Ho trovato questo testo, molto bello, su www.polyarchy.org, di G. P. de Bellis

[1753] Antonio Genovesi, Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze, Feltrinelli, Milano, 1962
- “La quinta cagione della ricchezza e potenza d'un paese è l'industria degli abitanti. Questa sola in un terreno piccolo ed infecondo ha potuto molti di poveri ed oscuri popoli far ricchi ed illustri: e per mancanza di lei popolatissime nazioni in fertilissimi terreni poste, ed aventi tutti i comodi del cielo e della terra per lo commerzio, quali ce n'ha molte nell'Asia e nell'Affrica, sono le più disprezzabili e le più miserabili della terra”. (p. 253)
- “... io son certo che se qualche cosa manca all'intiera felicità della nostra patria, quella è la volontà e l'industria nostra, la quale se noi non sappiamo porre in moto ora, che sì belle e sì favorevoli occasioni c'invitano, e che noi possiamo a santa ragione credere che sieno celestiali doni; forse che noi inutilmente le cercheremo un giorno, e piangeremo i mali della nostra vergognosa trascuraggine”. (p. 268)
[1878] Renato Fucini, Napoli a occhio nudo, Einaudi, Torino, 1976
- 'Ogni lavoro che li [i plebei napoletani] obblighi lo scansano con ribrezzo, e non vi si adattano finché il bisogno non li abbia presi per la gola. Da questa tendenza della loro indole e dalla scarsità di opifici che potrebbero accogliere quelli che stretti dalla necessità vi si adatterebbero, resulta quella enorme moltitudine di semioziosi, che si danno al lavoro avventizio nei luoghi di maggior movimento commerciale o al piccolo commercio ambulante per le vie della città, tormentando il prossimo in centomila maniere dalla mattina alla sera'. (p. 22)
[1925] Benedetto Croce, Storia del Regno di Napoli, Laterza, Bari, 1980
- 'I gentiluomini napoletani formavano oggetto di meraviglia da parte dei toscani e veneziani e lombardi e uomini di altre parti d'Italia, a vederli trascorrere il tempo in ozio, nei loro circoli o sedili, a chiacchierare e giocare, e per rinfaccio si poneva loro dinanzi l'esempio dei gentiluomini e patrizi altrove così operosi nelle mercature e nelle arti. Ma si levavano per loro, tra i loro concittadini, avvocati difensori, che ribattevano: 'la mercatura dei napoletani esser solo il servizio del re', e rimbeccavano che per buona ventura i gentiluomini napoletani non erano cupidi di lucro fino a trattar di cose vili e ad arricchire con le usure, come gli altri di altri paesi'.
- "I mercatanti, che percorrevano il Regno, erano fiorentini, lucchesi, veneziani, genovesi, catalani; e v'incettavano e ne estraevano grani, vino, olio, formaggi, bestiame, e vi portavano tessuti, armi, lavori in ferro. A Napoli e in altri luoghi si vedono strade e chiese che ritengono ancora i nomi di questi mercanti forestieri; ma non credo che in alcun luogo d'Italia o di altri paesi s'incontri mai una 'loggia' o una 'strada' dei 'napoletani' o dei 'pugliesi'; gli amalfitani che, nonostante le mutate sorti, avevano proseguito i loro traffici, decaddero affatto circa la metà del trecento'. (pp. 74-75)
[1941] Vitaliano Brancati, Gli anni perduti, Mondadori, Milano, 1976
- "Ma io ... ma io preferisco tenere la contabilità di Al Capone, piuttosto che vivere qui da Cardinale! Cristo Re, qui non riesci nemmeno a distribuire foglietti réclames, perché nessuno è disposto a cavare, per così poco, le mani dalle tasche ... Dopo pranzo, la città è una città morta. I nostri uomini cadono sotto il peso del ventre e rimangono supini per tre ore, aspettando che il masso, sotto cui giacciono, esali le sue coscie di porco, i suoi vini e la sua farina, e ritorni leggero e trasportabile. Questo, a Natàca, lo chiamano chilo!... Tre ore, Cristo Re, tre ore d'inerzia, di notte profonda nel centro della giornata, mentre fuori splende il sole, i treni corrono, e in tutti i luoghi rispettabili del mondo la gente pensa e lavora!..." (p. 104).
- 'Volontà, tu ti appisoli facilmente in queste terre del Sud'. (p. 122)
[1945] - Carlo Levi, Cristo si è fermato ad Eboli, Mondadori, Milano, 1969
- 'Tutti i giovani di qualche valore, e quelli appena capaci di fare la propria strada, lasciano il paese. I più avventurati vanno in America, come i cafoni; gli altri a Napoli o a Roma; e in paese non tornano più. In paese ci restano invece gli scarti, coloro che non sanno far nulla, i difettosi nel corpo, gli inetti, gli oziosi : la noia e l'avidità li rendono malvagi'. (p. 33)
[1956] Leonardo Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, Laterza, Bari, 1978
- “Qui non c'è dignità e non c'è speranza se non si sta seduti dietro un tavolo e con la penna in mano”. (p. 112)
[1964] Luigi Barzini, Gli italiani, Mondadori, Milano, 1978
- "Gli spagnoli ... nutrivano un disprezzo feudale per le occupazioni utili e produttive. Vediamo ancor oggi, in tutto il Sud, che i notabili considerano il non far nulla un segno di distinzione, e l'ozio un simbolo di rango elevato. Vengono chiamati 'galantuomini'". (p. 353)
- 'Non vi è dubbio che alcune di queste caratteristiche signorili spagnole abbiano ritardato o impedito il progresso: la noncuranza o il disprezzo per le realtà pratiche della vita, la preoccupazione per ciò che non è essenziale e per gli altri aspetti esteriori di ogni cosa, la speranza di migliorare la propria condizione non già con le fatiche personali ma con il favore dei potenti, la convinzione che il re (o chiunque prenda il posto del re) debba provvedere a tutto'. (pp. 354-355)
(1925 - Benedetto Croce, Storia del Regno di Napoli, Laterza, Bari, 1980)
- 'Che ... il regno di Napoli fosse la rendita più pingue della monarchia di Spagna era generalmente ritenuto nel paese stesso e in tutta Europa'.
