'L'Illustrazione popolare, Vol. VI, N. 13 del 28 Luglio 1872
BENEFATTORI DELL'UMANITÀ'
Antonio Augusto Permentier

Antonio Augusto Parmentier, introduttore delle patate (nato a Mondidier il primo agosto 1737).
Antonio Augusto Parmentier, introduttore delle patate (nato a Mondidier il primo agosto 1737).
È un nome caro alla umanità quanto quello dell'operaio lionese Jacquard e di Bernardo Palissy: - è un nome benedetto da un milione di altri uomini che pel suo trovato hanno un cibo quando l'ira di Dio - per la malvagità della stirpe d'Adamo - flagella con uno dei suoi più terribili castighi - la carestia - una nazione.
Il suo re (quel Luigi XVI che per il volere d'una plebe briaca di sangue lasciò la sua testa sul patibolo) lo disse illustre uomo: - la Francia (quella Nazione che oggi sconta, e (in troppo duramente, la tracotanza di ieri) lo ha detto suo benefattore.
Diffatti egli non ha inventato una di quelle macchine infernali - di cui pare abbia la prerogativa il nostro secolo, - quegli attrezzi di morte che distruggono ed annientano migliaia di uomini in un minuto; ma sfidando il sarcasmo dei più, la malvagità di alcuni e lo sprezzo di molti, con una perseveranza ed ostinazione commendevole, è riuscito a far accattare al suo re ed alla sua nazione, le patate; umile frutto finché volete, ma che per non poche volte ha impedito a migliaia di uomini di morire di fame. Ciò basta, secondo noi, per segnare il nome di Parmentier accanto a quella lunga serie di grandi che con l'opera loro si sollevarono al dissopra degli altri uomini , e si cinsero la fronte di quell'aureola splendida di luce che concede mai sempre la celebrità; - ciò basta per indurci a narrarne, la vita.
Antonio Augusto Parmentier nacque a Mondidier, il 1 agosto del 1737.
Figlio d'un onesto quanto valoroso soldato, Augusto non godette a lungo le carezze di suo padre; poiché, toccato appena un lustro di vita, un bel mattino la morte venne a battere alla porta di sua casa; e alcune ore dopo sua madre, stringendolo al senno e coprendolo di baci e di lagrime, gli disse che non aveva più padre. Il fanciullo benché non comprendesse interamente il valore d'una sì infausta notizia, pure vedendo sua madre piangere, pianse anch'egli disperatamente. Del resto quel povero uomo di soldato se morendo lasciava dietro di sé un nome senza macchia ed una fama pura quanto quella di Baiardo, lasciava del pari la propria famiglia in ristrettezze tali che, a dirla povertà, non si esagererebbe punto. La povera madre pianse quindi e doppiamente pianse; - pianse per la morte del marito e per il grave fardello di stenti che le si aggravava sulle spalle. Pero dando prova di fermi propositi, e piena di fede in sé stessa e di speranza nell'avvenire, si terse le lacrime e lavorò! Da quel giorno, dall'alba al tramonto la povera donna spese la sua vita nel lavorare per vivere e nell'educare il piccolo Augusto. Hanno detto: una madre che ama ed educa da sè stessa i propri figli, è la migliore delle istitutrici.
