Territorio del monastero di S. Giovanni de Lama nel 1176.
Territorio del monastero di S. Giovanni de Lama nel 1176.
La documentazione presentata dall'abate Benedetto era più che sufficiente a dimostrare il buon diritto dell'abbazia al possesso pacifico dei territori. Dopo la lettura dei diplomi greci, fatta da un interprete, il Conte Enrico “in onore di Dio e per devozione al monastero di S. Giovanni de Lama” conferma in perpetuo al detto monastero tutte le concessioni contenute nei cinque diplomi. Nel designare, ancora una volta, i confini del territorio, vengono fuori altri nomi di località, si accenna a qualche altro particolare. Così si fa notare che Castel Bizzano non è più abitato, ma ai piedi del monte vi è il casale di S. Giovanni Rotondo soggetto allo stesso monastero, si fa cenno ad una cisterna di S. Maria di Corigliano, da cui si scende, per la valle delle Giumenti, al fiume Candelaro, e proseguendo, si giunge al pozzo di S. Maria di Pesco Rosso fino al punto di confluenza del Triolo nel Candelaro (Doc. 6).
Cartina con la contrada Pescorosso.
Cartina con la contrada Pescorosso.
Grosso modo,
il territorio del monastero, nel 1095, era quello degli attuali Comuni di S. Giovanni Rotondo (eccetto il Pantano che per quattro quinti apparteneva all'abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni) e di S. Marco in Lamis, con alcune pertinenze nel territorio di Rignano, ad esempio Pesco Rosso.
Enrico aveva risposto ad una delle richieste dell'abate Benedetto, restava l'altra: quella di porre un rimedio contro gli abusi degli abitanti delle terre vicine. Il Conte non dovette prendere sul serio le lagnanze dell'abate, e adottò una decisione forse sconcertante per l'abate, ma in realtà, saggia, in quanto portava alla ribalta la condizione dei vassalli dell’Honor di Monte S. Angelo  (Approfondimento, ndr), nell'intento di migliorarla. Infatti concedeva piena libertà ai vassalli delle terre vicine di accedere al territorio del monastero, con diritto all'acqua, all'erba, alla legna, e a coltivare le terre del monastero alle dipendenze dell'abate (terras laboratorias de vestra voluntate laborare). D'altra parte anche i vassalli di S. Marco in Lamis e di S. Giovanni Rotondo potevano liberamente accedere ai territori di Rignano, S. Eleuterio, Castelpagano, S. Nicandro e Cagnano, con pari diritto a coltivar le terre rendendo conto ai rispettivi padroni. La multa per i trasgressori venne elevata a 1000 soldi “de auro bone”, penale altissima, da dividersi tra il monastero e il “sacrosanto palazzo imperiale” (Doc. 6).
Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. Antichi affreschi nella Chiesa venuti alla luce nei recenti restauri.
Convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis. Antichi affreschi nella Chiesa venuti alla luce nei recenti restauri.
Nello stesso anno (1095) del diploma del Conte Enrico nasceva Ruggero II che si rivelerà un uomo di Stato di tempra ferrea. Tra guerre e ribellioni, la monarchia normanna si consolidava vigorosamente. L'anno 1130 si chiudeva mentre a Palermo (25 dicembre) Ruggero II si faceva incoronare Re di Sicilia dai delegati dell'antipapa Anacleto II. Ruggero si atteggiava a successore del Basileus, amava intitolarsi coronato da Dio, si compiaceva farsi ritrarre in un mosaico nell'atto di ricevere la corona da Cristo pantocratore, ma era contro il Papa legittimo Innocenzo II, si sa che lo fece imprigionare nella battaglia del luglio 1139, e il Papa, per riacquistare la libertà, dovette assolvere Ruggero dalla scomunica e riconoscerlo come Re. Nella riforma amministrativa, che andava operando., Ruggero protesse i monasteri, fino a quel punto che voleva lui, accentratore inflessibile dello Stato normanno. Nel 1134 metteva sotto la sua protezione l'abbazia di S. Giovanni de Lama con tutti i suoi territori, casali e pertinenze, rilasciando, regolarmente, un diploma all'abate Gemnasio (Nota 6).