'Ma è probabile che questa credenza nascesse dalla leggenda dell'Italia meridionale, terra ferace e sovrabbondante, atta a nutrire molti popoli. E il sospetto si converte in quasi certezza, quando si legge in un contemporaneo, che fu uno dei primi e più acuti economisti, Antonio Serra, l'opposta affermazione che in Napoli (almeno fino al 1613, che è l'anno in cui il Serra scriveva) 'le entrate che vi ha la Maestà Cattolica si spendono tutte e moreno nel medesimo Regno, che non se ne incascia parte alcuna, e più volte vi manda milioni di contanti, se ben poche se ne potria incasciare per essere quasi tutte vendute e convertite in soldo d'avantagiati e milizia per il Regno'; e ciò il medesimo scrittore ridice più oltre, confermando che il Re di Spagna 'non estrae l'entrate fuora Regno, anzi ve ne rimette più volte argento'. Certo è che l'indagine in proposito non è stata finora criticamente condotta, preferendosi in tale materia le declamazione e le invettive; e non è escluso che, se fosse criticamente condotta, porrebbe giungere alla conclusione che il possesso del Regno di Napoli fu per la Spagna un accrescimento di potenza politica, e più ancora di prestigio, e un punto d'appoggio militare, ma, tutto sommato, una passività economica'. (p. 127)
(1913 - Luigi Pirandello, I vecchi e i giovani, Mondadori, Milano, 1979)
- "... a rappresentar la Sicilia come una catasta immane di legna, d'alberi morti per siccità, e da anni e anni abbattuti senza misericordia dall'accetta, poiché la pioggia dei benefizii s'era riversata tutta su l'Italia settentrionale, e mai una goccia ne era caduta su le arse terre dell'isola." (p. 316)
(1973 - Peter Nichols, Italia Italia, Garzanti, Milano, 1975)
- "Ricordo un giorno che sostavo in Calabria davanti a un cantiere edile dove si costruiva un albergo. Il finanziamento proveniva quasi per intero dalla Cassa per il Mezzogiorno, istituita nel 1950. Il concessionario di quel finanziamento, che presto avrebbe gestito un albergo redditizio destinato un giorno a diventare suo, era ad osservare il corso dei lavori. Ogni tanto si voltava e diceva : 'Eh già, noi qui siamo abbandonati, nessuno ha mai fatto niente per il Mezzogiorno'." (pp. 89-90)
(1882 - Pasquale Turiello, Governo e governati in Italia, Einaudi, Torino, 1980)
- “Il primo tentativo di questa attenuazione [del centralismo statale] fu la proposta del Minghetti del 1861, di distribuire lo Stato in regioni largamente autonome amministrativamente; proposta venuta meno per il giusto istinto della maggioranza della Camera di quel tempo, e specialmente dei meridionali”. (p. 17)
(1900 - Gaetano Salvemini, La Questione Meridionale e il Federalismo, in 'Movimento socialista e questione meridionale', Feltrinelli, Milano, 1973)
- “[Dunque], l'intervento negli affari meridionali degli 'Italiani delle altre province' - cioè l'unità amministrativa e militare - assicura l'impunità agli oppressori, legalizza l'oppressione, impedisce ogni reazione legale degli oppressi, schiaccia ogni reazione illegale; le masse meridionali abbandonate a se stesse - cioè liberate dalla camicia di forza dell'unità e autonome in una costituzione federale - troverebbero legalmente o illegalmente un rimedio”. (p. 179)
- “Accentrate la vita amministrativa a Roma e i reazionari conquistano immediatamente la maggioranza legale. Rendetela autonoma nelle circa trenta regioni italiane, e in molte regioni la reazione sarà sgominata a un tratto; nelle altre sarà per essa il principio della fine”. (p. 180)
- “Nessuna illusione è più fallace e pericolosa di questa, che un governo unitario, purché democratico, possa risolvere la questione meridionale”. (p. 188)
- “Il federalismo è utile economicamente alle masse del Sud, politicamente ai democratici del Nord, moralmente a tutta l'Italia”. (p. 191)
- '... non vi è lotta fra Nord e Sud: vi è lotta fra masse del Sud e i reazionari del Sud; vi è lotta fra le masse del Nord e i reazionari del Nord; e come i reazionari del Nord e del Sud si uniscono per opprimere le masse del Nord e del Sud, così le masse delle due sezioni del nostro paese debbono unirsi per sconfiggere a fuochi incrociati la reazione, sia essa delinquente con la camorra e con la mafia, sia ipocritamente onesta con Colombo e Negri; viva essa sul lavoro non pagato dei cafoni pugliesi o su quello delle risaiole emiliane; prenda a suoi rappresentanti Crispi o Saracco; si affermi sulle colonne del Corriere della Sera o nei libri semiscientifici del Nitti'. (p. 191)
Ignoranza e Illusioni
(1781-1794 - Giuseppe Maria Galanti, Relazioni sull'Italia meridionale, a cura di Tommaso Fiore, Universale Economica, Milano, 1952)

- “In Gravina [Terra di Bari] soltanto si vede una biblioteca pubblica, senza alcuno studioso: si tiene aperta ogni giorno per la sua ventilazione”. (p. 75)
(1915 - Norman Douglas, Vecchia Calabria, Giunti Martello, Firenze, 1978)
- “... il frastuono delle province napoletane, ove le chiacchiere sostituiscono il pensiero ... “. (p. 47)
(1925 - Benedetto Croce, Storia del Regno di Napoli, Laterza, Bari, 1980)
- 'Non già che l'Italia meridionale non fosse dotta in lettere e in altre cose, e non lussureggiasse d'arte nel corso del cinque e seicento'. "Ma ... quell'arte napoletana, ragguardevole per certi rispetti, dava nel sensuale e nell'estrinseco, al pari della poesia; e gli studi consistevano principalmente in erudizione, utile talvolta come raccolta di notizie, ma più spesso affastellata e poco critica, in arida teologia e scolastica, e assai meno in indagini di fisica e di scienza naturale'. (p. 136)
- 'Non si tenta di mettere in armonia le premesse con la conclusione o la conclusione con le premesse, e non si approfondiscono i fatti che si osservano, e che, invece di sottoporre a critica, si preferisce inquadrare in un giudizio preformato e come di prammatica o di cerimonia. Assai spesso, ogni difficoltà è disbrigata, ogni questione è risoluta con qualche facile teoria, come quella che riportava la causa delle invasioni e delle guerre di continuo sofferte dal Regno di Napoli alla ricchezza del paese, da tutti bramato ed invidiato, o l'altra che faceva intervenire la fortuna, o addirittura la maligna disposizione degli astri'. (p. 138)
(1957 - Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli, Milano, 1978)
- "Vostra Eccellenza lo sa; non se ne può più: perquisizioni, interrogatori, scartoffie per ogni cosa, uno sbirro a ogni cantone; un galantuomo non è libero di badare ai fatti propri. Dopo, invece, avremo la libertà, la sicurezza, tasse più leggere, la facilità, il commercio. Tutti staremo meglio: i preti soli ci perderanno". (p. 25)
- "Come dei clinici abilissimi nelle cure ma che si basassero su analisi del sangue e delle orine radicalmente erronee, e per far correggere le quali fossero troppo pigri, i Siciliani (di allora) finivano con l'uccidere l'ammalato, cioè loro stessi, proprio in seguito alla raffinatissima astuzia che non era quasi mai appoggiata a una reale conoscenza dei problemi o, per lo meno, degli interlocutori'. (pp. 71-72)
Imbroglio e Furbizia
(1842 - Arthur John Strutt, Calabria Sicilia 1840, Edizioni scientifiche italiane, Napoli, 1970)

- 'Stamane [a Tarsia] dopo aver regolato il conto con l'oste e cioè, dopo averlo ridotto al solito di 1/3 circa, ci rimettemmo in cammino'. (p. 128)
- 'Qui [a Rogliano], perfino al mercato, nessuno discute sul prezzo di una libbra di pecorino o di salame senza portare con sé, per misura di precauzione, il lungo fucile sulla spalla'. (p. 136)
- "L'idea che uno possa combattere un altro lealmente lo colpisce come qualcosa di mirabile ed inusitato". "Qui se un uomo ha del rancore verso un altro afferra il fucile o l'accetta e si nasconde dietro una siepe ad attenderlo". (p. 186)
- "La presentazione che fece [il mulattiere] degli abitanti del luogo [Reggio Calabria] non fu lusinghiera. Sintetizzò ogni cosa dicendo: 'Tutti ladri'." (p. 206)
- "Il nostro mulattiere aveva preso accordi con due personaggi della sua stessa professione ... li impegnò a trasportarci a Reggio. Noi non avemmo nulla in contrario. Perciò lo pagammo e gli chiedemmo di dare immediatamente agli altri due la cifra fra loro convenuta. Delle piastre che era stabilito dovessimo dargli per tutto il viaggio, riservando modestamente per sé soltanto 10 carlini dei 12 pattuiti, in considerazione delle 8 miglia che aveva fatto con noi, generosamente destinò gli altri 2 carlini ai confratelli per compensare le 20 miglia che restavano da fare". (p. 208)
(1882 - Pasquale Turiello, Governo e governati in Italia, Einaudi, Torino, 1980)
- “... nelle relazioni tra padrone e servo, fornitore e compratore, come la misura e il limite sono naturalmente appresi da ciascuno poco nettamente, ciascuno preferisce compensare l'usurpazione col danno, anzi che fermarsi entrambi al confine comune del giusto. Il venditore chiederà abitualmente il doppio o il quadruplo di ciò che vale un oggetto; ma egli sa che solitamente gli si vorrà dare la metà o il quarto di quel che avrà chiesto”. (p. 109)
- "... un altro effetto caratteristico nella borghesia del Napoletano, l'adorazione e la fede massima nella furberia, come mezzo e come scopo nella vita, perché vi è supremo e continuo diletto nell'animo. Ora è un fatto storico e giusto che un popolo di furbi, tra più vittorie individuali, non conti che sconfitte collettive, a fronte de' più forti perché più disciplinati." (p. 112)

(1901 - George Gissing, Sulla riva dello Jonio, Cappelli, Imola, 1962)
- "Le mie esperienze di viaggio in Italia mi hanno reso diffidente, ma dopo risultò che mi avevano detto la verità. Era chiaro che, se volevo proseguire subito, dovevo intavolare trattative all'albergo e, dopo aver mangiato con calma, così feci. Presto, si presentò un uomo che era disposto a portarmi oltre i monti, a un prezzo che capii assurdo; il guizzo che ebbe negli occhi mentre diceva la cifra bastò ad illuminarmi. Secondo il libro era un viaggio di non più di quattro ore; il vetturino dichiarò che ne sarebbero occorse sette o otto. Dopo un po' di tira e molla, accettò metà della cifra iniziale e se ne andò tutto contento ad attaccare i cavalli." (pp. 28-29)
- "Lenormant parla con eloquenza degli aranceti di Cotrone. Per visitarli era necessario un permesso, e mi recai in municipio per parlare col Sindaco e chiedere il suo aiuto. Fui fatto entrare senza difficoltà. In un ufficio bene arredato sedevano due signori robusti, che fumavano il sigaro perfettamente a loro agio; il Sindaco mi pregò di accomodarmi e mi scrutò con una perplessa curiosità mentre gli esponevo il motivo della mia venuta. Sì, certo, poteva permettermi di visitare il suo aranceto, ma perché volevo vederlo? La risposta che ogni mio interesse era per le bellezze naturali del luogo non lo persuase; pensava che fossi qualche speculatore. Era un pensiero abbastanza naturale. In tutto il Mezzogiorno d'Italia il denaro è l'unico argomento a cui gli uomini pensino; non esiste una vita intellettuale; è molto scarsa anche quella che potremmo chiamare l'istruzione più rudimentale. Quelli che hanno delle ricchezze vi stanno ferocemente attaccati; e la massa non ha tempo né desiderio di occuparsi di altro che dei mezzi di sussistenza; il che, per le masse, significa solo poter placare la fame". (p. 67)
- "... il padrone dell'Albergo Nazionale mise a dura prova la mia calma. Non solo mi addebitò il triplo della somma che sarebbe stata ragionevole per le pietanze che non avevo potuto mangiare, ma il conto della colazione del mio conducente conteneva delle voci così incredibili che dovetti chiedere al ragazzo che cosa avesse davvero mangiato. Risultò un caso antipaticissimo di estorsione, e il tono di cupa minaccia con cui l'uomo rispose alle mie proteste non aiutò ad appianare le cose". (p. 128)
(1915 - Norman Douglas, Vecchia Calabria, Giunti Martello, Firenze, 1978)
- "Fu convocato un vetturino e le trattative per partire il mattino successivo furono portate a termine. Sessantacinque franchi, cominciò a dirmi, era il prezzo pagato da un inglese l'anno precedente per una visita di un giorno al sacro monte. Forse è anche vero, gli stranieri sono pronti a far qualsiasi cosa, in Italia." "Ricordai all'uomo che c'era un servizio di diligenze che faceva andata e ritorno per un franco e mezzo e già quel prezzo mi sembrava piuttosto esoso". (pp. 24-25)
- "Uno straniero ... se pone domande riceverà risposte dettate unicamente dal sospetto o dal deliberato desiderio di sviare". (p. 87)
- "È vostro dovere, questo è il punto chiave, mostrare soprattutto che non siete scemo, peccato imperdonabile nel sud. Potete essere un imbroglione o un assassino, perché no? è una vocazione come qualsiasi altra, una vocazione da 'uomini'. Ma colui che non sa prendersi cura di se stesso - vale a dire del proprio denaro - è persona di cui non ci si può fidare, in nessun frangente della vita; non è persona di qualche importanza; non è un uomo." (p. 161)
(1944 - John Hersey, Una campana per Adano, Mondadori, Milano, 1973)
- "... il carrettiere era un certo Errante Gaetano, il quale poche ore prima aveva venduto a dei soldati americani tre dozzine di uova a un prezzo quattordici volte superiore a quello corrente; e aveva subito investito la maggior parte del ricavato in vino acquistato dal suo amico Matagliano, ed ora dormiva un sonno profondo e felice sul suo carretto". (p. 55)
- "Quattro soldati entrarono da un barbiere e, facendo segni con le dita intorno alla testa, indicarono che desideravano tagliarsi i capelli. Nessuno di loro parlava italiano, perciò pagarono basandosi su quanto era costato loro in America l'ultima visita dal barbiere. Ognuno aveva tirato fuori un biglietto da cinquanta dicendo: 'Il resto è per te, Joe'. Il prezzo giusto per il taglio dei capelli era di tre lire e per la barba di due lire. In una sola mattinata il barbiere aveva guadagnato duecento lire. Si ritirò dagli affari e per tre settimane si rifiutò di eseguire tagli di capelli, finché non gli vennero meno i fondi." (pp. 143-144)
