Il monastero di San Matteo a S. Marco in Lamis è nato come abbazia benedettina.
Il monastero di San Matteo a S. Marco in Lamis è nato come abbazia benedettina.
Il periodo più florido della nostra abbazia fu quello in cui la potenza normanna raggiungeva il suo vertice.
Per rendersi conto dell'attività dei monaci benedettini, e dell'influenza civile, sociale ed economica che ebbe l'abbazia di S. Giovanni de Lama, riveste particolare interesse storico il privilegio di Guglielmo II il Buono, Re di Sicilia e d'Italia, del 7 maggio 1176 (Nota 7). L'originale in pergamena (andato distrutto) di questo diploma era presso l'abate commendatario di S. Giovanni in Lamis D. Ludovico Maria Sforza-Colonna. Dall'originale fu tratta la copia, che esisteva nel Grande Archivio di Napoli, dal notaio Marzio De Grisi. Da questa copia (andata distrutta nell'ultima guerra) l'archivista Del Giudice ha tratto il testo pubblicato nel suo Codice Diplomatico.
Era abate di S. Giovanni de Lama il monaco Gualterio. Nonostante le concessioni ed i privilegi ottenuti da Catapani bizantini e confermati dal Conte Enrico e dal Re Ruggero II, Gualterio richiedeva la conferma dal nuovo Re. In regime feudale, con l'ascesa al trono di un nuovo monarca, tutto doveva da questi essere riconosciuto e ridonato. Una semplice formalità della prassi curiale sono le parole: “concessioni in perpetuo, privilegi inconcussi ecc.” che ricorrono nei precedenti diplomi.
Nella primavera dell'anno 1176, l'abate Gualterio si recò a Palermo. Fu accolto con regale benevolenza. Il giorno 7 maggio, Guglielmo concedeva al monastero di S. Giovanni de Lama questo smisurato privilegio, che, in gran parte, qui riportiamo in una nostra traduzione da un barbaro e rozzo latino:

Territorio del monastero di S. Giovanni de Lama nel 1176.
Territorio del monastero di S. Giovanni de Lama nel 1176.
“Nel nome del Signore Dio Eterno, e del Salvatore nostro Gesù Cristo, nell'anno 1176 dell'Incarnazione.
"Noi Guglielmo, figlio e successore di Re Guglielmo I, per grazia di Dio, Re di Sicilia e d'Italia.
“E' conveniente alla regale Maestà annuire ai voti dei suoi fedeli, specialmente se Religiosi, per piacere al sommo Re, e confermare e fortificare gli animi nella fede. Pertanto, tu Gualterio venerabile abate del monastero di S. Giovanni de Lama, a Noi tanto fedele, presentandoti, con alcuni tuoi monaci, alla nostra Curia, hai umilmente pregato la nostra Altezza affinché, con benevolenza e per grazia nostra, ci degnassimo di mettere sotto la nostra protezione e difesa, in modo assoluto, il monastero di S. Giovanni de Lama con tutte le terre, le chiese, i casali e pertinenze acquistati o d'acquistarsi.
“Noi, per innata clemenza, considerando con favore la tua supplica, tenendo presente la tua particolare devozione alla nostra Maestà, abbiamo deciso di accogliere volentieri la tua domanda.
“Perciò, in onore di Dio Onnipotente, per il cui volere esistiamo e regnamo e, per la salvezza dell'anima del nostro padre Guglielmo, Re magnifico di gloriosa memoria, dell'anima nostra e dei nostri parenti, volentieri e fermamente mettiamo sotto la nostra protezione il detto monastero di S. Giovanni de Lama con tutte le sue terre, chiese, casali e pertinenze acquistati o d'acquistarsi, affinché in avvenire a nessuno, eccetto il Romano Pontefice, sia lecito di pretendere alcunché di tutti i possedimenti, ovunque posti, che il monastero giustamente ha al presente, e, con l'aiuto di Dio, avrà in futuro. Possedimenti che restano stabili ed integri a te e ai tuoi successori, come sono descritti nel privilegio concesso al detto monastero dal nostro avo Re Ruggero di felice memoria, e che adesso indichiamo col proprio nome e con i seguenti confini.
“Si parte dalla cima del monte di Castel Bizzano, ove è un luogo antico non più abitato, e ai piedi dello stesso monte vi è il casale di S. Giovanni Rotondo soggetto allo stesso monastero di S. Giovanni de Lama. Si prosegue per la cresta montana sino a monte Calvo, si scende per il vallone, attraversando la palude, a Spina Pulce. Si procede sulla strada Francesca ove sono grandi pietre, si scende per la valle a Lago Rosso, poi, per la valle Termicosa, sino alla cisterna di S. Maria di Corigliano, e, per la valle delle Giumenti, si scende a Candelaro. Seguendo questo fiume si passa al vallone Robello, di qui alla valle del Vulture, alla Guardiola, sino al monte Condizi vicino Rignano. Salendo di fronte alla Torricella, si raggiunge la località detta Iova ove sorgono acque, si procede, per la valle di Stignano, si sale per il guado dell'Occhio, si prosegue fino al Colino di Sambuco, si raggiunge Coppa di Altule, poi, per il piano della Piscinola, si giunge a Montenero.
