Da Paolo Sylos Labini, (a cura di Roberto Petrini), Ahi Serva Italia, Laterza, 2006 pp. 89-90
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Salvare l’Europa.
Gli uomini della Lega, appoggiati nei fatti da Tremonti e da Berlusconi, sostengono che l’Europa ha portato quasi solo danni e col Patto di stabilità ci ha legato le mani: non si tratta di rivedere il patto, come sostengono le persone responsabili, si tratta di avere le mani libere per adottare una robusta politica di sviluppo, infischiandosene del deficit pubblico. Chi sostiene questa tesi dimostra una bestiale ignoranza. L’euro ha drasticamente ridotto l’inflazione soprattutto ponendo fine alle svalutazioni competitive, e ha determinato una forte riduzione del saggio dell’interesse, con vantaggio delle famiglie (mutui), delle imprese (prestiti) e dello Stato, che ha ottenuto rilevanti risparmi sugli interessi dei titoli, risparmi che hanno contribuito in misura decisiva a frenare il deficit e il debito pubblico: nessun paese resiste a lungo alla crescita di quel deficit e di quel debito.
Oggi l’Unione europea è in crisi. È tuttavia evidente che la crisi verrà superata perché oramai è sorta una rete di robusti interessi economici e commerciali e una rete di vantaggi politici, primo fra tutti la drastica riduzione dei rischi di guerre periodiche per la supremazia in Europa.
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Risanare i conti pubblici, oggi in grave dissesto soprattutto per l’insensata (e truffaldina) politica di ridurre le tasse. Conviene puntare in primo luogo sulla lotta all’evasione fiscale: c’è la formula di Rivoli - il comune in provincia di Torino che ha affidato a una società privata il censimento degli immobili - che ha avuto un ottimo successo, è stata imitata da numerosi comuni e non è vessatoria. Perché non trasformarla in una legge, con gli opportuni adattamenti?
Rilanciare gli investimenti, pubblici e privati, amplificando le privatizzazioni.
Rafforzare le tutele per i lavoratori precari, che debbono averne di più di quelle garantite ai lavoratori stabili, i quali hanno appunto il vantaggio della stabilità.
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Conclusioni
Un uomo di cultura è tale se sa guardare in modo non superficiale oltre il presente, sia verso il passato sia, per formulare congetture, ipotesi e decisioni - soprattutto se è uomo politico -, verso il futuro. Berlusconi più che furbo è astuto e sa scegliere i consiglieri per le sue varie attività, che sono tante e tante e sono tutte tese a mantenere il potere. Per nostra umiliazione non è uomo di Stato e non è uomo di cultura.
Un punto che appare evidente a tutti gli uomini anche di media o perfino di bassa cultura, e cioè che l’importanza dell’Unione europea non sta tanto nell’economia quanto nella politica - niente meno, eccetto cataclismi oggi non prevedibili, ha reso impossibili le guerre, in un continente caratterizzato da "guerre civili" dalla notte dei tempi -, a Berlusconi non interessa granché: semplicemente, di questo fatto enorme se ne infischia.
L’Europa ha poi avuto grande importanza dal punto di vista economico, come dirò fra un momento.
Questo Berlusconi proprio non lo ha capito, come non l’ha capito Tremonti, pur volendo farsi considerare come economista, preferibilmente geniale.
Così entrambi hanno dato al passaggio dalla lira all’euro la colpa per certi aumenti maggiori della norma dei prezzi al minuto, aumenti che in Italia pur ci sono stati, ma, che sono dovuti non al passaggio in quanto tale dalla moneta nazionale all’euro, bensì al fatto che, a differenza degli altri paesi europei, il governo non ha preso le misure che doveva prendere, per esempio accordi con le società della grande distribuzione.
Tutti i paesi hanno avuto difficoltà coi conti pubblici per via dell’avversa congiuntura internazionale; ma l’Italia è anche in tale campo "maglia nera". Tremonti ha preso la palla al balzo per ridurre al minimo i vincoli del Patto di stabilità e non ha fatto di peggio solo perché gli altri paesi glielo hanno impedito; non si trattava di scardinare quel Patto, ma di adattarlo alle nuove circostanze.
In tutto questo, approfittando delle scarse conoscenze economiche della gente, sono stati messi in ombra due fatti di grande rilievo: in Italia sono state rese impossibili le "svalutazioni competitive", fomite d’inflazione e di ostacolo alle innovazioni tecnologiche, ed è stata drasticamente frenata la velocità dell’inflazione.
Corrispondentemente è stato reso possibile un saggio dell’interesse basso, come non si era quasi mai visto, e stabile, ciò che ha favorito gli investimenti delle imprese, i mutui delle famiglie, oltre che il risanamento del bilancio pubblico. Tutto ciò o non si tiene in conto o si trascura, deliberatamente, impedendo alla gente di comprendere i vantaggi dell’Unione europea.
