultima.