Vieste - Punta S. Francesco
Vieste - Punta S. Francesco
La cittadina, qualcosa di veramente molto bello, è sistemata sulla Testa del Gargano, come in capo al mondo. Il che potrebbe indurre a vedere segnato dal faraglione che è detto di pízze múmme un FINIS MUNDI, e quindi si potrebbe essere tentati a correggere la toponomastica tradizionale accertata sulla bocca di tutti i viestani con un indicativo pízze múnne, in cui la voce múnne dovrebbe derivare da un anteriore múnde. E saremmo cosí arrivati ad ottenere qualcosa come il FINIS TERRAE del Capo di Leuca o, se vogliamo andar piú lontano, come il Capo di Finisterra nella Galizia.
Un'interpretazione seducente, che ho personalmente carezzato per un po' di tempo, ma che ora respingerei, perché lasciando le cose come stanno (cioè continuando a dire pízze múnne e non pízze múmme), vedo rispettata la tradizione linguistica viestana e vedo che quel benedetto mú-mme potrebbe essere messo in relazione con un onomatopeico del tipo 'mommo' letterario, che poi è presente nella fantasia popolare del Mezzogiorno per indicare bonariamente un qualcosa che non si muove e non serve a nulla.
Per l'inchiesta sono state utilizzate tre fonti principali. Un bidello delle scuole elementari, di 38 anni, abitante in uno dei rioni piú antichi (in dialetto ind-a víste), per il questionario generale e per quello riguardante arti e mestieri; un agricoltore quarantenne del quartiere piú moderno (sópe la réna) per quanto riguarda la fauna, la flora ed in genere le occupazioni di campagna; ed un marinaio sessantenne del quartiere che si stende dalla parte del mare (sópe la tórre) per quanto riguarda la nomenclatura dei pesci, le attrezzature e le abitudini della pesca. Una distribuzione per quartieri, pur cercando di tener conto delle professioni e delle età.
Qui il mestiere, come in tante altre parti del Mezzogiorno, sa sempre di generico e di suppergiú. Il bidello in fondo è stato marinaio, ed aveva lavorato al 'trabucco' paterno, là dalla parte della spiaggia di San Francesco. Ma questa sua attività di pescatore da terra non lo dispensava dai lavori di campagna; in famiglia oltre il 'trabucco' vi sono un uliveto da coltivare, un carretto da guidare, dei muli da governare. La seconda fonte, l'agricoltore, dopo la sua giornata di lavoro è in paese, e qui con il mare che ti si apre dinnanzi da tutte le parti non puoi sentirti del tutto estraneo alla partenza delle paranze, al loro rientro, allo scarico del pesce, alla contrattazione, alla spedizione lontana. Tutte cose che avvengono nelle due piccole 'secche' (mi servo della loro terminologia) che vengono ad aprirsi fin dentro al paese perché tutti possano essere informati delle vicende che le animano a tutte le ore del giorno e della notte. La fonte più matura, la terza, quella che attualmente parte ogni sera con la sua breve ciurma, in gioventù era agricoltore, e con la stessa disciplina, con lo stesso ritmo ripeteva le sue andate e i suoi ritorni dalla campagna. Senza allontanarsi mai molto. Perché questa è la caratteristica dei Viestani. Non vanno oltre le sette miglia, o che stiano in mare o che stiano in campagna. La campagna (veramente molto bella ed estesa), sempre oltre detta distanza, la vanno abbandonando all'iniziativa di quelli di Mattinata (l'antica frazione di Monte S. A.) che vanno popolando sempre di piú i quaranta chilometri e piú dell'hinterland che si svolge lungo la fascia costiera della Testa del Gargano. I Viestani si ritirano dal mare di fronte all'organizzazione dei Molfettesi (gente che in fatto di pesca sa il fatto suo), che fanno scalo a Vieste per alleggerirsi degli abbondanti carichi di pesce che passati su dei veloci camions vengono indirizzati a Foggia, a Bari, a Napoli, a Roma. I Viestani, un po' per natura e un po' perché sprovvisti di un porto che li incoraggi, assistono tranquillamente al movimento che si svolge sotto i loro occhi. Ma non si impegnano quasi mai in una gara di iniziative. O si impegnano solo per creare il tanto quanto basta per tirare avanti una vita senza scosse, una vita che è fatta solo per sostenersi. Bando dunque ad una vita professionalmente specializzata.