Certamente, massime quando questa madre ha il cuore pieno di virtù ed ha avuto un'eccellente educazione. La madre di Parmentier era di questo numero; e dopo pochi anni ebbe la soddisfazione di vedere il suo allievo progredire prodigiosamente. Diffatti quand'egli toccò il sedicesimo anno, lo allogò presso un farmacista della città che se l'ebbe caro, tanto da dire con tutti che il giovane Parmentier era a sedici anni una cima d'uomo, e che sua madre
ne sapeva molto di più che certi addottorati di sua conoscenza. Il fatto sta che Parmentier non avrebbe abbandonato tanto presto la bottega del buon farmacista, se un suo parente d'ugual professione, e che stava a Parigi, non l'avesse chiamato presso di sè con iterate istanze. Parmentier che se aveva a cuore il suo principale (corsivo) Mondidier, desiderava del pari il proprio progredimento, e che era convinto che questo progresso l'avrebbe fatto a Parigi dove c'erano mille mezzi per ampliare le proprie cognizioni e per avvantaggiare la propria fortuna, accettò la proposta; e con grave dispiacere del farmacista padrone, ma accompagnato dai voti e dalle benedizioni di sua madre, montò in sedia da posta, ed una sera giunse a Parigi. Tre anni stette a Parigi, e se in questo lasso di tempo sfortunatamente non potette avvantaggiare di molto la sua fortuna, accrebbe di molto però le sue cognizioni talché, quando scoppiata la guerra dell'Annover, egli chiese di far parte dell'esercito come farmacista e sostenne per questo un esame, sciolse con tanta chiarezza e precisione i temi che gli si diedero, che non solo fu tosto ammesso al posto richiesto; ma gli si rilasciarono i più ampi attestati di merito. E così, ventenne, egli partì pel campo; e qui, come altrove e come sempre, accattivossi l'animo dei suoi superiori e commilitoni. Buono, intrepido, intelligente, leale e valoroso quanto suo padre, lo si vedeva sempre dove più ferveva la mischia compiere atti di valore e di eroismo.
Patate alla Parmentier. Da www.giallozafferano.it
Patate alla Parmentier. Da www.giallozafferano.it
Fu a quest'ardimento, fu alle prove luminose di questo suo coraggio che egli dovette la triste sorte di cadere, per ben cinque volte, prigioniero dei Prussiani; fu a queste reiterate ischiavitù militari che egli dovette la magnifica idea di far apprezzare un giorno alla Francia tutte le utilità che si potevano cavare dall'umile pianta, del frutto della quale giornalmente lo si nutriva. Patate, e poi patate, e sempre patate: era questo il nutrimento dei prigionieri. Ne veniva adunque che per la maggior parte dei compagni di sventura di Parmentier, che non avevano per sicuro le sue idee relativamente alle patate, una simile cucina diventava giorno per giorno la più detestabile del mondo. Fortunatamente un bel giorno la schiavitù finì, ed i prigionieri furono liberi. Allora come gli altri, Parmentier tornò a Parigi, riprese con amore sempre crescente i suoi studi sulla Chimica, sulla Fisica e sulla Botanica; frequentò la compagnia degli uomini più dotti del suo tempo, rubò al sonno le ore per lo studio, e spesso si condannò ad un volontario digiuno per mandare
un po' di denaro a sua madre, o per comperarsi libri. Tanta virtù, tanta costanza, tanta ostinazione nel bene meritava una ricompensa, e Parmentier se l'ebbe infatti. Restò vacante il posto di farmacista agli invalidi. Parmentier domandò quel posto e gli venne concesso ad unanimità. Allora egli fu felice: chiamò presso di sé sua madre ed i suoi fratelli, e spezzò con essi il suo pane.
Intanto tempi di lutto e di sventura s'aggravavano sulla Francia. La guerra aveva lasciato le sue terribili impronte; e come dietro ad essa aveva camminato la pallida morte, dietro la morte veniva la distruzione e la fame.
Fosse castigo del cielo, fosse monopolio degli uomini, fatto sta che in quei tempi la povera Francia pareva proprio una nazione maledetta da Dio. Ad ogni tratto il grano mancava, ed un terribile grido di rabbia e di dolore usciva da cento mila petti affamati: pane! farina! E quasi che la fame non bastasse, venivano innondazioni ed inverni terribili. È noto quello rigoroso fuor di modo del 1783, quando per mesi continui la Senna fu tutto un ghiacciaio, e la neve salì ad un'altezza prodigiosa nelle vie e sulle piazze di Parigi.
Fu in quest'inverno che si dovette rendere giustizia all'eccellenza del cuore del re, il quale autorizzò il ministro delle finanze a dare tutti i soccorsi che si credessero necessari per sollevare la miseria del suo popolo; fu in quest'inverno che la regina - la tanto odiata austriaca - per non essere da meno del re, dimandò al signor Lenoir cinquecento Luigi della sua cassetta particolare per distribuirli ai poveri: fu in questa occasione che in quasi tutti i capocroci si utilizzò la neve a farne obelischi in onore del re e della regina; fu la riconoscenza dei buoni parigini che impresse allora su quegli obelischi inscrizioni in versi ed in prosa, sempre in gloria ed onore degli amati sovrani, quei sovrani, che avrebbe poi decapitato più tardi!