“Appartengono al monastero di S. Giovanni de Lama:
La chiesa di S. Marco de Lama, con il casale e gli abitanti.
La chiesa di S. Maria, con il casale di S. Giovanni Rotondo e gli abitanti.
La chiesa di S. Maria della Sala, con il casale e gli abitanti.
La chiesa di S. Nicola di Faziolo, con il casale e gli abitanti.
La chiesa di S. Salvatore, con case, vigne, oliveti e pertinenze di Monte S. Angelo.
Le chiese di S. Martino e di S. Pancrazio, con case, terre, saline e mare di Siponto.
La chiesa di S. Silvestre e sue pertinenze di Bisceglie.
La chiesa di S. Salvatore e sue pertinenze di Molfetta.
La chiesa di S. Clemente e sue pertinenze di Bari.
Le chiese di S. Nicola e S. Maria di Cristo e loro pertinenze di Rignano.
Le chiese di S. Andrea, di S. Stefano e di S. Pietro vecchio con terre, oliveti e pertinenze di Castelpagano.
La chiesa di S. Giovanni e sue pertinenze di S. Eleuterio.
La chiesa di S. Martino e sue pertinenze, e la chiesa di S. Stefano con i vecchi sobborghi di Castelnuovo (Castilinovi).
La chiesa di S. Lucia e sue pertinenze di Dragonara.
La chiesa di S. Stefano e sue pertinenze di Varano.
La chiesa di S. Pietro in Campo nel territorio della Salsola.
Una immagine del Lago di Pantano, tra S. Giovanni Rotondo e Monte Sant'Angelo, del 1929.
Una immagine del Lago di Pantano, tra S. Giovanni Rotondo e Monte Sant'Angelo, del 1929.
Inoltre, nel territorio della Salsola, appartengono al detto monastero i terreni così delimitati: dal guado Sipontino del fiume Salsola sino alla pubblica Via Lucerina, ove è confitto il termine lapideo, si procede sino al guado di Burgano denominato Spina del Monaco e poi al guado di Cervo. Di qui, per il vallone Appio, fino al casale che fu dell'abate Pietro. Da questo casale, come indicato dai termini lapidei, fino al guado di Ardione del detto Burgano e a Cotino in Campo. Dal Cotino si procede per Blatiza, ai Sette Peri, al presente di Mosé, e si ritorna al guado Sipontino.
“Con i terreni del detto monastero sono compresi le selve e quant'altro è contenuto fra i detti confini.
“Si conferisce a te, venerabile abate, e ai tuoi successori libera facoltà di concedere onorificenze e pubblici uffici ai tuoi fedeli vassalli, come meglio crederai espediente nell'interesse dei luoghi del monastero.
“Ti confermiamo pure tutti i privilegi ottenuti nel passato da Re, Duchi, Principi, Conti, Baroni, popolani e altolocati di ambo i sessi; nonché tutte le concessioni, donazioni, commutazioni, libertà date al monastero.
“Dichiariamo che qualunque cosa sarà data al monastero in avvenire, esso potrà accettarla, senza contrarietà, o inquietudine o perturbazione nostre o dei nostri successori, ma il monastero la possegga e mantenga liberamente e con tranquillità.
“Vogliamo che il monastero, le chiese soggette (obedientiis), i casali e tutte le possessioni che ha o che avrà, siano esenti e liberi da tutte le collette e servitù della nostra Curia.
“Vogliamo che in tutto il nostro territorio, nessuno impedisca, per tutti gli animali del monastero, l'erbatico, l'acquatico, il plateatico, o riscuota qualcosa, ma detti animali possono andare, ritornare, rimanere, pascolare, senza impedimento o molestia di alcuno.
“Per le merci di detto monastero, vendute o da vendersi, nessuno, in tutto il nostro territorio, impedisca il plateatico o il passaggio.
“Le barche (navigia) di detto monastero, qualsiasi merce trasportino, possono approdare a qualunque porto in tutto il nostro regno, possono liberamente entrare, uscire, rimanere, senza “portulagio, auromatico et inquietatione” di qualsiasi persona.
“Nessuno ardisca di andare a caccia nelle selve di detto monastero, o pescare nelle sue acque, o approdare ai suoi porti, senza permesso dell'abate.
“E' consentito a te e ai tuoi successori di edificare casali e costruire mulini in tutto il territorio del monastero, senza che alcuno possa opporsi.
“Infine se qualche “mala consuetudo”, in tempi passati, è stata introdotta, in qualcuna delle predette cose, da uomini dello stesso, monastero, vogliamo e comandiamo che sia abolita.
“Se qualcuno presumerà di andare contro questo privilegio e contro quanto da Noi stabilito, sappia che incorrerà nella multa di trenta libbre di oro, da versare metà al nostro palazzo, e metà al detto monastero.
“Affinchè il presente privilegio ottenga pieno valore e resti inviolato per sempre, a ricordo della nostra protezione e conferma, abbiamo ordinato al Nostro notaio Pietro di scriverlo e munirlo del Nostro “tipario” sigillo.
“Dato a Palermo, per mezzo di Matteo Nostro Vicecancel­liere, il giorno 7 del mese di maggio della nona indizione (= anno 1176) L.S.” (Vedi Documento 7).