Ognuno produca quanto basti per non aver bisogno di altri. Una concezione radicata nelle abitudini che viene a scartare la possibilità di stabilire o di graduare una certa gamma di ceti e di professioni. Non resta che una distinzione topografica, una distinzione per quartieri.
Vieste
Vieste
Da una parte, dalla parte alta, il borgo, il quartiere antico, che fa capo al castello (u kastídde), con un complesso di rioni, che prendono nome o da una semplice disposizione topografica (mmizz-u fússe, la parte piú bassa e meno panoramica; a d-alte, cioè in alto, dalla parte della Chiesa Madre; ngastídde, proprio là dove sta il castello; u mundaróne, la parte scoscesa che si inerpica verso il castello, il rione piú popolare), o dal ricordo e in parte dalla testimonianza delle antiche mura (índ-a viste, dentro Vieste cioè e non fóre la pórte): delle case ben salde che si inseguono come gradi di un'immensa scala tenute strette alla mole del castello che le sovrasta da archi e da portici che sembrano essere quegli stessi levati al tempo delle incursioni dal mare. Dall'altra parte tagliata decisamente dal quartiere alto, in basso si stende la seconda ala del paese, dove i rioni prendono nome dalla testimonianza di un antico edificio (u kumménte; sópe la tórre; addrete la tórre), oppure da una chiesa (Sandakróce con la t di Santa sonorizzata in d, come è in tutte le parlate centromeridionali), da un albero ormai inesistente (u cilze 'il gelso') da un posto di vendita (la peskaríe), da una depressione molto breve (la funnate) o anche da un'ariosa balconata (la bankíne, con la b iniziale molto rafforzata analogamente con quanto avviene in tutte le parlate del Mezzogiorno): un complesso di case molto uniformi, ma anche molto razionali, che debbono essere state costruite le piú in un periodo di tempo che non dovrebbe andare oltre i due secoli dai borghigiani scesi al piano da fóre la porte o anche da gente affluita dai paesi vicini.
Questa condizione di distacco che passa tra le due grandi ali del paese (che doveva significare anche una divisione linguistica sensibile) oggi apparirebbe mutata per la creazione di un nuovo quartiere (sópe la réne), che, svolgendosi lungo la moderna via Mazzini ed il Viale XXIV Maggio (dove si trova tutto ciò che vi può essere di piú vitale per le necessità e i rapporti della comunità: vari circoli, qualche ristorante, qualche locanda, una chiesa molto frequentata, la villetta, i negozi, ecc.), viene ad accostare necessariamente gli abitanti dei due agglomerati piú importanti. Perciò le antiche differenze linguistiche si debbono essere andate man mano appianando. E cosí oggi di veramente distintivo tra i due complessi non vi è che il trattamento dell'a tonica in sillaba aperta con esito generalmente (o quasi) palatilizzante (ossia tendente al suono della e) nei rioni antichi e generalmente (o quasi) schietta nei rioni moderni.
Per appurare l'entità di questo e di altri eventuali dati distintivi le tre fonti sono state messe di fronte alle stesse domande.
Le fonti hanno confermato l'impressione che era venuta prendendo corpo nel corso dell'interrogatorio: che vi era cioè piú una varietà fonetica che lessicale. Su 21 voci prese in esame la fonte del quartiere piú in alto, il bidello, palatilizza la a tonica di sillaba aperta per 11 volte, ma per 10 volte non offre traccia di palatilizzazione. Le altre due fonti, l'agricoltore e il marinaio, pronunziano la a generalmente schietta.
Lessicalmente non si notano delle notevoli differenze (almeno lì per lì).
