Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. Lato Ovest prima che venisse costruita la facciata nel 1926.
Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. Lato Ovest prima che venisse costruita la facciata nel 1926.
Di particolare importanza è un documento che va sotto il nome di “Diploma del Conte Enrico” dell'anno 1095. Già conosciuto, nella sostanza, da alcuni cronisti locali del secolo scorso (Nota 3), il diploma fu integralmente pubblicato, nel 1863, dall'archivista Giuseppe Del Giudice che lo trasse da una copia che esisteva ai suoi tempi nella Sala Diplomatica del Grande Archivio di Napoli. Come è notato in calce al diploma, detta copia (andata distrutta nell'ultima guerra) era stata tratta dal notaio De Grisi dall'originale in pergamena, presentato dal Dott. Andrea Bratti procuratore di Ludovico Maria Sforza-Colonna abate commendatario del monastero di S. Giovanni in Lamis (Nota 4). E' inutile dire che anche l'originale è andato distrutto.
Fra l'anno 1078 e 1101, spiccava, come Signore di parte della Capitanata e dell'intero Gargano, il Normanno Enrico che fu Conte prima di Lucera, poi dell'Honor di Monte S. Angelo.
Politicamente abile, favorì la piccola feudalità e fu largo di concessioni ai monasteri (Nota 5).
“Al tempo del Signore Alessio Santissimo Imperatore”, nel novembre dell'anno 1095, l'abate Benedetto dell'abbazia di S. Giovanni de Lama si recò dal Conte Enrico nella sede di Monte S. Angelo. L'abate si lamentava di soprusi e d'ingiustizie subiti dal suo monastero, da parte di abitanti delle terre vicine, e precisamente di quelli di Rignano, S. Eleuterio, Castelpagano, S. Nicandro e Cagnano, che scorazzavano impunemente nel territorio del monastero. Umilmente pregava il Conte di porre un rimedio, “per rispetto alla Santa Legge di Dio e del Beato Giovanni Battista”, e di confermare i possedimenti del monastero, fissando nuovamente i confini (Doc. 6).
Il Conte si disse pronto a difendere e proteggere il monastero, ma chiese all'abate con quali documenti poteva dimostrare i diritti dell'abbazia. Benedetto presentò cinque diplomi bizantinini, “bollati con piombo” che vanno dall'anno 1007 al 1052.
Territorio del monastero di S. Giovanni in Lamis nel 1176.
Territorio del monastero di S. Giovanni in Lamis nel 1176.
La colonizzazione bizantina della Daunia ebbe il suo periodo più florido nella prima metà del sec. XI. A capo dell'amministrazione civile e militare della zona vi era il Catapano, la massima autorità che veniva scelta personalmente dall'Imperatore. Perché un monastero potesse godere e disporre dei suoi beni, era necessario il consenso del Catapano, il quale poteva dare, togliere, accrescere, diminuire detti beni.
La prima concessione di nuove terre al monastero di S. Giovanni de Lama è quella fatta dal protospatario Alessio Xifea Catapano d'Italia, che, nell'anno 1007, 'dà e concede' (damus et concedimus), all'abate Alessandro, il territorio che si estende da Castel Bizzano, 'ove abitano uomini dello stesso monastero', a Leocaralli, a Pozzo di Lama, a Casamassima, al Pantano, a Monte Condizzi, a Cammardello, al ramo Sambuco. E nessuno - è detto anche nel documento - si permetta di violare questi confini, o di molestare i monaci nel possesso dei loro beni; i trasgressori saranno condannati alla multa di 500 soldi 'de auro bone', da versare metà alla Curia Imperiale e metà al monastero, e a far silenzio ('et taceant') (Doc. 1, 6).
L'anno successivo (1008), la stessa concessione viene confermata all'abate Alessandro, dal nuovo Catapano Giovanni De Curcua, perché 'è cosa buona favorire la Chiesa e concedere benefìci'. Di speciale in questo diploma vi è l'avvertimento a qualche vescovo o arcivescovo di lasciare liberi e tranquilli i monaci, come anche la notizia di un'eventuale presenza nel territorio, di gente proveniente dalla Calabria, la quale gente dev'essere esente da ogni gravame, essendo a servizio della Curia (Doc. 2, 6).
Figura dominante, nel Gargano bizantino, era l'arcivescovo Leone di Siponto (+ 1050), insieme ad altri egli rendeva testimonianza allo zelo dell'abate Pietro 'uomo probo' nel servizio divino. Il protospatario Cristoforo, Catapano d'Italia e di Calabria, nel gennaio del 1029, “dà e concede” (damus et concedimus) al monastero nuove terre che vanno dal Monte della Guardia di Rignano sino al fiume Candelaro; e ciò perché i monaci siano infervorati di zelo ancor maggiore nel servizio di Dio, ed abbiano di che vivere 'abundanter'. E' chiaro, nel diploma, l'ammonimento ai monaci di lavorare e far lavorare le terre (laborent et faciant laborari) (Doc. 3, 6).
Litografia acquerellata a mano che illustra un monaco benedettino.
Litografia acquerellata a mano che illustra un monaco benedettino.
A Cristoforo succede, come Catapano, il protospatario Bicciano, che, nel dicembre del 1030, rilascia altro diploma all'abate Pietro: 'è giusto che ai monaci i quali vogliono vivere e piacere a Dio, diamo un segno di benevolenza e riconosciamo i loro meriti, affinché s'incrementi la Religione, e coloro che vivono nella Chiesa intensamente preghino Dio per il nostro Imperatore serenissimo e per gli altri cristiani'. Per mandato dell'Imperatore, il Catapano concede a Pietro abate e agli altri monaci, che osservano fedelmente i precetti del Signore, terre da lavorare (terras laboratorias) e quant'altro è necessario perché 'i santi monaci che vivono nel monastero abbiano di che vivere 'optime', e siano idonei al servizio di Dio'. I confini del territorio vanno da Monte Calvo al fiume Candelaro fino alla confluenza col Triolo (Doc. 4, 6).
L'ultimo diploma bizantino, presentato al Conte Enrico, è quello di Argiro, Catapano d'Italia e figlio del famoso Melo, dato all'abate Vito nel maggio del 1052. Dietro ordine imperiale, Argiro conferma al monastero tutte le concessioni e i privilegi dati dai Catapani predecessori (Doc. 5, 6).