Siamo invece in tanti e tanti a credere che la nostra salvezza politica ed economica risieda principalmente nell’Europa. Non bisogna però accontentarsi di quel che si è fatto e di mantenerlo. Così con Giorgio Ruffolo, che per anni è stato parlamentare europeo, e con Giulietto Chiesa, che lo è ancora, abbiamo pensato a un Piano europeo che dovrebbe fondarsi sulla combinazione di infrastrutture alla Delors e d’investimenti privati innovativi. Le ristrettezze finanziarie odierne riguardano i conti pubblici nazionali, ma in Europa la liquidità abbonda, cosicché si potrebbe lanciare con successo un prestito obbligazionario, secondo una vecchia idea. Le risorse ottenute potrebbero essere gestite dalla Banca europea degli investimenti con pochi adattamenti. I progetti d’investimento pubblico e privato dovrebbero avere un interesse europeo ma in una prima fase non potrebbero essere ambiziosi: occorre un rodaggio. In seguito, se tutto va bene, potrebbero diventarlo. Il Piano potrebbe avere in Italia una nuova base industriale, secondo un progetto che promossi anni fa e che è stato elaborato dal Cnel dal settembre 2004 al maggio 2005, e da me illustrato in un articolo apparso sul “Sole 24 Ore” del 15 luglio 2005, poi modificato sulla base delle proposte degli stessi industriali; le indicazioni sul progetto aggiornato sono contenute in un articolo dello stesso giornale del 15 novembre 2005. Su entrambe le iniziative il presidente Ciampi ha manifestato pubblicamente il suo pieno appoggio.
Dai rapporti che abbiamo avuto coi distretti è stato ribadito che il problema prioritario è quello dell’energia; in Italia ci sono i prezzi più alti d’Europa. Conviene studiare un programma aperto a tutti i paesi europei, per dare un forte impulso alle ricerche e fare in modo che l’energia possa diventare più a buon mercato per tutti.
C’è un’iniziativa non economica, completamente diversa ma anche più importante, che l’Europa potrebbe intraprendere: promuovere una missione veramente di pace in quel tormentato paese che è l’Iraq, dove noi italiani siamo entrati in modo truffaldino, travestiti da missione di pace, mentre si trattava di una missione di guerra. Ritengo che anche gli Stati Uniti e l’Inghilterra sarebbero favorevoli a una tale missione, che potrebbe aiutarli a uscire da quell’inferno che loro stessi hanno creato.
Sono idee e iniziative che possono dare nuovo vigore al ruolo dell’Europa nel mondo. Ciò darebbe anche a noi una speranza, di cui abbiamo bisogno come l’aria.
Un appello accorato
Dopo questo intermezzo di speranza, ritorno al tema dominante. Vorrei soffermarmi sulla maledizione dei figli dei "moderati" di Bergamo, che va presa molto sul serio. Essa, lo dico con dolore, potenzialmente riguarda tutti i leader, Prodi incluso, se non cambiano linee di azione.
Rischiando di apparire un ingenuo vorrei esprimere un auspicio, anzi un appello appassionato. I leader del centrosinistra da giovani non erano così cinici, avevano ideali che poi l’esperienza politica del nostro infelice paese li ha spinti ad abbandonare. Certo, i membri dei partiti del centrosinistra, che si rendevano conto di come stessero andando le cose, sono stati troppo timidi, forse come strascico di un’antica, malintesa, disciplina di partito. Oggi i segni incoraggianti si moltiplicano, forse perché vedono la morte politica. Perciò dico loro: lasciate la strada che porta all’autodisistima generalizzata descritta spietatamente da Smith e da Leopardi e addirittura all’autodisprezzo.
Non dovete pensare che i vostri figli saranno orgogliosi di voi perché vi siete affermati politicamente.
Al contrario, quando "capiranno", si vergogneranno di voi. Recuperate gli ideali della vostra giovinezza. Sono pronto a superare i giudizi negativi se vengo convinto dai fatti; le parole non bastano.
Ecco, ho cominciato questo libro con un’invettiva.
Lo concludo con un appello accorato.

Riccardo Chiaberge, Intervista a Paolo Sylos Labini, CdS, 1995
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Ce la caveremo, professor Sylos Labini?
"Guardi, qualcuno mi ha definito un allegro pessimista. La mia rabbia è che ci vorrebbe poco, veramente poco, per fare dell'Italia un Paese civile, europeo. Certo, ci vuole altrettanto poco per finire in Africa...".
dal blog www.donatosperoni.it del 16 marzo 2010
[…] Le sue battaglie più appassionate di “socialista liberale” Sylos le combatté sul fronte delle idee. Considerava Nicolò Machiavelli, Karl Marx e Benedetto Croce responsabili a vario titolo dei mali italiani. Marx, che oltre a tutto era un uomo privo di principi morali (cosa difficile da accettare per uomo di valori intemerati come Sylos) aveva provocato nella sinistra italiana “danni tremendi”. Ci sarebbe voluta un’autocritica, che il machiavellismo imperante impedì ai comunisti e agli ex comunisti. Sul fronte opposto, i danni li aveva fatti Croce che, sulle orme di Vico, aveva creato una filosofia che era in realtà “la fabbrica del fumo”: filofesserie, come diceva Salvemini.
Insomma, Paolo Sylos Labini era un uomo scomodo per tutti. Ci manca.