(1964 - Luigi Barzini, Gli italiani, Mondadori, Milano, 1978)
- "Un manuale famoso sul modo di giocare a scopa, scritto da Monsignor Chitarella, napoletano, incomincia così : 'Regola numero uno: cercare sempre di vedere le carte dell'avversario'." (pp. 210-211)
Modernità e Progresso
(1753 - Antonio Genovesi, Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze, Feltrinelli, Milano, 1962)

- "Ultimamente io pongo per sesta causa della ricchezza, potenza e felicità d'un popolo, il buon costume, o quel che colui disse 'incoctum generoso pectus honesto' [Persio, Satire, II, 74 : 'Petto caldo d'onestà generosa']". (p. 268)
- "Imperocché la gente di mal costume non solo non esercita quella parte d'industria che a sé tocca, e che unita a quella di tutti gli altri è la più potente cagione di rendere uno stato ricchissimo e fertilissimo, ma attraversa ed impedisce eziandio in infinite maniere quella de' buoni". (p. 269)
(1757 - Antonio Genovesi, Ragionamento sul commercio in universale, Feltrinelli, Milano, 1962)
- "... se noi non andiamo là, dove e' pare che noi possiamo pure andare, sia da attribuire più a mancanza di saperlo e volerlo, che o al sito, o al tempo, o a quella che altrui piace chiamar fortuna, e la quale secondo che le storie umane c'insegnano, e che i savi dimostrano, non è giammai a coloro mancata, che hannovi adoperato senno e valore : Chi non è savio, paziente e forte, lamentisi di sé, non della sorte". (p. 331)
(1945 - Carlo Levi, Cristo si è fermato ad Eboli, Mondadori, Milano 1969)
- "Cristo si è davvero fermato ad Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né l'anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia". (p. 15)
- ".. nessuno degli arditi uomini di occidente ha portato quaggiù il suo senso del tempo che si muove, né la sua teocrazia statale, né la sua perenne attività che cresce su sé stessa. Nessuno ha toccato questa terra se non come un conquistatore o un nemico o un visitatore incomprensivo." (p. 15)
(1964 - Luigi Barzini, Gli italiani, Mondadori, Milano, 1978)
- "Il fatto che molte caratteristiche e abitudini meridionali possono essere considerate tipiche di una società 'agricola', 'feudale', e 'precapitalistica', è una spiegazione soltanto parziale e ingannevole, anche se seducente. Presume che i meridionali sarebbero settentrionali se solo fossero circondati dalle opportune strutture politiche ed economiche. Ma non è così. Industrie, ad esempio, sorsero a entrambe le estremità dell'Italia, press'a poco nello stesso periodo, agli inizi del diciannovesimo secolo. Dopo l'unificazione, in condizioni teoricamente identiche, declinarono nel Sud e fiorirono nel Nord. Si disse, autorevolmente che il decadimento industriale dipendeva dal fatto che il Sud era feudale. Il Nord, naturalmente, era altrettante feudale. Si disse che dipendeva dal fatto che il Sud era stato governato per secoli dall'oppressione straniera; ma quasi tutto il Nord era stato governato nello stesso modo da stranieri altrettanto tirannici. Si disse che il Nord era più vicino ai mercati stranieri. In realtà era separato dalle Alpi, mentre il Sud non mancava di buoni porti comodamente situati. Né il Nord né il Sud possedevano miniere di carbone e riserve di materie prime a basso prezzo. Si afferma che gli italiani del Sud siano stati vittime della burocrazia settentrionale e impoveriti dai concorrenti piemontesi e lombardi. In realtà l'amministrazione dello Stato, dopo l'unità d'Italia divenne rapidamente meridionale in misura predominante". (pp. 270--271)
(1975 - Giuseppe Fava, Gente di rispetto, Bompiani, Milano, 1975)
"Una rivoluzione significa abbattere le regole del mondo per sostituirle con altre." "Tuttavia le regole del mondo, i diritti, i codici, la politica, i sindacati... qui sono soltanto una recita... nella realtà non esistono. Come si può abbattere una cosa che non esiste?" (p. 207)
Napoli
(1878 - Renato Fucini, Napoli a occhio nudo, Einaudi, Torino, 1976)

- "S'io ti dovessi dipingere i colori del camaleonte o disegnarti le forme di Proteo, in verità mi sentirei meno imbrogliato che a darti una netta definizione di quello che mi è sembrato essere il carattere di questo popolo." "Ad un tratto ti sembreranno ingenue creature e ti sentirai portato ad amarle; non avrai neanche finito di concepire questo sentimento, che ti appariranno furfanti matricolati. Ora laboriosissimi per parerti dopo accidiosi; talvolta sobrii come Arabi del deserto, tal altra intemperanti come parassiti; audaci e generosi in un'azione, egoisti e vigliacchi in un'altra". (p. 17)
- "Con la più feroce usura, si strozzano fra loro. La passione per il giuoco in genere ed in ispecie per il Lotto giunge fino alla frenesia, e forse il desiderio di soddisfare a questa sfrenata libidine ... è ciò che li agita, che li accapiglia e li porta a lavorare rabbiosamente, per poi più rabbiosamente che mai correre a gettare i loro miseri guadagni in quel baratro d'immoralità, che insieme colla usura concorre a spolpare questi iloti e a mantenerli nel puzzo delle loro tane, dove come porci s'imbragano e gavazzano". (pp. 25-26)
- "Lasciateli svoltolarsi nel loro fango e date loro chiocciole e maccheroni a poco prezzo, non chiederanno mai qual forma di Governo regga il loro paese". (p. 29)
(1915 - Norman Douglas, Vecchia Calabria, Giunti Martello, Firenze, 1978)
- "Ci credereste che Napoli è circondata da una torreggiante muraglia cinese, lunga miglia su miglia, sovrastata da un complicato sistema di sonerie d'allarme e pattugliata giorno e notte da un'orda di doganieri armati fino ai denti - per tema che qualche contadino possa gettare un mazzo di cipolle entro i sacri limiti della città senza pagare la tassa di pochi centesimi? Nessuna nazione che abbia il senso dell'umorismo ammetterebbe questo stato di cose. Tutti sono infastiditi dalle arie di questo esercito di funzionari fannulloni che infestano il luogo e che sarebbero sfruttati assai meglio se impiegati a piantar cipolle sui tanti chilometri d'Italia che sono tuttora incolti; i risultati del sistema si sono rivelati inadeguati, 'ma', come mi chiese una volta il mio amico, deputato a Roma, 'se lasciamo andare questa gente dal loro impiego che cosa gli faremo fare?' 'Niente di più semplice' risposi. 'Assumeteli nel Consiglio Municipale di Napoli. È già dotato di una quantità di impiegati che supera quella di tutti gli uffici governativi di Londra messi insieme; qualcuno in più certo non cambierà molto le cose!' 'Perbacco!' esclamò lui. 'Voi stranieri ne avete di idee! Potremmo liberarci di almeno dieci-quindicimila di loro, nel modo che avete suggerito voi. Mi prenderò un appunto di questo per la nostra prossima seduta'." (p. 50)