Patate alla Parmentier. Da www.giallozafferano.it
Patate alla Parmentier. Da www.giallozafferano.it
Anche l'Accademia di Besancon, spaventata per le già sofferte carestie, e temente per le venture, aveva proposto un premio a chi sapesse suggerire o presentare le piante che meglio potessero supplire il grano quando questo venisse a mancare.
Parmentier colse l'occasione al volo, e ricordandosi delle patate che gli si davano quand'era prigioniero dei Prussiani, ne parlò coi dotti suoi amici; ed in pregiate memorie che tosto scrisse e venne pubblicando, segnò ad una ad una tutte le qualità eccellenti di questo frutto originario del Perù e dannato in Francia a servire d'ingrasso per gli animali. Come avviene di tutte le invenzioni, di tutti i trovati, l'idea di Parmentier incontrò la derisione degli amici, e lo sprezzo di tutti, concretizzato in diatribe violenti ed in pubblici insulti. Parmentier passò indifferente in mezzo a quella folla di nemici; e dominato sempre dalla sua umanitaria idea, lottò sempre e sperò sempre. Alla fine, dopo tanto battere e tanto scrivere e discorrere con tutti dei pregi della sua pianta, riusci a farsi dare dal governo una pianura di sterili sabbie che egli trasformò in una piantagione di patate. Allora, come i contadini inglesi che accolsero a sassate la prima locomotiva di Stephenson, i contadini francesi, aizzati dai nemici di Parmentier devastarono i suoi prodotti e minacciarono nella vita lo stesso proprietario. Parmentier come aveva perdonato gli insulti, perdonò le offese; e rinnovò l'opera sua. Solo questa volta il governo s'unì a lui; ed i suoi campi di patate furono guardati e protetti.
Si vede che la fortuna cominciava a sorridere al nostro uomo. Diffatti un bel giorno Luigi XVI approva l'idea di Parmentier e porta in un ricevimento solenne un mazzo di fiori di patate. La cosa si fa tosto di moda: i fiori dell'umile pianta sono all'ordine del giorno: i cortigiani li portano all'occhiello dell' abito; le signore se ne adornano il seno; e la regina ne fa mettere alcuni sul suo cappello di gala. Quando poi le patate giungono ad essere mature,
Luigi XVI mette alla tortura il genio del suo cuoco, e presenta ai cortigiani un solenne banchetto in cui le patate figurano sotto tutte le forme possibili. Da quel giorno i pregiudizi sono vinti: il trionfo è completo.
Parmentier, accarezzato, lodato, rispettato fra gli applausi d'un popolo intero, riceve il premio dell'Accademia di Besangon, e vien condotto alla propria dimora in solenne e completo trionfo.... Era giustizia!... E doppiamente giustizia. Parmentier non si limita alla sola diffusione delle patate, ma spinge il suo buon volere ad essere benefattore de' suoi connazionali in tutti i modi possibili. Diffatti educa il popolo co' suoi scritti; apre con la sua insistenza novelle case di ricovero per il povero; migliora la condizione dei malati nei pubblici spedali: si cura della più adatta e più felice fabbricazione del pane, del biscotto pei marinai e soldati, e in una parola occupa l'intera vita nel bene de' proprii fratelli. È allora che la pubblica riconoscenza lo crea Membro dell'Istituto di Francia, del Consiglio degli Ospizii, e ispettore generale del Servizio di Sanità. E ciò era meritato.
Ma siccome è provato che d'uomini felici a questo mondo non ve ne devono essere, una terribile sventuraviene a colpire, in mezzo alla sua gioia, il povero Parmentier. Una sorella che egli amava più di sè stesso, si muore improvvisamente. Ciò recagli un tanto e sì grave dolore che alla sera del giorno 17 dicembre del 1813 per tutta la Francia si sparge l'infausta notizia che Antonio Augusto Parmentier ha lasciato questa povera terra per più celesti regioni.
Pur troppo era vero: Parmentier era salito al trono di Dio per ricevere il premio di tante lodevoli azioni.
Tutta la Francia lo pianse, e solenni funerali gli si fecero. Il più bell'onore però glielo fecero i poveri acclamandolo loro padre e benefattore!
Ernesto Bruschi.