Nella fonte piú giovane, in quella che rappresenterebbe la varietà piú conservativa, si noterebbe una conoscenza sicura della parlata, ma qua e là si notano anche varie incertezze, che naturalmente stanno ad indicare che la parlata è si conservativa, ma è anche violentemente attaccata da nuove correnti culturali.
Un grado di notevole conservazione in rapporto alle altre due fonti la stessa fonte lo rivelerebbe nella preferenza che mostra di possedere per le voci e per le immagini che sono piú aderenti alla concretezza e alla realtà.
Mi limito ad un solo esempio: al 'santonico', alla medicina indicata per distruggere il mal dei vermi nei bambini. Per l'agricoltore, quello del quartiere piú moderno, e per quelli del suo ceto, la medicina è intesa come u vermefúoche; per la fonte del quartiere che data a uno-due secoli fa, la stessa medicina è intesa come sanduníne; ma per la fonte della varietà piú conservativa la medicina si risolve in un atto concreto, nella indicazione esatta del movimento che si compie per la cura: l'ágghie vecíne u náse. E' come dire: “io non conosco l'astrattezza della medicina, ma so solo che la malattia va curata accostando l'aglio alle narici del naso”.
Al di là degli indubbi segni di disgregazione che la parlata offre nel limitatissimo esame fatto sulle fonti provenienti dalla stessa comunità linguistica, vi sono dei fatti che rapportati alle peculiarità delle parlate viciniori mostrano quali sono le forze che si contendono la caratterizzazione in atto della parlata di Vieste.
Se Monte S. A. sta a significare il punto estremo dei parlari piú propriamente pugliesi nella parte interna e molto elevata del Gargano, Vieste rappresenta la punta estrema del pugliese vero e proprio sulla fascia costiera dello stesso promontorio.
Una caratterizzazione pugliese che è alimentata dai contatti con la stessa Monte, con Mattinata, con Manfredonia, che sono fondamentalmente pugliesi del tipo barese piú che foggiano. Ma da nord premono anche quelli di Vico, quelli di Peschici e quegli stessi di Rodi, che hanno un fondamento che sembra piú molisano-appenninico che pugliese.
Anche dalla parte del mare, se è vero che degli incontri frequenti avvengono con gente che viene da Manfredonia e da Molfetta, è pure vero che i Viestani preferiscono alle flottiglie organizzate delle cittadine anzidette gli accoppiamenti con le modeste paranze di Rodi o di Tremiti stessa (che è poi una colonia napoletana in pieno Adriatico che ha non meno di due secoli di vita).
Le oscillazioni, che sono svariate e da un punto di vista fonetico e da un punto di vista lessicale, fanno pensare che i fatti che si vanno affievolendo siano quelli di origine pugliese. Del caratteristico inserimento della u in funzione di semivocale subito dopo la iniziale k dei nomi maschili ho registrato solo pochissimi esempi, in cui peraltro la semivocale è molto attenuata. Vedo poco frequente la sonorizzazione della consonante che segue L, R. La caratteristica epitesi delle tronche del tipo barese la ritrovo (e per giunta attenuata) solo isolatamente. Trovo varie testimonianze della caduta delle vocali atone in protonia oltre che delle atone finali: una conseguenza della natura spiccatamente dinamica dell'accentuazione pugliese che poggiando tutta su di una sola vocale viene a sacrificare la tonicità delle altre.
Il lessico ci conforta con un'esemplificazione ancora piú indicativa. Di fronte alle tante voci che sembrano apparentabili al pugliese del tipo barese (la sarcetédde, u filatúre, u skúpele, i mmíquele, ecc.), vanno messe tutte le altre che sembrano piú proprie del dominio appenninico-molisano.
Concludendo si ha l'impressione che siano vari i sintomi della erosione che su di un corpo fondamentalmente pugliese viene esercitata dall'attacco sistematico di quelli che premono dall'estremo confine della Puglia settentrionale. Un processo che sembra l'inverso di quello che va indicato per la lingua della vicina San Marco in Lamis, l'oasi appenninico-molisana in un territorio investito da tutte le parti dall'espansione del pugliese.