(1925 - Benedetto Croce, Storia del Regno di Napoli, Laterza, Bari, 1980)
- "... passando dalla particolare taccia d'incostanza a investigare nel generale la moralità delle popolazioni napoletane, si cominciò a porre in contrasto la bellezza naturale del paese meridionale, che si paragonava a un paradiso, con gli uomini che vi nascevano, 'di poco ingegno, maligni, cattivi e pieni di tradimento', e sorse il proverbio che ebbe corso nel cinquecento e anche dopo: che il regno di Napoli era un 'paradiso, ma abitato da diavoli'." (p. 69)
(1949 - Curzio Malaparte, La pelle, Mondadori, Milano, 1981)
- 'Il popolo napoletano sarebbe morto di fame già da molti secoli, se ogni tanto non gli capitasse la fortuna di poter comprare e rivendere tutti coloro, italiani o stranieri, che pretendono di sbarcare a Napoli da vincitori e da padroni'. (p. 19)
- 'La peste era scoppiata a Napoli il 1 ottobre 1943, il giorno stesso in cui gli eserciti alleati erano entrati come liberatori in quella sciagurata città'. (p. 24)
- 'L'atroce sospetto che lo spaventoso morbo fosse stato portato a Napoli dagli stessi liberatori, era certamente ingiusto: ma divenne certezza nell'animo del popolo quando si accorse, con meraviglia confusa a superstizioso terrore, che i soldati alleati rimanevano stranamente immuni dal contagio'. (p. 25)
- "Era, quella, una peste profondamente diversa, ma non meno orribile, dalle epidemie che nel medioevo devastavano di quando in quando l'Europa. Lo straordinario carattere di tal nuovissimo morbo era questo: che non corrompeva il corpo, ma l'anima. Le membra rimanevano in apparenza intatte, ma dentro l'involucro della carne sana l'anima si guastava, si disfaceva. Era una specie di peste morale, contro la quale non pareva vi fosse difesa alcuna". (p. 26)
- "Gli stessi liberatori erano atterriti e commossi da tanto flagello. ... già da qualche tempo s'era insinuato nel loro animo ingenuo e buono il sospetto che il terribile contagio era nel loro sorriso onesto e timido, nel loro sguardo pieno di umana simpatia, nelle loro affettuose carezze. La peste era nella loro pietà, nel loro stesso desiderio di aiutare quello sventurato popolo, di alleviare le sue miserie, di soccorrerlo in quella tremenda sciagura. Il morbo era nella loro stessa mano tesa fraternamente a quel popolo vinto". (p. 29)
- "Come per tutti gli americani, Napoli era state per lui [Jack] una inattesa e dolorosa rivelazione. Aveva creduto di approdare alle rive di un mondo dominato dalla ragione, retto dalla coscienza umana: e s'era trovato all'improvviso in un paese misterioso, dove non la ragione, non la coscienza, ma oscure forze sotterranee parevano governare gli uomini, e i fatti della loro vita". (p. 31)
- "... il classico scenario delle colonne doriche dei templi di Pesto nascondevano ai suoi occhi un'Italia segreta, misteriosa: nascondeva Napoli, quella prima terribile e meravigliosa immagine di un'Europa ignota, posta al difuori della ragione cartesiana, di quell'altra Europa di cui egli non aveva avuto, fino a quel giorno, se non un vago sospetto, e i cui misteri, i cui segreti, ora che li veniva a poco a poco penetrando, meravigliosamente lo atterrivano". (p. 32)
- "Napoli è una Pompei che non è mai stata sepolta. Non è una città: è un mondo. Il mondo antico, precristiano, rimasto intatto alla superficie del mondo moderno". (p. 33)
Niente
(1915 - Norman Douglas, Vecchia Calabria, Giunti Martello, Firenze, 1978)

- 'Sul marciapiede della stazione di Reggio mi capitò una volta di contare cinque capistazione e quarantotto funzionari ferroviari che gironzolavano intorno con perfetta inefficienza. Che facevano? Nulla'. (p. 341)
(1950 - Francesco Jovine, Le terre del Sacramento, Einaudi, Torino, 1979)
- "C'erano pomeriggi lunghissimi in cui, seduti sul muricciuolo diruto davanti alla chiesa, guardavano nella valle senza dire una parola. Quella concordia nel silenzio e nell'apparente attenzione poteva far supporre che ci fosse una ragione concreta nell'attesa. E invece, al di fuori del lento cammino del sole, non accadeva nulla". (p. 169)
(1941 - Vitaliano Brancati, Gli anni perduti, Mondadori, Milano, 1976)
- "Quella di stare sdraiati sul letto, al buio, è la posizione più comoda per far scorrere il tempo: una volta chiudendo gli occhi, un'altra aprendoli e non vedendo nulla, una volta porgendo orecchio alla strada, un'altra alle mosche che cercano il giorno sul filo delle imposte, una volta addormentandosi, un'altra facendo pensieri che potrebbero molto bene far parte di un sogno, si scivola dalle otto alle undici, tac, con un colpo solo. Alle undici, Leonardo si alzava dal letto, si lavava, faceva colazione, si vestiva e, prima di uscire, poggiava per qualche tempo la fronte sui vetri del balcone e osservava la piazzetta sottostante. Oh! queste piazze in cui non accade niente! Come mai non accade niente? Vediamo un po': osserviamo in che modo non accade niente! È uno spettacolo interessante, e sempre nuovo, e alla fine inspiegabile, questo di una vita che non arriva a partorire mai nulla. 'Che gente!' mormorava Leonardo. 'Dei veri arabi'."(p. 23)
- "Usciva di casa alle dodici e mezzo. L'unica strada frequentata di Natàca era il lungo e diritto corso, tutto di selci scure, con palazzi panciuti e barocchi, anch'essi di pietra scura. Il sole batteva ora su un marciapiede ora sull'altro, e la gente passava col sole da un marciapiede all'altro. Tutti camminavano piano piano, lasciando per il maggior tempo che fosse possibile il piede in aria. Era inutile, infatti, era anzi riprovevole camminare velocemente, perché, una volta arrivati a un capo del corso, non restava che voltarsi e arrivare all'altro capo, e quindi ridiscendere, e poi risalire, e ridiscendere e risalire, tante e tante volte che non si riusciva più a contarle, o se ne aveva paura. Quasi tutti si conoscevano e quasi tutti si salutavano, dapprima con cenni lieti e affettuosi, poi con cenni più freddi, poi quando i 'di nuovo buongiorno!' pigliavano un tono canzonatorio, e il rivedersi ancora cominciava ad avere il significato che ha la grata per il prigioniero, allora non si salutavano più, cominciavano a desiderarsi l'un l'altro una subitanea partenza e, talvolta, la morte." (p. 24)
(1975 - Giuseppe Fava, Gente di rispetto, Bompiani, Milano)
- "Io mi auguro che tutto quanto ha dichiarato corrisponda a verità. Per sua conoscenza debbo tuttavia informarla che su quaranta persone qui interrogate non ce n'è stata una sola che abbia confermato i fatti da lei narrati e che pure sarebbero accaduti sulla pubblica piazza. Nessuno ha notato questo Calogero Villarà avvicinarsi a lei, né ha sentito pronunciargli parole di villania. Per maggiore precisione dirò che non si sono nemmeno accorti di lei, anzi non conoscono il suo nome, né l'hanno mai vista. Niente di niente!" (p. 38)
- "Ha visto ? Esattamente come trenta anni fa ... Come cento anni fa ... Non è cambiato niente, non cambierà mai niente ..."
