Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. La mole del Monastero sovrastante la valle dello Starale, sullo sfondo la città di S. Marco in Lamis.
Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. La mole del Monastero sovrastante la valle dello Starale, sullo sfondo la città di S. Marco in Lamis.
La prima impressione che si riceve da questo documento è quella di trovarsi dinanzi alla figura dell'abate Gualterio, come a ricco e potente Barone feudatario, dagli ampi poteri religiosi, civili e amministrativi, su vaste zone del Gargano e del Tavoliere, con propag[g]ini in Terra di Bari. Per usare un'espressione posteriore, l'abate è già un Signore e il suo dominio una Signoria. L'abbazia di S. Giovanni de Lama emerge potente nell'ingranaggio politico-sociale del feudalesimo, da cui era difficile sottrarsi, un centro da cui parte e ad esso ritorna tutto un movimento di uomini e di cose.
Vi è una gerarchia di titoli rispondenti ad una gerarchia di persone e di cose. In basso sono i rurali, i valvassori; al di sopra l’abate del monastero; al di sopra il Conte dell’Honor di Monte S. Angelo; al vertice il Re, che, in linea di principio, è il sovrano di tutti. In tale contesto storico l'abbazia è destinata a vivere ed operare. Nel territorio del monastero vi sono sobborghi, masserie. I casali di S. Marco in Lamis, di S. Giovanni Rotondo, di Faziolo e della Sala sorgono e si sviluppano alle dirette dipendenze dell'abbazia. Le sue grancie o colonie disseminate nel Gargano, nel Tavoliere e in Terra di Bari, se dovevano avere almeno un monaco benedettino rappresentante dell’abbazia-madre, è facile pensare quale fitta e vasta rete di monaci e d'interessi doveva intrecciarsi intorno al monastero garganico.
Con a capo i monaci vengono dissodati terreni, coltivate terre (laboratorias), nella fedeltà alla Regola di S. Benedetto che prescrive: “se le esigenze locali o la povertà richiedono che i monaci si occupino personalmente della raccolta dei prodotti agricoli, non se ne lamentino, perché i monaci sono veramente tali, quando vivono del lavoro delle proprie mani”  (Nota 8). “Se nel monastero vi sono fratelli esperti in un'arte o in un mestiere, li esercitino con la massima umiltà, purché l'abate lo permetta”  (Nota 9).
Presso l'abbazia e le case dipendenti vengono organizzati ospizi per i pellegrini, in varie zone vengono costruiti mulini per uso delle popolazioni; intorno al monastero c'è tutta una familia, ci sono i fattori, i villici, ci sono i pastori per i greggi, ci sono i ministeriali addetti alla cucina e al forno, ci sono i brac­cianti. Un piccolo popolo laborioso che vive all'ombra del monastero.
Litografia acquerellata a mano: S. Banedetto da Norcia.
Litografia acquerellata a mano: S. Banedetto da Norcia.
L'influenza economico-sociale, che incideva profondamente sul costume civile, esercitata dai monaci benedettini sulle popolazioni del Gargano e del Tavoliere, per migliorarne le condizioni, è innegabile. E' un vero merito umano di cui non diremo mai abbastanza le lodi.
L'abbazia di S. Giovanni de Lama è autonoma, in linea di principio dipende soltanto dal Papa. L'abate è eletto a vita dai monaci del monastero, ed ha autorità assoluta, anche se la Regola prescrive che “ogni volta che bisogna trattare qualche questione importante, l'abate convochi tutta la comunità ed esponga personalmente l'affare in oggetto. Dopo aver ascoltato il parere dei monaci, ci rifletta per proprio conto e faccia quel che gli sembra più opportuno...; la decisione spetta all'abate e, una volta che questi avrà stabilito ciò che è più conveniente, tutti dovranno ubbidirgli” (Nota 10).
Con il voto di stabilità ciascun monaco è legato all'abbazia per tutta la vita, lì si nasce monaco, lì si vive, lì si muore.
Dopo l'abate, colui che come “padre della comunità si prenderà cura di tutto e di tutti” è il cellerario del monastero, che amministra i beni, provvede al necessario, s'interessa dei malati, degli ospiti e dei poveri  (Nota 11).
Nella nostra abbazia dimoravano varie decine di monaci neri, così chiamati dal colore della veste che indossavano. Vi erano i decani, “monaci che vigilavano premurosamente, secondo le leggi di Dio e gli ordini dell'abate, su gruppi di dieci fratelli affidati alle loro cure” (Nota 12).
Ma l'occupazione principale dei monaci era la preghiera in comune, di giorno e di notte. Prescrizioni minute e dettagliate della Regola benedettina regolano la recita del Divino Officio (Nota 13).
Non occorrono, qui, documenti diretti a testimoniare la vita di preghiera dei monaci dell'abbazia di S. Giovanni de Lama.
Altro campo in cui si svolgeva l'attività dei monaci era quello intellettuale ed artistico.

“Certamente S. Benedetto non nomina espressamente nella sua Regola, insieme con la lectio divina, uno speciale ordinamento di studi, ma questi - osserva Leccisotti - sono inclusi senza dubbio dalla necessità della vita claustrale e dallo stesso studio della Scrittura e dei Padri. Non si poteva stare senza codici e perciò senza l'arte degli scrittori. In quelle vere officine librarie rappresentate dagli scriptoria, i monaci lavoravano incessantemente, riproducendo le opere con rara abilità” (Nota 14).

Litografia del 1846 acquerellata a mano rappresentante un monaco benedettino
Litografia del 1846 acquerellata a mano rappresentante un monaco benedettino
Leccisotti parla di Benedettini in genere, e il suo ragionamento è validissimo. Ma in che misura si può parlare di una specifica attività culturale ed artistica dei monaci dell'abbazia di S. Giovanni de Lama? Qui, ci pare, occorrerebbe qualche documento diretto (Nota 15), e, purtroppo, allo stato attuale, non si conosce alcuna traccia di produzione di codici.
D'altronde “bisogna guardarsi dall'esagerare tali meriti e dall’immaginare tutti i monasteri benedettini come altrettanti pilastri della scienza e della cultura, tutti i monaci come dei sapienti. A giudicare dalla debolezza delle produzioni letterarie uscite da queste comunità, bisogna pur concludere che non vi era sempre una cultura di prim'ordine e che numerosi dovevano essere i monaci le cui conoscenze non superavano la lettura e la scrittura, con una infarinatura di testi sacri” (Nota 16).