Portale di origine benedettina tuttora presente nel convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Portale di origine benedettina tuttora presente nel convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Fino al Trecento l'abbazia di S. Giovanni de Lama ebbe i suoi momenti più importanti di largo respiro storico. Ma nella floridezza e nel materiale benessere non si nascondeva un pericolo? Quell'abbondante protezione di Guglielmo il Buono non era una conferma che l'abbazia era nel pieno gioco politico che le farà perdere autonomia e libertà? Quella tuitio, così sperticata e magniloquente, non significava aperta dominatio?
Dopo meno di un anno dalla concessione del privilegio guglielmino, un fatto nuovo: nel febbraio 1177, il giovane Re Guglielmo II, nella cappella palatina di Palermo, sposava Gio­vanna d'Inghilterra figlia di Enrico I. In tale occasione promulgava una solenne Constitutio dotalitii a favore della sposa, perché “un tanto nobile e così insigne matrimonio bisognava onorarlo con una dote adeguata”. Perciò dava alla sua sposa, in dote, il Comitato di Monte Sant'Angelo, e a titolo d'onore (ut sint de honore ipsius dotarii) il monastero di S. Giovanni de Lama con tutti i suoi beni (Nota 17).
Nel periodo svevo, la sorte dell'abbazia è legata alla politica assolutista dell'imperatore Federico II, diretta a demolire quanto delle sovrastrutture feudali si opponeva alla costruzione di uno Stato retto da funzionari e burocrati. In tal senso le Costituzioni di Melfi del 1231 decretavano che qualsiasi alienazione o contratto “super feudis et rebus feudalibus minuendis aut commutandis” non avevano validità se non autorizzati, con speciale licenza, da Federico, e soltanto gli ufficiali da lui stabiliti potevano amministrare i diritti regi e quelli dei sudditi. Per i tra­sgressori si giungeva sino alla pena capitale. Né era lecito ad alcuno intromettersi nei fatti del Regno. Federico dichiarava: “non è lecito ai sudditi discutere l'operato del Re e le Costituzioni del Regno, è cosa quasi sacrilega discutere di simili cose e dubitare della dignità di colui che il Re abbia eletto ad un ufficio” (Rubrica IV del libro I: ut nullus se intromittat de factis seu consiliis Regum) (Nota 18).
Benedettino del Monte Oliveto. Litografia acquerellata a mano da un libro del 1846 presente nella Biblioteca di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Benedettino del Monte Oliveto. Litografia acquerellata a mano da un libro del 1846 presente nella Biblioteca di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Già nel 1210, allorché Federico sposava Costanza d'Aragona, donava alla sposa l’Honor di Monte S. Angelo. Donazione che venne confermata da Papa Innocenze III (Nota 19), il 17 giugno 1210, e comprendeva i casali, le terre e quant'altro apparteneva al detto Honor S. Angeli. Il monastero di S. Giovanni de Lama non era escluso. I diritti dei feudatari, per Federico II, contavano sino ad un certo punto, o non contavano nulla.
Né più felice fu la sorte dell'abbazia nell'epoca angioina. L'Honor di Monte S. Angelo fu appannaggio dei nuovi Principi Francesi, il nostro monastero non sfuggiva all'ingranaggio poli­tico. Carlo I d'Angiò, nel 1271, donava al suo primogenito Carlo II, lo zoppo, il detto Honor, diviso in tante baronie. Barone di S. Marco de Lama, di S. Giovanni Rotondo e di Faziolo era l'abate di S. Giovanni de Lama (Nota 20). Impigliato, senza volerlo, nelle vicende della nuova politica, subordinato nella sua azione alle vicende della guerra, dovette cedere in enfiteusi alcune terre a funzionari francesi calati in Capitanata al seguito dell'esercito angioino. L'abate Parisio, nel 1273, cedeva in enfiteusi, per quaranta once d'oro, il casale di S. Giovanni Rotondo a Teobaldo Helamant.
A questo punto c'è da chiedersi: con tutte quelle donazioni dotalizie, che cosa restava al monastero di S. Giovanni de Lama? In teoria i possedimenti restavano all'abbazia, ma le rendite, in larga parte, ai titolari della dote. Restava all'abate il titolo di Barone! Ma un Barone che, talvolta, non poteva disporre di mezzi sufficienti per affrontare un lungo viaggio. Ci volle un diploma reale datato da Foggia, 10 novembre 1273, per costringere i vassalli del monastero a dare una sovvenzione all'abate Parisio, che, per ordine del Papa, doveva recarsi al Concilio di Lione (Nota 21). Né denota una posizione tranquilla il fatto che lo stesso abate, nel 1276, dovette rivolgersi al Re per chiedere aiuto onde essere sicuro dai vassalli (Nota 22), come il fatto che il Re dovette richiamare il Mag. Massario di Capitanata per consegnare al monastero “debita terragia pro seminatura terrarum ipsius monasterii” (Nota 23).
Alle difficoltà esterne si aggiungeva, all'interno del mona­stero, un'atmosfera turbata da monaci inquieti. Per beghe interne, nel 1218, i monaci avevano eletto abate un indegno: Guglielmo. Venuto a conoscenza del fatto, Papa Onorio III scriveva al decano dell'abbazia, dichiarando nulla l'elezione, e perciò si do­veva procedere ad una nuova elezione (Nota 24). I monaci elessero abate il monaco Stefano. Ma Onorio III volle assicurarsi della rego­larità dell'elezione, a tal fine, il 4 gennaio 1219, ordinava ai vescovi di Dragonara e di Lucera di recarsi all'abbazia ed esaminare diligentemente la cosa. Se il nuovo eletto era persona “idonea cioè onesta, letterata e discreta” potevano e dovevano confermare l'elezione, altrimenti essi stessi dovevano procedere alla nomina di un abate idoneo (Nota 25). L'abate Stefano fu confermato, ma non ebbe vita facile. Alcuni monaci turbolenti si ribellarono. L'abate fece ricorso al Papa. Il Papa rispose comandando ai monaci di obbedire all'abate. Ma allorché ai monaci congregati nell'aula capitolare, Stefano presentò la lettera pontificia e incaricò il decano a leggerla, alcuni monaci furibondi si avventarono sull'abate 'non sine iniectione manuum violenta' e strapparono dalle mani del decano la lettera apostolica. Saputo il fatto, Papa Gregorio IX scriveva da Perugia (26 novembre 1234) all'arcivescovo di Bari e al vescovo di Troia di recarsi sul posto, e se i fatti rispondevano a verità, 'edomare curetis - dice il Papa - quod ipsi monachi vel alii attemptare de cetero similia non presumant' (Nota 26).
Anche nel 1282, dopo la morte dell'abate Leone, i monaci non si decidevano ad eleggere il nuovo abate. Dovette intervenire il Papa Martino IV per richiamarli al dovere (Nota 27). Così nel 1283 venne eletto il monaco Giovanni di Modena.
Fu l'ultimo abate benedettino dell'abbazia di S. Giovanni de Lama.
Attenendoci ai testi dovremmo dire che i monaci manifestassero una grande disinvoltura nei riguardi della disciplina monastica. Naturalmente non bisogna generalizzare. I testi, in tutte le epoche, tendono a conservare traccia del male piuttosto che del bene, e se la storia ricorda le bravate di alcuni, essa omette ricordare la grande schiera di quelli che furono fedeli ai principi della vita monastica.