"... il fatto è che lei non conosce questa gente e non può capire ... Essi vivono secondo la loro natura ..." "Da quando io li conosco non sono cambiati mai, l'unico scopo della loro vita è stato sempre quello di rubare sul lavoro e sul prodotto, il frumento, le olive, le bestie ... Starsene intanati nelle case senza far niente, far morire la campagna, strappare l'elemosina di un sussidio ..." "Ma non è questo soltanto. Voglio dire l'avidità, l'inerzia, l'abitudine a vivere come bestie ... Non è per questo che sono miserabili. Essi sono anche infidi, bugiardi e vili ..." (pp. 150-151)
- "In questo paese sembra che non accada mai niente: la gente sta immobile ad attendere, gli uomini in fila lungo i marciapiedi, le donne dietro i balconi delle case ... La verità è che qui accade tutto dentro le persone, nell'anima, voglio dire. Le persone stanno inerti ma le loro invisibili anime vivono una vita senza eguali!" "Scelga un uomo qualsiasi. Guardi: immobile sulla sedia, ascolta, guarda la strada, ogni tanto dice una parola; ma se potesse vedere dentro... quale torrente di desideri e di passioni! Quale sottigliezza e perfidia di ragionamenti, collera, odio, violenza... Quanta sottile pazienza! E i sogni? Ogni giorno egli si sveglia per ricominciare a sognare ..." (pp. 207-208)
- "Qui da cinquecento anni non si muove una foglia, non succede mai niente, ci sono terremoti, malattie, tifo, meningite, gli invasori che saccheggiano, eserciti che arrivano. Saraceni o americani, o chi diavolo arriva prima ... Bruciano le case, stuprano le donne e se ne vanno. Cinquecento anni di disastri, epidemie, stragi, ma nella sostanza non è mai accaduto niente, ogni volta tutto si ricompone perfettamente: da una parte pochi uomini che sono padroni e dall'altra una moltitudine di infelici, anzi di poveri imbecilli ignoranti". (p. 229)
Pessimismo e Inerzia
(1941 - Vitaliano Brancati, Gli anni perduti, Mondadori, Milano, 1976)

- "Qualsiasi cosa voi diciate, sembra una traduzione del seguente pensiero: il mondo è finito e noi siamo perduti". (p. 85)
(1975 - Giuseppe Fava, Gente di rispetto, Bompiani, Milano, 1975)
- "Qui c'è un paese che sembra popolato da ebeti, quasi tutti vivono seduti dinnanzi alla porta di casa con la coppola calata sulla fronte, guardando per anni le stesse cose, ascoltando le stesse parole e macinando forse gli stessi pensieri, cioè vivono e muoiono senza motivo apparente, come vivono le formiche o i fili d'erba ..." (p. 149)
- "Tu non vuoi capire la verità! La verità è che questo paese è morto, non c'è più speranza. Come si può lottare per una cosa che è morta? Gli uomini più poveri e più giovani se ne sono andati o se ne andranno. Restano solo quelli che ci vivono contenti..." (p. 212)
- "Un uomo che nasce in questo paese, a un certo momento della sua vita, deve fare la sua scelta. Ha tre possibilità. Anzitutto partire, andarsene in un altro luogo della terra, Milano, la Germania, l'Australia, abbandonare per sempre tutte le cose conosciute, la casa, i parenti, gli amici... tutto." "La seconda soluzione è ancora più difficile: restare in questo paese miserabile e cercare però di conquistarlo, cioè viverci almeno da padrone... Ti iscrivi a un partito politico, diventi amico e alleato dei più forti, prendi tutto quello che c'è da prendere con qualsiasi mezzo, l'inganno, la ruffianeria, l'amicizia, la violenza..." "Infine c'è la terza soluzione, cioè restare in mezzo a tutte queste cose che compongono la tua piccola vita: questo paese che muore, queste vecchie case, la povertà e l'ignoranza... ma anche gli amici, le abitudini, la tua famiglia... e scavarsi una nicchia dentro queste cose, starci dentro, al riparo, accontentarsi, vivere semplicemente... Il mondo passa lontano da te con tutte le sue altre cose affascinanti e sanguinose, ma tu le intuisci soltanto e non sai nemmeno come siano... Chiuso dentro la tua nicchia, così fino alla fine..." (pp. 213-214)
Rassegnazione e Sfiducia
(1882 - Pasquale Turiello, Governo e governati in Italia, Einaudi, Torino, 1980)

- "È difficile trovare nel mondo civile un ambiente in cui l'uomo si senta meno libero di quello in cui vive nella più parte dei comuni napoletani. Chi vi nacque, e n'esce, si vede generalmente che preferisce vivere fuori dovunque, purché viva; chi vi capiti, come talora un maestro o una maestra, prova subito punture e difficoltà infinite, tra il cozzo delle diverse clientele, o per la sopraffazione d'una sola". (p. 148)
- "La diffidenza ... è maggiore tra napoletano e napoletano che tra altri italiani nelle loro regioni. Lo speciale significato che dà il dialetto napoletano alla frase non mi fido è un indizio di questa diversità. Il napoletano dando a questa frase il significato del non aver fiducia in sé stesso, vi reputa inclusa la conseguenza, necessaria e ben sentita da lui, della eccessiva diffidenza verso degli altri. La sua diffidenza è assoluta e disperata."
"... la diffidenza eccessiva, se ineducata in un popolo, induce nei più la disposizione a diventar sudditi senza affetto e clienti senza devozione." (p. 225)
(1913 - Luigi Pirandello, I vecchi e i giovani, Mondadori, Milano, 1979)
- "Nessuno aveva fiducia nelle istituzioni, né mai l'aveva avuta. La corruzione era sopportata come un male cronico, irrimediabile; e considerato ingenuo o matto, impostore o ambizioso, chiunque si levasse a gridarle contro." (p. 144)
(1956 - Leonardo Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, Laterza, Bari, 1978)
- 'Regalpetra è un paese difficile, una decisione che richiede l'accordo di più di due persone difficilmente matura'. (p. 70)
- "Pare che a Regalpetra il regime commissariale sia il solo capace di risolvere quei problemi che nel Consiglio comunale si risolvono con la concorde volontà di almeno sedici persone; difficile a Regalpetra mettere sedici persone d'accordo, a meno che non si tratti di operare in danno di qualcuno, e preferibilmente in segreto". (p. 79)
(1975 - Giuseppe Fava, Gente di rispetto, Bompiani, Milano, 1975)
- "Sentiva un odio così violento, così cieco da essere tutt'uno con quel dolore in mezzo al petto. 'Razza di selvaggi, vivono dentro le tane e in mezzo alle bestie, non sanno leggere e scrivere, non si lavano, respirano il fetore dello sterco, hanno i figli paralitici, l'unica cosa che vogliono è il sussidio del Comune...'." (p. 87)
Risorse Naturali
(1753 - Antonio Genovesi, Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze, Feltrinelli, Milano 1962)

- "... le terre (del Regno di Napoli) sono in gran parte piane, grasse, innaffiate e fecondate da spessi fiumi e ruscelli: sono atte per la temperie dell'aria a tutte le spezie delle piante, de' semi, degli animali e di altre cose, non solamente di quelle che sono il primo sostegno della vita e de' comodi umani, come frumento, riso ed ogni genere di legumi: olio, mele ed erbe di tutte le sorti: pecore, capre, buoi, cavalli, asini, muli, porci: ma di quelle ancora che fanno una gran parte del lusso delle nazioni, come seta, dilicatissimi vini, frutti deliziosissimi, caccia di ogni sorte di fiere e d'augelli, copiosa pescagione de' mari e de' fiumi, ed altrettali". (p. 249)
- "Il clima è il più beato, essendo posto tra il 40º e il 41º grado della nostra latitudine, e sì per i mari che ci circondano, per le pianure e per i monti temperato, che né eccessivi freddi, né eccessivi caldi vi regnino giammai. Ed oltre a ciò il cielo è più tosto abbondante che scarso di rugiade, di piogge e di grasse e feconde nevi". (p. 249)
(1925 - Benedetto Croce, Storia del Regno di Napoli, Laterza, Bari, 1980)
- '... il paese ... è stato lungo i secoli, e fino ai nostri giorni, celebrato e invidiato e bramato come ricchissimo per profusi doni di natura, una terra promessa o un paradiso; e ora, tutt'all'opposto, spregiato o compassionato come uno dei più aridi e poveri'. 'Ma poi da queste osservazioni si vuol trarre la conseguenza che il Regno non potesse avere storia se non miserabile; ed è illazione arbitraria, perché in terre povere si è svolta vigorosa storia politica quando i loro abitatori hanno dispiegato animo grande, e terre fertilissime sono state asservite e sfruttate da stranieri. Se la condizione naturale delle terre determinasse la storia politica, questa dovrebbe essere scritta dagli agronomi, e non dai politici: il che par duro a concedere'. (pp. 39-40)
- "La storia non è già un 'fenomeno naturale', ma un 'fenomeno morale', e non si spiega mercé una causa unica, quale che questa sia, e neppure mercé una molteplicità di cause, ma solo con ragioni interne, come sforzo spirituale: sforzo che urta in ostacoli e li supera e se ne fa sgabello, e ne è talora come sopraffatto e si risolleva per superarli daccapo. Clima, ubertosità o avarizia di terreno, salubrità o insalubrità, posizione geografica, disposizioni etniche, strade e mancanze di strade, spostamenti di linee commerciali, e simili, sono tutte cose importanti, se considerate come condizioni o materia o strumenti, tra cui e su cui e con cui si travaglia lo sforzo spirituale, che deve formare sempre il punto centrale della considerazione; ma tutte prive d'importanza prese per sé, fuori del centro, inerti e incapaci di condurre ad alcuna conclusione. Ciascuna di esse, infatti, può diventare, secondo i casi, forza o debolezza; la povertà ingenerare vigore e ardimento o per contrario sfiducia e abbattimento, la ricchezza corruttela o migliore sanità; il medesimo clima (come diceva Hegel) accogliere indifferente le opere degli Elleni e l'ozio dei Turchi." (pp. 252-253)
Senso di inferiorità
(1867 - Carlo Filangieri in Luigi Barzini, Gli italiani, Mondadori, Milano, 1978)

- "Lasciò al figlio queste terribili parole: 'Credimi: per chiunque ha un po' di onore e un po' di sangue nelle vene, è una grande calamità nascere napoletani'. Per 'napoletano' intendeva un suddito del re di Napoli". (p. 207)
(1945 - Carlo Levi, Cristo si è fermato ad Eboli, Mondadori, Milano, 1969)
- "'Noi non siamo cristiani - essi dicono, - Cristo si è fermato ad Eboli - . Cristiano vuol dire - nel loro linguaggio, uomo: e la frase proverbiale che ho sentito tante volte ripetere nelle loro bocche non è forse nulla più che l'espressione di uno sconsolato complesso di inferiorità". (p. 15)
- "La Sconsolatezza di O. che era quella di tutti i meridionali che pensano con serietà ai problemi del loro paese, derivava, come in tutti, da un radicale complesso di inferiorità. Per questo può forse dirsi che è impossibile ad essi capire completamente la loro terra e i suoi problemi, poiché partono, senza avvedersene, da un confronto che non dovrebbe essere fatto, tutt'al più, se non dopo. Se si considera la civiltà contadina una civiltà inferiore, tutto diventa sentimento di impotenza o spirito di rivendicazione: e impotenza e rivendicazione non hanno mai creato nulla di vivo". (p. 158)
- '... quella rete di ragno dell'abitudine, dell'impunità e della rassegnazione'. (p. 164)
Stato
(1781-1794 - Giuseppe Maria Galanti, Relazioni sull'Italia meridionale, a cura di Tommaso Fiore, Universale Economica, Milano, 1952)

- 'Siccome in questa provincia [Terra d'Otranto] le cause politiche hanno fatto sorgere un gran numero di mendichi, così si è pensato più ad erigere ospedali che scuole di educazione, più a fondare monti da dispensare limosine che a mettere i cittadini nello stato di non curarle'. (p. 52)
(1882 - Pasquale Turiello, Governo e governati in Italia, Einaudi, Torino, 1980)
- "Lo Stato, da cui solo i meridionali usano aspettare ogni bene collettivo, li lascia ogni dì più a sé stessi, onde ogni dì più essi son ridotti a chiedere il bene individuale e immediato al potere, all'influenza personale di chi è in alto. Invece l'una e l'altra cosa, il progresso nazionale e quello dei privati interessi, è agevole incontrar chi li aspetti entrambi, nell'Italia superiore, dall'iniziativa concorde, se libera, degl'individui; perché meno pugnaci questi colà, e più convinti che si può procurare il proprio col vantaggio comune". (p. 224)
(1903 - Arcangelo Ghisleri, La Questione Meridionale, in Enzo Santarelli, 'Dossier sulle Regioni', De Donato Editore, Bari, 1970)
- "'La prima spinta ad ogni rinnovamento deve venire dagli interessati' - questo anche il Nitti afferma replicatamente con onesta franchezza. I meridionali devono cessare dallo sperare sempre e solo nel Governo. Si aggiunge anzi, dagli stessi scrittori più monarchicamente ortodossi, che il Governo è nel Mezzogiorno una delle più gravi cause di disordine morale. La tentazione di formarsi nel Sud delle maggioranze è troppo grande per potervi resistere; per cui il Governo, alla sua volta, subisce la clientela, ma anche la determina: qualche volta ne è figlio, spesso ne è padre'. "Eppure... dopo queste veraci e coraggiose premesse, gli empirici concludono che l'intervento delloStato (e ciò dopo una semisecolare prova dello stesso Governo) è inevitabile. Questa è la bancarotta della logica e del senso comune, sto per dire, del più elementare senso morale!' (pp. 90-91)
(1900 - Gaetano Salvemini, La Questione Meridionale e il Federalismo, in 'Movimento socialista e questione meridionale', Feltrinelli, Milano, 1973)
- "L'Italia meridionale è stata sempre, dal 1860 ad oggi, il serbatoio delle maggioranze ministeriali; è in grazia dei deputati meridionali, quasi tutti eternamente ministeriali, che si regge l'attuale ordinamento politico". (p. 174)
- 'Chi legge La fine di un Regno di Raffaele de Cesare, e prende nota di tutti i nomi dell'aristocrazia e dell'alta burocrazia borbonica, si trova ad aver fatto, alla fine della lettura, l'inventario di mezzo Senato, di mezza Camera dei deputati, di mezza alta magistratura, di mezzo alto esercito'. (p. 174)
(1915 - Norman Douglas, Vecchia Calabria, Giunti Martello, Firenze, 1978)
- 'Il tempo che si perde per le pratiche burocratiche ... provocherebbe dovunque una rivoluzione, salvo che tra uomini intorpiditi dalla consuetudine dell'abuso a questa particolare forma di tirannide'. (p. 52)
(1945 - Carlo Levi, Cristo si è fermato ad Eboli, Mondadori, Milano, 1969)
- 'C'è la grandine, le frane, la siccità, la malaria, e c'è lo Stato. Sono dei mali inevitabili, ci sono sempre stati e ci saranno sempre'. (p. 71)
- "Per i contadini, lo Stato è più lontano del cielo, e più maligno, perché sta sempre dall'altra parte. Non importa quali siano le sue formule politiche, la sua struttura, i suoi programmi. I contadini non li capiscono, perché è un altro linguaggio dal loro, e non c'è davvero nessuna ragione perché li vogliano capire. La sola possibile difesa, contro lo Stato e contro la propaganda, è la rassegnazione, la stessa cupa rassegnazione, senza speranza di paradiso, che curva le loro schiene sotto i mali della natura". (p. 71)
- "Tutti mi avevano chiesto notizie del mezzogiorno, a tutti avevo raccontato quello che avevo visto: e, se tutti mi avevano ascoltato con interesse, ben pochi mi era parso volessero realmente capire quello che dicevo. Erano uomini di varie opinioni e temperamenti: dagli estremisti più accesi ai più rigidi conservatori. Molti erano uomini di vero ingegno e tutti dicevano di aver meditato sul 'problema meridionale' e avevano pronte le loro formule e i loro schemi". (p. 207)
- "Alcuni vedevano in esso un puro problema economico e tecnico, parlavano di opere pubbliche, di bonifiche, di necessaria industrializzazione, di colonizzazione interna, o si riferivano ai vecchi programmi socialisti, 'rifare l'Italia'. Altri non vi vedevano che una triste eredità storica, una tradizione di borbonica servitù che una democrazia liberale avrebbe un po' per volta eliminato. Altri sentenziavano non essere altro, il problema meridionale, che un caso particolare della oppressione capitalistica, che la dittatura del proletariato avrebbe senz'altro risolto. Altri ancora pensavano a una vera inferiorità di razza, e parlavano del sud come di un peso morto, per l'Italia del Nord, e studiavano le provvidenze per ovviare, dall'alto, a questo doloroso dato di fatto. Per tutti, lo Stato avrebbe potuto fare qualcosa, qualcosa di molto utile, benefico, e provvidenziale". (p. 208)
- "Erano, in fondo, tutti degli adoratori, più o meno inconsapevoli, dello Stato; degli idolatri che si ignoravano. Non importava se il loro Stato fosse quello attuale o quello che vagheggiavano nel futuro: nell'uno e nell'altro caso era lo Stato, inteso come qualcosa di trascendente alle persone e alla vita del popolo; tirannico o paternamente provvidente, dittatoriale o democratico, ma sempre unitario, centralizzato e lontano". (p. 207)
- "... e mi avevano guardato con stupore quando io avevo detto che lo Stato, come essi lo intendevano, era invece l'ostacolo fondamentale a che si facesse qualunque cosa. Non può essere lo Stato, avevo detto, a risolvere la questione meridionale, per la ragione che quello che noi chiamiamo problema meridionale non è altro che il problema dello Stato". (p. 208)
- "Il problema meridionale non si risolve dentro lo Stato attuale, né dentro quelli che, senza contraddirlo radicalmente, lo seguiranno."
- "Bisogna che noi ci rendiamo capaci di pensare e di creare un nuovo Stato, che non può essere né quello fascista, né quello liberale, né quello comunista, forme tutte diverse e sostanzialmente identiche della stessa religione statale. Dobbiamo ripensare ai fondamenti stessi dell'idea di Stato". (p. 210)
- "Lo Stato non può essere che l'insieme di infinite autonomie, una organica federazione. Per i contadini, la cellula dello Stato, quella sola per cui essi potranno partecipare alla molteplice vita collettiva, non può essere che il comune rurale autonomo." "Ma l'autonomia del comune rurale non potrà esistere senza l'autonomia delle fabbriche, delle scuole, delle città, di tutte le forme della vita sociale". (p. 211)
(1950 - Ignazio Silone, The God that failed, Hamish Hamilton, London, 1950)
"Nel 1915 un terremoto di eccezionale violenza distrusse una larga parte della nostra provincia [negli Abruzzi] e uccise, in trenta secondi, circa cinquantamila persone." "Quello che sembrava alle persone povere della nostra zona come una più grave calamità, più grave di ogni cataclisma naturale, fu ciò che accadde dopo il terremoto. Il programma statale di ricostruzione venne portato avanti con una serie infinita di intrighi, frodi, furti, imbrogli, appropriazioni indebite e disonestà di ogni genere". (pp. 98-99)
Tasse e Angherie
(1781-1794 - Giuseppe Maria Galanti, Relazioni sull'Italia meridionale, a cura di Tommaso Fiore, Universale Economica, Milano 1952)

- 'Un cittadino come ha fatto un poco di fortuna vedesi esposto alle vessazioni di diverse razze di persone malefiche che sono il sindaco, il governatore, l'erario, lo scrivano e simili'. (p. 92 - Stato della Capitanata)
(1901 - George Gissing, Sulla riva dello Jonio, Cappelli, Imola, 1962)
- "[Certo], tutta la faccenda del dazio è spregevole e ridicola; non conosco spettacolo più degradante di quello di ufficiali in uniforme che frugano i miseri fagottini di contadine mezze morte di fame, strapazzando un pugno di cipolle, o punzecchiando con lunghi ferri una carrata di paglia. Nessuno avrà mai confrontato le spese con i risultati?" (pp. 33-34)
(1915 - Norman Douglas, Vecchia Calabria, Giunti Martello, Firenze, 1978)
- 'Qualsiasi tentativo di innovazione, nell'agricoltura come nell'industria, è subito scoraggiato da nuovi e sottili gravami che stanno al varco, in attesa dell'italiano intraprendente, per punirlo delle sue idee. C'è, naturalmente, una tassa proibitiva su qualsiasi articolo o utensile fabbricato all'estero; c'è il dazio, residuo del medievalismo, la più irrazionale, la più futile, la più vessatoria delle tasse; vi sono imposte municipali da pagare sugli animali tenuti e su quelli uccisi, sul latte, sui sostegni delle viti, sul legname per impalcature e sul piombo e sulle tegole e sul vino - su ogni oggetto possibile e immaginabile che il contadino produce o di cui necessita per la propria esistenza'. (p. 51)
- "Sentiamo parlare molto di grandi artisti e di filosofi teorici della vecchia Italia. Gli artisti dell'Italia moderna sono i suoi burocrati che istituiscono ed elaborano le tasse; i suoi filosofi sono i contadini che le pagano". (p. 51)
- "C'è una tassa di un franco giornaliero su ogni mucca, e una mandria di dieci capre, appena sufficienti a mantenere in vita un poveretto, deve pagare 380 franchi l'anno di dazio. Questi e altri furti legalizzati, che in una popolazione più virile farebbero sì che il sindaco e la giunta cittadina fossero immediatamente appesi al primo lampione stradale, sono sopportati con pazienza. È, l'imbelle Tarentum, una razza senza energia'. (p. 135)
Tempo
(1915 - Norman Douglas, Vecchia Calabria, Giunti Martello, Firenze, 1978)

- "I meridionali non hanno fretta; e quando non si ha fretta non si impara il valore dell'onestà come 'salvatempo'." (p. 399)
(1945 - Carlo Levi, Cristo si è fermato ad Eboli, Mondadori, Milano, 1969)
- "Nell'uguaglianza delle ore non c'è posto né per la memoria né per la speranza: passato e futuro sono come due stagni morti. Tutto il domani, fino alla fine dei tempi, tendeva a diventare anche per me quel vago 'crai' [domani] contadino, fatto di vuota pazienza, via dalla storia e dal tempo". (p. 176)
(1941 - Vitaliano Brancati, Gli anni perduti, Mondadori, Milano, 1976)
- "Il modo di passare la serata e, in generale, il tempo era una faccenda di gran peso a Natàca". (p. 8)
- "Il sabato, tutta la città era affaccendata a discutere dove e come passare la domenica. Sebbene molti cittadini fossero lavoratori e studiosi, tuttavia accadeva sempre che, dopo le ore del lavoro e dello studio, essi si trovassero con una grande quantità di tempo da far passare. La cosa si aggravava per coloro che non avevano nulla da fare; questi ultimi erano, per la maggior parte, dei possidenti, dei ricchi; e purtroppo, fra gli oggetti principali di cui la ricchezza adorna un giovanotto, c'è un orologio, un grosso orologio d'oro, un orologio di precisione, con quattro lancette, una per le ore, una per i minuti primi, una per i minuti secondi, e una quarta, esilissima, per le frazioni di secondo". (p. 9)
- "C'erano a Natàca ore lentissime che non volevano muoversi né con le buone né con le cattive. Tuttavia il modo di consumarle lo si trovava sempre. I cervelli erano sottili! Il triste era che, una volta passate, quelle ore non lasciavano nel ricordo più nulla, nemmeno la stanchezza di averle dovute spingere innanzi con tanta fatica. Si somigliavano tutte stranamente, sicché di molte sere se ne ricordava una sola, e di molte domeniche appena una. Il pensiero dell'avvenire era faticoso, ma quello del passato non lo era per nulla". (p. 10)
- '... certo è che fra gente che andava su e giù per ore intere sullo stesso marciapiede, facendo qualche volta un vago gesto d'impazienza, ma in realtà non aspettando nessuno, e gente che stava ferma per ore intiere ad ascoltare una musica che non le piaceva affatto, i cani randagi, con la loro corsa diritta, con la loro aria di chi ha uno scopo e una meta (tanto che i cittadini si domandavano con un senso d'invidia: ma dove vanno, questi cani?) erano i soli che tenessero alto il prestigio dell'Occidente'. (p. 11)
- 'Un mese!' ripetè Buscaino ritto sul secondo pianerottolo dello scalone. 'Avete sentito? Un mese. Così come se dicesse: mezz'ora. Ma che idea hanno della vita umana, quaggiù?...'. (p. 95)